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Ancora un po’ e toccherà a noi difendere Zuckerberg e Facebook

marzo 29, 2018 Redazione

La tardiva ma utile presa di coscienza del mondo “liberal” nei confronti dello strapotere dei «ragazzi della Silicon Valley». Un imperdibile Rampini su Repubblica

La dice lunga l’articolo di Federico Rampini che appare su Repubblica di oggi, dove il corrispondente da New York del quotidiano romano prova a spiegare le ragioni della disaffezione (eufemismo) degli americani nei confronti dei signori della Silicon Valley, e in particolare di Mr. Facebook Mark Zuckerberg.

Le grosse perdite subite in borsa negli ultimi dieci giorni da Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google (260 miliardi in totale, con il social network a guidare la retromarcia con un -15 per cento di valore) arrivano dopo anni – scrive Rampini – in cui «i ragazzi della Silicon Valley le regole se le sono scritte da soli», tanto da essere diventati per molti aspetti più potenti di qualunque paese del mondo reale. La causa di questa inedita ondata di diffidenza fotografata dai mercati non sono solo l’ascesa e il consolidamento dell’America trumpista, che in fondo ha sempre considerato i padroni di Big Tech come una banda di progressisti incalliti e infingardi. Anche gli stessi liberal, pare di capire leggendo oggi Repubblica, si stanno rendendo conto di avere sposato un po’ troppo in fretta e un po’ troppo superficialmente l’idea che la “rivoluzione digitale” avrebbe significato globalizzazione planetaria della democrazia. La visione era e resta suggestiva, certo, ma anche molto simile a un claim promozionale per grosse aziende dalle forti ambizioni. Eppure solo pochi mesi fa Zuckerberg era ancora l’eroe mitologico che avrebbe portato i democratici a battere Trump. Ricordate?

Da anni qui scriviamo in lungo e in largo che lo strapotere dei «ragazzi della Silicon Valley» va guardato con più cautele e meno entusiasmi. Abbiamo anche scritto che lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, tra le cause principali della recente malasorte di Zuckerberg e compagnia in borsa, non sarebbe di per sé nemmeno questo gran scandalo, e appare un po’ ingenuo (altro eufemismo) allarmarsi per il commercio dei dati degli utenti soltanto adesso che si è capito che il sistema potrebbe aver favorito la vittoria di Trump. Tuttavia, ben venga la sveglia generale, soprattutto tra le file progressiste, e complimenti a Rampini, il quale ogni tanto è assalito da intuizioni di un realismo davvero sorprendente. Non è la prima volta.

Leggere per credere:

«Qualcosa si è spezzato nell’idillio tra la Silicon Valley e Washington, e questo qualcosa ha a che vedere con Trump. Il tycoon edile viene da un’altra èra del capitalismo, non ha simpatia alcuna per la California (che votò quasi al 70 per cento per Hillary), inoltre ha dei conti personali da regolare contro Bezos in quanto editore del Washington Post, giornale d’opposizione. Di recente anche la sinistra ha raffreddato i suoi entusiasmi verso la Silicon Valley: per quanto i vari Zuckerberg, Cook e Bezos possano sostenere cause liberal (dall’ambiente ai matrimoni gay alle restrizioni sulle armi), non è bello stare dalla parte di chi non paga tasse, soffoca e intralcia la concorrenza, manipola le coscienze attraverso il “commercio della nostra attenzione”. Senza sottovalutare che all’interno della stessa California il modello dell’economia digitale ha moltiplicato le diseguaglianze sociali. (…) Intanto Zuckerberg cerca di limitare i danni (…). Facebook ha annunciato l’introduzione di una “pagina centrale” dove gli utenti potranno controllare i propri criteri di sicurezza e il livello di privacy che desiderano. Attualmente – a riprova dell’ipocrisia che regna ai vertici di Facebook – un utente che volesse rafforzare al massimo le difese della privacy, può essere costretto a visitare una ventina di settori diversi all’interno del social media. È un sistema disegnato perché gli utenti siano alla mercè del social media e delle sue scelte».

Foto boicottaggio Facebook da Shutterstock

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