A cosa serve l’ombra?

Caspar David Friedrich

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Per quindici giorni la signora A. se ne era rimasta in preda a una crisi della sua depressione bipolare. Blindata in casa, chiusa al buio in una stanza, gli occhi al soffitto. Incapace di uscire; e, se proprio costretta, costeggiando allora i muri, come un clandestino che non voglia farsi scoprire. Una clandestina, ecco, o un alieno scaricato sul pianeta sbagliato, si sentiva in quei giorni. Opacamente estranea a tutto, tanto che le pareva che una parte di lei fosse morta; e anzi ogni cosa di questo senso di morte risentiva, quasi che la sua vita fosse finita.

Ma una mattina, fossero stati i farmaci o il semplice volgere del tempo, la signora A. si accorse che non aveva più bisogno di quella stanza buia, e che addirittura avrebbe potuto arrischiarsi a uscire. Incredula, timidamente si infilò la giacca, mise il guinzaglio al cane e scese le scale. Aggiornò l’orologio interiore, che era rimasto fermo: 2017, primavera.

Guardinga spinse il portone del palazzo, si affacciò. La investì l’aria di una mattina di marzo, e forse proprio perché a lungo era rimasta chiusa in casa ne assaporò profondamente l’odore. Hanno un preciso odore, certe mattine di inizio primavera, a Milano: di terra bagnata, sanno, di prima erba nelle aiuole, di echi di vento, da fuori. Che buono, si disse A. inspirando quel profumo che conosceva fin da bambina.

Quasi esitante poi si incamminò per strade note, con l’animo di chi sia stato lontano, e ritorni. Nella sua assenza tutte le piante avevano buttato i germogli e i primi fiori. La signora A. li guardò contenta. Mandò un sms a un amico. Era tanto, che non ne sentiva nessuno. Aveva voglia di dire: sono tornata. Poi, essendo A. in fin dei conti una donna, si fermò davanti alle vetrine di un negozio, piene di colori primaverili. Non osò entrare, come se questo veramente fosse troppo; però invece si comperò un profumo. Verde, lo scelse, come l’odore della prima erba. Sarebbe stato più facile, pensò, muoversi dentro quell’aura chiara.

Al guinzaglio il cane tirava come un forsennato, sentendo ovunque tracce di femmina. Sorrise A., di questa gran voglia di vita che a marzo pervade di sé ogni cosa. O forse lei avvertiva più forte questa vita, proprio perché per ne era stata così estranea e lontana?

Le venne in mente allora una frase pronunciata da un figlio bambino, un pomeriggio che contemplava l’estate da una finestra, al mare. «A cosa serve l’ombra?», le aveva chiesto quel figlio. Ma subito, come assorto, si era risposto da solo: «L’ombra, forse, serve perché siamo più contenti della luce». E A. aveva ascoltato meravigliata l’arcana saggezza di un bambino di cinque anni – che un attimo dopo, dimentico, era tornato a giocare col suo dinosauro di gomma.

Forse sì, Bernardo, avevi ragione, quel lontano giorno. L’ombra, serve perché si sia più contenti della luce. Perché, quando ritorni a vederla, uno thauma, un religioso stupore ti commuova; e, finalmente, sii grata. Di ogni germoglio, di ogni respiro, di ogni raggio acerbo di questo sole di marzo.

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