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Berlusconi, malgré lui, come De Gasperi

dicembre 15, 1999 Tempi

Editoriale

Lo abbiamo scritto agli amici lettori del Giornale, lo ripetiamo qui anche se il nostro editore non è il Cavaliere: giudici e governo stanno costringendo Berlusconi a diventare il De Gasperi dell’Italia del 2000.

C’è una bella arietta di ’48 cari amici lettori, di coprifuoco giudiziario e di irregimentazione dei media. Tutto è pronto per una chiamata alla mobilitazione antifascista contro le opposizioni che fanno il loro mestiere, cioé indicare quello che non va, esigere riforme liberali della scuola, della sanità, delle pensioni, del lavoro, prepararsi a governare. Quando il commissario europeo Mario Monti, non certo sospetto di collusione berlusconiana, dice che “l’economia italiana sta rapidamente perdendo competitività. Non c’è tempo da perdere e non si deve accontentare di mezze misure”, vuol dire che proprio c’è qualcosa che non funziona nel manico di questo paese. C’è molta prosopopea levantina nei Telegiornali Luce che illustrano le gesta nazionali e libiche del nostro leader Maximo. C’è molto fumo di vecchia romagna etichetta nera nei quadretti natalizzi dei Gr Rai che suggeriscono “vedrete che, alla fine, la nostra Italia se la caverà”. E non basterà il dejavu Br o il bluff massimalistico delle vetrine infrante di Seattle (che saranno sicuramente oggetto di qualche riflessione paperinopolitana di Walterino Veltroni) a sbarazzarci della testarda realtà fotografata dal commissario Monti: l’economia italiana perde pezzi, e diciamo che nemmeno la scuola, la sanità, il lavoro si sentono molto bene.

Il quadro generale è dunque sconfortante, ma i demoni che incastrano l’Italia sono sempre gli stessi: quattro giudici e la nota lobby di benefattori della Repubblica che non mollano l’osso e che anzi studiano di spolparlo proprio a ridosso delle consultazioni elettorali. È un caso che il giudce Rossato spunti alla vigilia delle elezioni di Bologna? È un caso che sempre lo stesso Tribunale di Milano fissi la prima udienza contro Berlsuconi il 9 marzo 2000, vigilia delle elezioni amministrative? Sono troppe ormai le coincidenze per non pensare a una precisa strategia politica.

I Ds hanno reagito aspramente alle accuse del Polo che li ha indicati come mandanti dei giudici con l’elmetto. Aspettiamo anche noi una querela, dato che siamo convinti che il loro partito-Stato è anche uno dei principali mandanti di quella strana attitudine a considerare chiusa la discussione sul discorso in Parlamento di Craxi del ’93, sulle tangenti di De Benedetti, sui traffici delle Coop rosse, sugli archivi Mitrokhin, sui soldi al Pci dal Kgb, sulle trame spionistiche degli ex-neo-post comunisti ora al governo, sull’arroganza di funzionari dello Stato come Caselli che dopo sette anni di cruciggi per uno dei più grandi uomini di Stato del dopoguerra, non solo perde la causa, ma si permette pure di indicare per nome e cognome chi ha diritto di scrivere sui giornali e chi no.

Ora, vista la debolezza del suo governo e le tentazioni a cui lo espongono i suoi pessimi consiglieri della direzione penitenzaria, è molto probabile che D’Alema si rassegni a tirare i remi in barca, a lanciare i carriarmati delle procure verso la “soluzione finale” del caso Berlusconi e ad aprire la campagna elettorale della primavera del 2000 dalle fortezze di un esecutivo trasformato in comitato elettorale. Ma non nascondiamoci dietro le querelle sulla mancanza di toni da galateo usati in certe polemiche: il grosso ostacolo per compiere il disegno avviato con la falsa rivoluzione di mani pulite rimane sempre lui, quell’imprevedibile, scostumato, furioso Cavaliere di Arcore. Per il quale, se fosse un cittadino qualsiasi, proveremmo pena e gli consiglieremmo volentieri subito di fare subito le valige, vendere tutto e trasferirsi all’estero (cosa che per altro l’europarlamentare Berlusconi potrebbe benissimo fare, e con tutte le garanzie di immunità internazioanle, senza per altro immaginare che sarebbe costretto a vivere come il poverello d’Assisi). Purtroppo Berlusconi non è un cittadino qualsiasi, come (codice alla mano) vorrebbero darci a istruire certi sepolcri imbiancati della procura di Milano e di Palazzo Chigi di Roma. Per quanto si voglia maledire e demonizzare, Berlusconi resta il leader di un’opposizione forte e radicata nel Paese. Berlusconi è il politico a cui nel ’94 il popolo diede mandato di governare e che il Palazzo diede l’ordine di ribaltare. Berlusconi non è De Benedetti che, essendo colui che ricorda a D’Alema “senza la nostra stampa la sinistra non sarebbe al governo”, si può vantare (lo ha detto al Wall Street Journal: “L’ho fatto e lo rifarei”) di aver pagato dieci miliardi di tangenti e però mantenere chiara fama di imprenditore indipendente e illuminato, oltre che naturalmente ottenere l’insabbiamento dei processi (e a un minuto dalla fine del governo Ciampi, il decreto che gli assegnava il primo polo della telefonia cellulare). Berlusconi è l’unico grande borghese, in questa Italia di grandi borghesi snob e scrocconi, che ha giocato apertamente in politica la sua faccia di imprenditore, che non ha messo le sue imprese sotto la tutela dei decreti per le rottamzioni, che non ha frequentato i salotti della finanza e che non si è consegnato mani e piedi al pio vegliardo di Via Filodrammatici. Berlusconi è, soprattutto, il leader di una coalizione che ha il consenso di milioni di cittadini e che oggi si candida a governare l’Italia.

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