Balocco: «Sono un economista specializzato in disciplina fiscale. Ma non riesco a star dietro a tutte queste tasse»

«In Italia troppi enti controllori senza coordinamento e regole incerte. Rispettare tutti gli adempimenti costa». Parla Alberto Balocco, ad della casa dolciaria

«L’incertezza delle regole spaventa gli investitori stranieri». Che ormai, per decidere di investire in Italia, devono essere se non dei «pazzi» veri e propri, quantomeno manager un po’ «distratti». A parlare non è l’ultimo degli economisti dai toni eccessivamente apocalittici, ma Alberto Balocco, amministratore delegato della Balocco Spa, storica azienda dolciaria piemontese, conosciuta in tutto il mondo per i suoi panettoni e le specialità natalizie e pasquali, ma non solo, anche per biscotti, wafer e altri prodotti per la prima colazione. Balocco, che dà da lavorare complessivamente a 380 addetti (di cui la metà a tempo indeterminato e la metà stagionali per sette mesi l’anno), nell’ultimo esercizio di bilancio ha chiuso con un fatturato pari a 148 milioni di euro, in crescita di 1 milione al mese dal 2008, l’anno in cui è scoppiata la crisi economica. Un trend positivo che, «stando ai primi dati sugli ordini» per il Natale 2013 e la Pasqua 2014, sembrerebbe destinato a confermarsi. Anche perché alla Balocco gli investimenti non mancano: negli ultimi dieci anni sono stati spesi 55 milioni di euro per innovazioni tecnologiche del ciclo produttivo.

Come è possibile?
La crescita è dovuta da un lato all’aumento delle esportazioni nel mondo, soprattutto in America del Nord, del Sud, in Argentina, in Australia e in tutta Europa; gli italiani all’estero, infatti, ma non solo loro per fortuna, apprezzano ancora i tradizionali dolci pasquali e natalizi come la colomba e il panettone che conservano sempre il loro forte appeal. Dall’altro lato, però, è dai primi anni Duemila che l’azienda segue una strategia volta al rafforzamento dei prodotti destinati alla prima colazione come biscotti e wafer, che oggi rappresentano il 60 per cento del nostro business. La prospettiva di appoggiarci a solo due mesi di festività per le vendite, infatti, non ci piaceva affatto.

Avrà un bel da fare per pagare ogni mese quasi quattrocento dipendenti.
Non è tanto quello il problema, quanto piuttosto l’incertezza sulle regole, che in Italia cambiano almeno ogni tre mesi, e il proliferare come funghi di autorità predisposte ai controlli che per di più mal si coordinano tra di loro. Di questo, a pagare le conseguenze, sono sempre i soliti, gli imprenditori. Viviamo in un paese che mette a dura prova i nervi anche dei lavoratori più solidi.

Può farci un esempio?
Penso a quando esce un nuovo prodotto che rispetta tutti i requisiti imposti dal ministero della Salute (che non è certo l’ultimo degli enti pubblici quanto a importanza) e magari dopo un po’ di tempo salta fuori anche il garante della concorrenza con ulteriori richieste, senza alcun coordinamento con il ministero. Oppure penso agli innumerevoli adempimenti fiscali che mutano in continuazione senza darci mai la possibilità di fare previsioni certe sul futuro. Mentre ci sarebbe bisogno di una base imponibile certa che non cambi così repentinamente e frequentemente. Non le nascondo che io stesso, laureato in economia e commercio nel 1989 con approfondimenti di studi sulla disciplina fiscale italiana, spesso fatico a stare al passo.

Non è che forse a lei non piacciono le regole?
Nient’affatto, io adoro le regole e i controlli. Ma in Italia lo Stato controlla sempre gli stessi, i primi della classe: sono loro ad essere interrogati, fino a che gli vengono chieste anche le cose più insulse. Poi, come nello sport, servono regole certe se si vuole giocare, non si può cambiarle sempre. Cosa succederebbe se nel calcio cambiassero in continuazione le regole sul fuorigioco? I calciatori non saprebbero più come comportarsi. Lo stesso accade nell’economia reale. Poi c’è un’altro aspetto di questa vicenda che meriterebbe adeguate considerazioni.

Quale sarebbe?
L’incertezza delle regole spaventa gli investitori stranieri: per rendersene conto basta guardare a cosa succede quando gli altri paesi dell’Europa si trovano a dover fare i conti con le nostre richieste di bolli e timbri a non finire. Ma non si rendono conto che loro vivono in paradiso e noi all’inferno.

Un inferno che costa.
Certamente, tutto ciò comporta la presenza in azienda di persone che devono dedicare tempo, risorse ed energie a risolvere problemi burocratici, sottraendo contributi preziosi che potrebbero andare direttamente ad accrescere il Pil del paese.