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Attentati a Beirut. «L’Isis fa propaganda e vuole destabilizzare il Libano. È un miracolo se regge ancora la pace»

novembre 13, 2015 Leone Grotti

I jihadisti hanno fatto almeno 40 morti in una roccaforte di Hezbollah. Intervista allo scrittore e al giornalista libanese Camille Eid: «Stiamo davvero rischiando grosso»

A poche ore dal doppio attentato kamikaze che ha fatto una strage nella periferia sud di Beirut, roccaforte degli sciiti Hezbollah, in un quartiere sunnita della capitale libanese sono stati sparati i fuochi d’artificio. «Hanno subito detto che non era per gioire degli attentati, che c’era un matrimonio ma questa cosa mi puzza un po’». Parte da questo piccolo esempio il giornalista e scrittore libanese Camille Eid per spiegare a tempi.it quanto sia delicata la situazione nel suo paese, dove un conflitto civile potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il duplice attentato che finora ha ucciso 41 persone e ne ha ferite oltre 200 è stato rivendicato dallo Stato islamico. Che interesse hanno i jihadisti Libano?
Questo attacco si capisce solo sullo sfondo della guerra siriana. Le milizie sciite di Hezbollah combattono insieme all’Iran a fianco dell’esercito di Bashar al-Assad, che l’Isis sta cercando di abbattere. I jihadisti hanno voluto punire Hezbollah e mandare un messaggio di propaganda chiaro: siamo in grado di colpire tutti coloro che si coinvolgono nel conflitto. Il prossimo obiettivo sarà l’Iran, ma non dimentichiamo che due anni fa è stata colpita l’ambasciata iraniana a Beirut.

Che cosa non ha funzionato a livello di sicurezza?
L’esercito e gli apparati di Hezbollah cercano da anni di impedire questi attacchi. E fino ad ora ci erano riusciti, perché sono passati circa 16 mesi senza un attentato. Ora purtroppo le cose stanno cambiando. Ma non c’è solo la propaganda: questo duplice attentato non è stato fatto in un momento casuale.

Cioè?
Questa per il Libano è stata una settimana di agitazioni politiche. Siamo senza presidente da maggio e i partiti cristiani erano d’accordo nel non partecipare a sessioni parlamentari, se non per approvare una nuova legge elettorale. Gli altri partiti invece hanno proposto di riunirsi per discutere questioni economiche e davanti al rifiuto dei cristiani, hanno tentato di ignorarli. Il braccio di ferro ha rischiato di spaccare il paese lungo linee confessionali. Poi hanno trovato un compromesso. Ieri alle 17 si sono riuniti e alle 18 c’è stato l’attentato.

Quali potrebbero essere le ripercussioni sulla vita del paese?
È chiaro che ha riacceso la tensione nel mondo islamico tra sunniti e sciiti. A parte l’episodio dei fuochi d’artificio, l’Isis sta cercando di sottrarre ai politici sunniti come Hariri la leadership del mondo sunnita libanese. Già alcune frange minoritarie estremiste, tendenzialmente favorevoli all’Isis, lo accusano di debolezza.

Con quali argomenti?
Il messaggio lanciato da Isis è chiaro: noi possiamo colpire Hezbollah nella loro roccaforte. Noi possiamo tenergli testa, i partiti moderati sunniti no. Tutti i politici finora hanno condannato l’attentato ma ho letto un politico americano dichiarare su Twitter: se un attacco colpisce Hezbollah, a noi sta bene. È un ragionamento pericoloso.

Gli attentatori non erano libanesi. È un elemento positivo?
Sì, per fortuna, si trattava di due palestinesi e un siriano. Il problema è che abbiamo mezzo milione di palestinesi e un milione e mezzo di siriani rifugiati nel paese.

Teme che Isis riesca a destabilizzare il Libano?
Sì, già da due anni stiamo seriamente rischiando, perché i jihadisti combattono lungo i nostri confini, forse sono già entrati nel nostro territorio. Viviamo ancora in pace per miracolo. Basta poco per accendere la miccia e confido nella saggezza dei nostri leader politici, nonostante le loro meschinità. Però temo che questo attacco preannunci una nuova stagione di attentati. Lo Stato islamico questa volta ha rivendicato l’attacco e ci è andata bene.

Che cosa intende?
Se torniamo, come nel 2004, a una stagione in cui gli assassinii sono compiuti da ignoti, sunniti e sciiti cominceranno ad accusarsi a vicenda ogni volta. È una strategia già usata in passato. Se poi iniziano a morire i leader politici, oltre che i civili, si riaccenderà subito il conflitto. Se invece l’Isis rivendica gli attentati, può succede come in questi giorni che il paese si ricompatti. Ma stiamo davvero rischiando grosso. Il paese è senza guida, chi ci garantisce che il Libano resterà al riparo dall’incendio che si sta propagando in Siria? Prima o poi le fiamme si estenderanno al nostro territorio. Non si fermeranno al confine.

Foto Ansa/Ap


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