A parole le perdiamo tutte

Nell’edizione on line del Corsera di ieri ha avuto una certa rilevanza la storia di Michela/e, nata donna, a disagio con la propria identità ed ora, dopo operazioni e cure farmacologiche, uomo.

Il succo della storia è questo: quando ero donna soffrivo molto per la mia condizione e quindi rubavo, mi drogavo, ho preso l’HIV; ora che sono finalmente uomo mi sento bene, faccio volontariato, aiuto gli altri e sono felice.

Non è mia intenzione, con questo breve riassunto, banalizzare il dramma individuale che merita sempre rispetto. Voglio solo mettere in luce la logica sottesa.

L’argomento di agire per far cessare il dolore è fortissimo, direi quasi inattaccabile. Tutti noi ci comportiamo così; anche quando diciamo la frase tipica di questo periodo “mi serve una vacanza” lo diciamo perché vogliamo far cessare il dolore della fatica del lavoro.

Non parlo solo del dolore fisico o morale, ma anche di quello esistenziale, di quello sociale. Le rivoluzioni, ad esempio si possono fare per far cessare il dolore dell’ingiustizia.

Di fronte alla motivazione del dolore personale siamo tutti disarmati. Perché mai dovrei impedire a qualcuno di far cessare il dolore? In particolare noi cristiani spesso oscilliamo tra la posizione del fatalismo (il dolore è ineliminabile) che porta alla conservazione e quella del dolorismo (il dolore è salvifico) che porta a un misticismo astratto.

Ora, se avessi una risposta semplice e convincente al problema, sarei il filosofo di riferimento della nostra epoca e non lo scombinato che sono.

Tutto quello che al momento riesco a fare è di guardare a una come Madre Teresa. Non mi risulta abbia fatto grandi riflessioni sull’argomento, si è fatta prossimo. Forse la risposta sta in quella presenza che accompagna con amore. Ma mi sa che ci vuole tempo.

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