Adesso Cacciari spera in «un bis di Mattarella». Prosit

Massimo Cacciari

Su Strisciarossa Marcella Ciarnelli scrive: «E pur volendo concedere qualcosa alla ritualità, peraltro difficile da soddisfare in tempo di Covid, appare incredibile dover assistere al via vai di riunioni, di messaggi subliminali, di incontri che non portano a nulla. Si parlano tra loro. Si capiscono solo loro. Non c’è da meravigliarsi se poi quando i cittadini sono chiamati al voto in tanti preferiscono non rispondere». A sinistra dovrebbero chiedersi quanti guasti si sono provocati dal 2011 in poi impedendo a Pier Luigi Bersani di votare nel 2011, a Matteo Renzi di votare nel 2016, al centrodestra di rivotare nel 2018 e a Matteo Salvini di votare nel 2019. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Su Sussidiario Stefano Folli dice: «Non è pensabile offrire questo spettacolo delle istituzioni ancora a lungo. E ovviamente anche lo scenario internazionale influisce». Un acuto osservatore della politica come Folli dovrebbe rivolgere un po’ della sua attenzione alle origini di questa situazione cioè – come insistiamo a dire – sulla gestione dall’alto senza adeguato mandato popolare della politica nazionale.

Sugli Stati generali Marco Bennici scrive: «Per Mario Draghi la soluzione per la partita al Colle sarebbe semplice: rassicurare Salvini sul fatto che nel prossimo governo, quello che nascerebbe da un inevitabile rimpasto, i ministri saranno tutti leader politici, ma soprattutto fornirgli su un piatto la testa dell’attuale titolare del ministero dell’Interno, riservando quel dicastero nuovamente a lui o comunque a qualche suo fidato». È una lettura dei fatti un po’ troppo semplicistica, ma in parte autorizzata da un buco che c’è nella strategia di Matteo Salvini, quella di insistere apparentemente a tutti i costi sul mantenere Draghi a Palazzo Chigi e non prevedere un opportuno esito di voto anticipato. Il leader leghista in particolare dovrebbe separare le questioni di emergenza (contrasto al Covid e gestione rapida degli investimenti previsti dal Pnrr) dalla necessità di rilegittimare politica e istituzioni. Il nodo è complicato ma ineludibile.

Su Formiche Roberto Arditti scrive: «Dubito che il presidente della Repubblica che presto o tardi verrà eletto sarà scelto fra i tre nomi oggi proposti da Salvini con il supporto di Meloni e Tajani, ma va riconosciuto al centrodestra di aver fatto finalmente una mossa sensata e non priva di una certa malizia». Obiettivamente questa mossa mette a nudo la pretesa dell’asse Pd-M5s di non lasciare indicare dal centrodestra, che è lo schieramento di maggioranza relativa tra i grandi elettori per il Quirinale, nonché quello evidentemente maggioritario negli orientamenti della società italiana, una candidatura dignitosa. In questo senso si rende anche difficile all’asse Lettino-Conte indicare personalità elette dalla sinistra come Pier Ferdinando Casini, un Giuliano Amato già premier della sinistra nel 2000 e persino Sergio Mattarella. Con questo metodo alla fine in campo ci sarebbero solo Mario Draghi e al massimo Marta Cartabia.

Su Dagospia si raccoglie questa affermazione da parte di esponenti dei 5 stelle disperati perché potrebbero perdere un anno di indennità: «Casini invece è percepito come “uno di noi”». Appunto.

Su Huffington Post Italia Carlo Calenda dice riferendosi ai 5 stelle: «Non mi stupirei se facessero un altro governo con Salvini. E Draghi fuori da tutto». Pur usando lo stesso shampoo, Calenda è solo “libero”, come il suo antico maestro Luca Cordero di Montezemolo, di spararne di tutti i colori: ma gli manca il senso della “bellezza” (e i consiglieri) del suo antico maestro che sapeva coordinare la “sparata” con una qualche attenzione alla realtà concreta.

Dagospia riporta dall’Ansa questa dichiarazione di Enrico Letta: «Abbiamo intenzione di muoverci di comune accordo con gli alleati. Mi fido di Conte, senza nessun dubbio». “Giuseppi” gli ha detto di star sereno?

Su Affari italiani Massimo Cacciari dice: «La soluzione ideale sarebbe quella del bis di Mattarella». Un giorno di anticonformismo, un giorno di conformismo: il filosofo veneziano, forse in stato di ebbrezza, farà diventare ubriachi anche noi.

Su Affari italiani si legge: «“Credo che la bontà di una soluzione in una materia così importante e il formarsi di un consenso ampio siano più importanti di 24-48 ore. C’è sempre un momento in cui il buonsenso prevale e l’interesse generale diventa più chiaro agli occhi di tutti. Confido che questo momento arrivi piuttosto presto”. Lo afferma il senatore a vita Mario Monti. “Quello che mi sembra troppo per il sistema delle decisioni politiche italiane – prosegue – è il dover risolvere in pochissimi giorni un pacchetto di decisioni ordinariamente distinte e separate. Secondo alcuni invece bisognerebbe nel giro di pochi giorni decidere del presidente della Repubblica, del premier, e di alcuni principali ministri. Mi sembra un sovraccarico che difficilmente il sistema politico, anche perfettamente funzionante, possa assolvere. Nell’auspicare la rapidità che tutti desideriamo – conclude Monti – chiediamoci anche che cosa possa essere messo in palio con una aspettativa di soluzioni e tempi brevi e che cosa richiederebbe tempi biblici”». Leggendo Monti viene voglia di riabilitare Calenda e Cacciari che prima prendevamo in giro.

