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Argento-Boldrini, perché il #MeToo ha perso lo dice già il titolo

aprile 10, 2018 Caterina Giojelli

In quale Bibbia sta scritto che chi non sposa la sindacalizzazione della questione femminile nella versione delle due signore consideri la molestia una variante della normalità?

Da Twitter: «In Italia ci hanno elette nemiche #1 perché dalla parte delle donne, della pace, la verità, le minoranze e gli immigrati. Promotrici di un cambiamento culturale: la parità di genere. L’odio sistematico del patriarcato invece di distruggerci ci ha unite e rafforzate» (Asia Argento a Laura Boldrini). «Avanti Asia Argento siamo in tante, uniamo le forze e facciamo uscire la voce delle donne. Il silenzio isola, divide, uccide. La parola unisce e ci fa sentire più forti» (Laura Boldrini ad Asia Argento). «Sposateve!» (Osho).

SESSISMO SERVITO COME LA PASTA. I cinguettii, la doppia intervista di ieri a Repubblica, il biglietto per New York destinazione il supersummit “Women in the World” perché, come ha spiegato al Guardian l’organizzatrice ed ex direttrice del New Yorker Tina Brown, «tema di quest’anno è come rendere #MeToo globale e portarlo nei luoghi in cui la misoginia lo annega. Uno di quei paesi è l’Italia post-berlusconiana, dove il sessismo viene servito ogni giorno come la pastasciutta». Dunque dal 12 aprile Asia Argento e Laura Boldrini saranno sul palco insieme a Ronan Farrow, autore dell’inchiesta sugli abusi sessuali nel cinema americano, insieme ad Ambra Battilana Gutierrez (accusatrice di quel porco di Weinstein ma anche di quel pastasciuttaro di Berlusconi all’epoca del bunga bunga) per raccontare all’America il “paradosso italiano”: «Sulla stampa americana io sono stata definita “eroica” per avere denunciato quello che mi era successo quando avevo 20 anni e in in Italia invece colpevolizzata, proprio perché erano passati vent’anni e avevo continuato a fare l’attrice», spiega Argento. «Ricordo quei giorni e la reazione agghiacciante, anche di molte donne, di fronte al coraggio di Asia. Invece di dimostrarle solidarietà e ammirazione, dicevano che aveva aspettato troppo e magari aveva avuto dei vantaggi da quella storia (…) un trattamento inaccettabile», spiega Boldrini.

ORRORE, «QUI NESSUNO È STATO LICENZIATO».  Insomma, là negli States è in atto un ciclone «che sta travolgendo, negli States e non solo, ogni ambito lavorativo. “Me too”, anche io: migliaia le denunce, decine i maschi cacciati anche da posti di altissimo potere» e da noi invece «il silenzio. Le sabbie mobili e il sospetto», «nessun molestatore è stato licenziato», nota Maria Novella De Luca, intervistando per Repubblica le due donne. Il dialogo che segue è un nastrone di note argomentazioni (le donne non denunciano perché hanno visto come è stata trattata Asia Argento, le attrici hanno taciuto, nei talk si confonde la molestia col corteggiamento, la rassegnazione è figlia del gap salariale, i media ignorano le mobilitazioni, il delitto d’onore è stato abrogato solo nel 1981 etc) e quindi note accuse: a chi ha reso Argento un «esempio terribile» agli occhi delle donne vittime di violenza che «hanno visto come sono stata trattata, insultata e di certo si sono trattate indietro», a chi ha scatenato campagne d’odio sui social, a chi ha taciuto, a chi paga poco, a chi non paga, a chi non sente l’obbligo, a differenza di Argento e Boldrini di «chiederci perché». A chi insomma è responsabile di aver fatto perdere il #MeToo in Italia.

LA MIA GOGNA È SUPERIORE. In questo infaticabile sforzo di apparire le paladine senza paura della questione femminile in effetti c’è da chiedersi perché, in base a cosa, l’essere tanto odiate dovrebbe automaticamente portare le due donne a diventarne portavoce. La superbia di Laura Boldrini e Asia Argento nell’autodesignarsi portatrici di un «cambiamento culturale» sembra vivere infatti di due superiorità: la prima, ideologica, sta nel nutrire la propria idea di emancipazione attraverso i distinguo. In altre parole, se non vi stanno bene le nostre argomentazioni, le nostre facce, i nostri modi, i nostri hashtag, allora state tutti considerando la molestia come una variante della normalità. La seconda, morale, sta nell’identificazione della via dell’emancipazione attraverso il meccanismo della delazione preminentemente social: accuse, denunce che diventano contagiose non nelle sedi appropriate ma su Twitter e su Facebook, lo stesso meccanismo di gogna quotidianamente subìto e denunciato dall’attrice e dalla deputata Leu.

IL PARAMETRO CULTURALE DELL’HASHTAG. Tutta l’intervista si muove infatti sull’equivoco di far presumere che ci sia stata una delega da parte di tutte le donne, e in particolare modo di quelle che hanno subito abusi, nei confronti di queste due signore. Parlino dove vogliono, a titolo se vogliono dei loro elettori e follower, ma in quale Bibbia sta scritto che chi non sposa questa sindacalizzazione della questione femminile secondo modi, argomenti e simpatie per chi ha archiviato di default alla voce “patriarcato, sessismo, fascismo” qualunque fenomeno non superi la conformità alla propria opinione, non disponga dell’abc della consapevolezza della molestia considerandola una variante della normalità? «Bisogna saper riconoscere la molestia. È entrata talmente nel costume che si è normalizzata. Si deve lavorare sulla consapevolezza», dice Boldrini. Come si fa a non percepire come pretestuosa dalle stesse donne senza aggettivi una campagna fondata sui parametri culturali dell’hashtag e cavalcata da un femminismo ideologico squalificatutti e in cerca pretesti per rinnovarsi? Forse in Italia il flop del #MeToo può dipendere dalla qualità della campagna o dalla qualità dei suoi portavoce. Forse l’“anomalia italiana” è anche quella di essere un paese occidentale che stupra in percentuale minore rispetto ad altri paesi. O forse Repubblica l’ha spiegata meglio di noi titolando l’intervista “Argento-Boldrini. ‘Ecco perché in Italia #MeToo ha perso’”.


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