Balle esplosive di fosforo bianco

PERCHé L’INCHIESTA DI RAI NEWS SULLA “STRAGE NASCOSTA” DEI CIVILI DI FALLUJA è UN CONCENTRATO DI MENZOGNE E FALSITà ANTIAMERICANE. PAROLA DI INVIATO DI GUERRA

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“La strage nascosta”, il documentario di RaiNews sul fosforo bianco a Falluja, è certamente suggestivo. Suggestivo come i documentari sugli Ufo dove un paio di piatti bianchi lanciati da un terrazzo provano un complotto americano per tener segreta la presenza degli alieni. In trenta minuti scarsi gli autori Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta puntano a dimostrare un’unica tesi: l’utilizzo del fosforo bianco a Falluja equivale all’utilizzo d’armi di distruzione di massa contro la popolazione civile. Se la tesi è chiara le argomentazioni usate per dimostrarla non lo sono altrettanto. Tutto parte da un’audizione davanti ai parlamentari della sinistra europea di Mohammed Tariq Al Daraj, un laureato in biologia direttore del Centro Studi per i diritti umani di Falluja. Al Daraj si porta dietro un pc pieno di foto d’orripilanti cadaveri. In quella fiera dell’orrore vediamo corpi decomposti, bruciati, sciolti, straziati. Secondo Al Daraj le orrende ferite e le bruciature prodotte risparmiando i vestiti provano l’utilizzo del fosforo bianco. Le immagini terribili unite ad una parola sconosciuta alla maggioranza delle persone evoca scenari inquietanti. Solleva sospetti terrificanti.
Suggestivo, ma fuorviante. Il fosforo bianco non è un’arma chimica, né un’arma proibita. è un prodotto incendiario largamente utilizzato in tutti i sistemi di segnalazione e in tutti i fumogeni. è la materia prima della M15 la bomba fumogena, un’arma individuale a disposizione di tutti i soldati americani a fianco della tradizionale bomba a mano. A Falluja il fosforo bianco viene impiegato in larghe quantità durante le prime fasi dell’attacco quando la città viene illuminata a giorno. Viene anche usato anche come arma per snidare alcune fortificazioni della guerriglia. A scoprirlo e a divulgarlo non sono né Mohammed Tariq al Daraj, né RaiNews. La notizia dell’utilizzo del fosforo bianco viene diffusa già il 9 novembre 2004 dalle agenzie di tutto il mondo. La riprende, ad esempio, il San Francisco Chronicle. Ecco la traduzione. «Alcuni pezzi d’artiglieria hanno sparato proiettili al fosforo bianco per creare una cortina di fuoco impossibile da spegnere con l’acqua. I guerriglieri hanno detto di essere stati attaccati con una sostanza che scioglieva la pelle, una reazione che prova l’utilizzo del fosforo bianco. Kamal Hadeethi un medico all’ospedale regionale dice “I corpi dei mujaheddin che abbiamo ricevuto sono bruciati e altri sono sciolti”». Leggere con attenzione: il medico di Falluja parla di mujaheddin quindi di combattenti. Non di civili. La notizia dell’uso di proiettili al fosforo bianco arriva dai giornalisti embedded con l’artiglieria.
Di certo non è un mistero. è così acclarata da venir discussa in un articolo sulla “Battaglia di Falluja” pubblicato nel numero di marzo-aprile da Field Artillery, un bimestrale specializzato delle forze armate statunitensi. «Il fosforo bianco si è rivelato un’arma utile e versatile. L’abbiamo usata per missioni di copertura (fumogeno) su due fronti e più tardi nei combattimenti come una potente arma psicologica contro gli insorti nascosti nelle trincee o nelle buche quando non potevamo colpirli con efficacia utilizzando i proiettili ad alto potenziale». Il bimestrale utilizza il crudo gergo militare, parla di «shake and bake» mescola e arrostisci, spiega che il fosforo bianco viene utilizzato per far uscire i guerriglieri dalle loro tane ed eliminarli con proiettili convenzionali. Senza dubbio orribile. Com’è orribile la guerra. Ma in linea con le orribili regole della guerra. Vediamole.

