Accade il 12 febbraio

L’inatteso alito della primavera in una notte di pieno inverno

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E’ in questo momento di fine febbraio che bisogna stare molto attenti. Magari – parlo della Lombardia, delle mie parti – fa ancora freddo. Magari cola dal cielo una pioggia fine e gelata che sembra non debba smettere mai; e ai margini delle strade di campagna restano chiazze dure di neve sporca. Tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare. Occorre stare all’erta, perché ogni giorno potrebbe essere quello buono.
E infatti, l’altra sera è accaduto. Il giorno prima era nevicato, e faceva freddo a
Luino, sulla riva del lago, di notte. Deserte le strade, la gente chiusa in casa. Il riverbero delle luci dei paesi di fronte sull’acqua nera, appena increspata da un filo d’aria. Né luna né stelle nel cielo vuoto. Eppure, nell’uscire all’aperto, mentre pensavo ad altro, ho avvertito con nettezza quel profumo. Odore di terra umida e fertile, e di vento che si porta dentro un’eco diversa, non più tagliente, ma dolce. Forse in questa notte, nelle colline qui attorno, i primi germogli d’erba nuova si fanno largo fra le zolle libere dal ghiaccio?

 

Non so che cosa sia esattamente, ma lo riconosco: è il primo, acerbo fiato di una primavera ancora chiusa nel ventre della terra. È la linfa, dentro a questi tronchi così
secchi, all’apparenza morti, che con un’impercettibile spinta riprende a pulsare.
Mi sono segnata l’ora: era quasi la mezzanotte del 12 febbraio. Un po’ presto, mi sono detta. Però, ne ero certa. Infatti due giorni dopo, a Padova, nella piazza del Santo, alla stessa ora tarda, di nuovo annusando l’aria della notte, il mio olfatto ha registrato l’identico segnale, lo ha ritrasmesso al cervello: in non so quale lingua, in quale codice, ma accendendo di nuovo la stessa emozione. C’è qualcosa di nuovo nell’aria questa sera, una tenerezza che prima non c’era. Il vento, forse, che dal Mediterraneo attraverso l’Adriatico risale e si allarga fin qui, portando in spore invisibili, in un tepore sommesso la sua promessa? Perché è una promessa quella delle ultime notti di febbraio. Tenue, quasi furtiva come una parola sussurrata in un ambiente ostile, che non deve sentirla. L’inverno è ancora qui, attendato, apparentemente invincibile; ma questo fiato di vento gira, si insinua e annuncia che tutto sta per ricominciare.

 

Mi chiedo a volte se anche gli altri percepiscono questo sottile indescrivibile odore, e ne sono, come lo sono io, commossi. Forse non tutti, ma molti; e almeno quelli, come me, che hanno avuto dei nonni contadini, che hanno ancora l’istinto
di annusare l’odore dell’aria, e di guardare attenti a che punto sono le gemme, sui rami. Questa promessa nell’aria, la sentite? Il primo alito della vita che torna, in una notte d’inverno ancora pieno. Non sono cose di cui abitualmente si parla. Non sono cose che si scrivono sui giornali. È come, fra gli uomini, un condiviso, tacito segreto. Irrilevante. Ovvio. (Però, quel palpito di infantile commozione, quando ancora una volta si annuncia la rinascita).

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