Su Dagospia si riporta un articolo di Mauro Zanon pubblicato su Libero, in cui si scrive: «Un’altra fonte sentita da Malbrunot e Chesnot ha rivelato che la Francia aveva persino deciso di essere più “offensiva” nei confronti degli italiani: “Ero profondamente imbarazzato dal fatto di dover lavorare su un servizio di sicurezza europeo alleato, insomma, di doverli sorvegliare! Era una situazione malsana”. Nella primavera del 2019, il generale Haftar prova a conquistare Tripoli. Invano. “Macron sperava che il generale Haftar vincesse”, ha riferito una fonte dell’esercito francese ai due giornalisti. Insomma, l’attuale inquilino dell’Eliseo ha fatto di tutto per ostacolare l’Italia in Libia, conducendo una guerra diplomatica clandestina contro un alleato europeo». Giorgio Napolitano, commissariando la politica italiana dal 2011 in poi, ha ucciso la politica estera italiana che con Silvio Berlusconi e persino con Massimo D’Alema e Matteo Renzi (ma non adeguatamente con Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi) aveva avuto un certo peso sulla scena internazionale. E da questa situazione non si esce se la “politica” sarà ancora governata dall’alto invece che fondata sul voto popolare. All’oggi Mario Draghi appare l’unico “lord protettore” possibile per tentare questo “ritorno”.

Su Affari italiani si scrive: «La Procura di Brescia – riporta l’Ansa – ha chiuso le indagini nei confronti dell’ex procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del suo collega del periodo di Mani pulite Piercamillo Davigo. Greco, che ha ricevuto l’avviso di conclusione dell’inchiesta, era stato denunciato dall’ex consigliere del Csm Davigo per un’intervista al Corriere della Sera a Milena Gabanelli del settembre scorso in merito alla presunta Loggia Ungheria e al passaggio di verbali tra il pm milanese Paolo Storari e appunto Davigo». Ecco un altro segno di come si sta chiudendo la Seconda Repubblica, nella più piena confusione di chi l’ha battezzata, cioè il pool milanese cosiddetto di Mani pulite. Ed ecco dunque un altro motivo per cercare una presidenza della Repubblica forte (il che esclude un ripescaggio di Sergio Mattarella che proprio sulle questioni della magistratura è stato particolarmente inerte) che apra una nuova fase.

Su Huffington Post Italia Lucio Caracciolo scrive riguardo alla situazione ucraina: «Colpisce in tutto ciò la distrazione dell’Italia». Qualcuno sceglie con cura le cravatte di Luigi Di Maio, un altro gli ha insegnato in fretta e furia l’inglese, un terzo gli scrive discorsi che lui ha imparato a leggere brillantemente. Poi ci vorrebbe un po’ di storia e cultura per farne un ministro degli Esteri, ma questo è più complicato.

Su Formiche Raffaele Bonanni scrive: «Nei paesi che hanno adottato il salario minimo di riferimento, s’intende come salario lordo: senza contribuzioni sociali, tredicesima, senza eventuali premi di produttività, Tfr, sanità integrativa, formazione, senza alcun contratto. Insomma senza nulla! Se così fosse per l’Italia i lavoratori tornerebbero indietro più di un secolo. Dunque quali sono i vantaggi se non una sonora fregatura? Chissà poi del perché si omette di valutare la condizione degli unici lavoratori ora non sufficientemente tutelati come i cosiddetti parasubordinati, e ancor più le false partite Iva». Il saggio antico segretario della Cisl sottolinea i pasticci che sta combinando Andrea Orlando. Quest’ultimo insieme a Maurizio Landini con le loro “opposte irrilevanze” contribuiscono nell’impedire alla sinistra di riprendere quella concreta attenzione al mondo del lavoro che sarebbe la sua linfa vitale.

Su Affari italiani si scrive: «Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea, torna a fare il falco e, in audizione alle commissioni congiunte Affari economici e Occupazione del Parlamento europeo, ribadisce che “c’è una nota di cautela per l’aumento della spesa pubblica in Italia, Lettonia e Lituania per cui quando la situazione lo permetterà sarà necessario ridurre il deficit e il debito”». Il lettone Dombrovkis, vice di Ursula von der Leyen (e di cui di fatto è vice Paolo Gentiloni, espressione di uno Stato finito più o meno in serie B), sceglie un momento speciale anche per il suo paese, sottoposto al gioco di tensioni scatenato dalla Russia, per creare incertezze. È l’euroburocrazia, bellezza!

Foto Ansa

Contenuti correlati

Video

Lettere al direttore

Foto

Welcome Back!

Login to your account below

Create New Account!

Fill the forms bellow to register

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Add New Playlist