CITTà DI MOSCHEE?
La convenzione sulle armi chimiche del 1997 – universalmente accettata – definisce come armi “chimiche” quelle capaci di uccidere sfruttando gli effetti tossici. Non è il caso del fosforo bianco. Certo ti brucia vivo con effetti orribili, ma non diversi da quello di un razzo anticarro che con il suo calore brucia l’equipaggio di un carro armato. Del resto di soli guerriglieri parla Kamal Hadeethi il medico di Falluja citato dalle agenzie il 9 novembre. E qui va ricordato, come non fanno mai Torrealta e Rannuci, che Falluja era il regno di Zarqawi, la base di Al Qaida in Irak, il mattatoio in cui venivano sgozzati e decapitati gli ostaggi, la città da cui partivano le autobomba per Bagdad. Per gli autori di RaiNews Falluja è la città delle moschee e della scienza. Punto e basta. Con queste premesse il documentario di RaiNews fa di tutto per accreditare l’idea che il fosforo bianco sia stato utilizzato contro i civili. Il punto è però se le foto uscite dal pc del Direttore del centro per i Diritti Umani di Falluja siano tutte correlate all’uso del fosforo bianco e se fra di esse vi siano dei civili. Chi scrive ha visitato in vent’anni di giornalismo di guerra più di trenta fronti e ha visto cadaveri di tutti i tipi. Guardando quelle foto non è in grado di esprimere alcun giudizio. I due autori evidentemente sì. Potevano almeno sottoporle al giudizio di un anatomo patologo con esperienza militare. Invece le affermazioni di Tariq Al Daraj restano oro colato. Ma è una fonte attendibile un personaggio che dichiara di non credere all’esistenza di Zarqawi? «Io a Falluja non l’ho mai visto, dunque probabilmente non esiste» spiega il buon Daraj argomentando che probabilmente gli americani lo hanno usato «come scusa per distruggere la città».

SUGGESTIONI UMANITARIANE
Gli americani sono insomma dei sadici spinti dal puro gusto di spianare Falluja, massacrare i suoi abitanti e nascondere le prove. Peccato quelle foto siano state catalogate su ordine degli stessi americani dopo la raccolta dei corpi tra le rovine e il loro trasferimento in un edificio refrigerato. Gli stessi certificati d’identificazione collegati alle foto arrivano del resto dalla modulistica americana. Volendo fare un buon lavoro d’inchiesta, soprattutto godendo dell’appoggio del direttore del Centro per i Diritti Umani, qualcuno avrebbe cercato di andare a Falluja. Ranucci e Torrealta non ci pensano nemmeno. Anzi fanno capire che chiunque abbia parlato di Falluja ha fatto una brutta fine. Al riguardo citano il povero Enzo Baldoni che a Falluja non mise mai piede e Giuliana Sgrena che li asseconda arrivando a ipotizzare misteriose finalità e ancor più misteriosi autori dietro il suo sequestro. La ciliegina sulla torta sono le parole di Paola Gasparoli, la volontaria di “Un ponte per Bagdad” che riferisce la storia di un giornalista indipendente rapinato dopo il suo ritorno negli Stati Uniti di tutte le foto scattate a Falluja. Foto e bagagli vengono rubate nella camera di un albergo americano, ma il fatto basta per dimostrare l’esistenza di un congiura. Peccato che dal novembre dell’anno scorso decine di giornalisti tra cui il sottoscritto l’abbiano raggiunta facendo richiesta di embedding con i marines. Ranucci e Torrealta potevano almeno provarci, ma non ci pensano nemmeno. E non chiedono neppure l’opinione ufficiale del Pentagono.
Certo volevano coglierli di sorpresa, ma allora potevano almeno sentire un organismo indipendente ed autorevole come l’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra. Invece niente, neppure un fotogramma per una fonte indipendente o un portavoce americano. Le regole base del giornalismo insomma non esistono. E neppure quelle del buon senso. Sempre grazie agli archivi del Centro per i Diritti Umani di Falluja nel documentario compaiono un padre e un bimbo con la testa malformata. Il cranio – spiega il padre – ha incominciato ad allungarsi dopo i bombardamenti dell’aprile 2004. Palese fuorigioco. Non parliamo più della battaglia di Falluja del novembre 2004, ma degli sporadici bombardamenti di sette mesi prima. E soprattutto non esiste alcuna prova medica sulla malattia di quello sfortunato bimbo. Insomma è un palese falso. Ma che importa. Nessuno se ne accorgerà mai. Rende l’idea. è suggestivo. E soprattutto condanna quegli assassini d’ americani. E questo è quel che conta.

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