Altro che compassione, lo vogliono morto

Prima l’Alder Hey acconsente a sospendere le procedure di fine-vita di Alfie per esaminare nuove opzioni. Poi chiama il giudice per applicare al più presto la sentenza

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Cosa diavolo sta succedendo all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool? Dopo l’intervento di Papa Francesco che auspicava fosse fatto «tutto il necessario» per Alfie Evans e che la «profonda sofferenza dei suoi genitori» fosse ascoltata, il 5 aprile il parlamentare europeo Steven Woolfe ha annunciato via Twitter che l’ospedale dove è ricoverato il bambino aveva accettato di sospendere il distacco dei supporti vitali per prendere in considerazione le alternative presentate, incluso il fatto che Alfie potesse ricevere cure in Italia. Il deputato e avvocato inglese ha raccontato a Radio City di Liverpool di aver fatto visita al bambino, parlato con alcuni funzionari dell’ospedale, incontrato i genitori e ha confermato di aver «ricevuto notizie davvero positive. Invece di porre fine alla vita di Alfie l’ospedale è disposto nelle prossime 24 ore non solo a rivedere le cure ma anche a verificare se il bimbo è in grado di viaggiare ed essere trasportato e accolto in Italia».

IL NODO DELLE CURE PALLIATIVE. Il riferimento è all’ospedale Bambin Gesù: da quanto si apprende proprio dalla sentenza del giudice Hayden che il 20 febbraio ha “condannato” Alfie al distacco dei supporti vitali, i medici dell’ospedale vaticano, nell’offrire la loro consulenza per la cura palliativa di Alfie e la disponibilità a realizzarla presso il loro ospedale, avevano prospettato come appropriato che venisse «eseguito un prolungato supporto ventilatorio con una tracheostomia chirurgica. Nutrizione e idratazione sono state fornite artificialmente da diversi mesi attraverso un tubo nasogastrico, ed è evidente l’indicazione di una gastrostomia» (Peg) per continuare questi due supporti vitali nel passaggio alle cure palliative che avrebbero accompagnato il paziente fino all’esito terminale della sua malattia, senza anticiparne la morte. Eppure i dottori dell’Alder Hey di Liverpool avevano sostenuto che mantenerlo in vita sarebbe stato «unkind, unfair e inhumane» (crudele, ingiusto e disumano), andando nella direzione di una concezione della palliazione dove analgesici e sedazione profonda verrebbero somministrati per evitare non il dolore della malattia bensì la sofferenza del piccolo data della sospensione dei supporti vitali (ventilazione, idratazione e nutrizione), «sospensione che risulterebbe la causa prossima del suo decesso anticipato attraverso un atto eutanasico omissivo», come ha bene spiegato don Roberto Colombo. Per quanto riguarda le terapie ad oggi somministrate al piccolo, è in corso un’altra diatriba medici e famiglia che chiede di sottoporre i piccolo a esami mai effettuati prima: ogni volta che viene ridotto il dosaggio del farmaco antepilettico con effetti sedativi somministrato in dosi massicce, Alfie riesce infatti a riprendere fiato da solo. Incassate le sentenze favorevoli dei giudici, i medici dell’ospedale avrebbero tuttavia proceduto il 6 aprile al distacco dei supporti vitali. Poi, la sera del 4 aprile, parla il Papa. E il giorno successivo il nuovo incontro, le notizie positive che rimbalzano ovunque.

LA BEFFA. E poi, cosa è successo? È successo, come ha raccontato la mamma del piccolo sulla pagina Facebook Alfie’s Army, che dopo l’incontro con l’Alder Hey, dove sono state presentate nuove prove e nuovo materiale – tra cui il parere di una compagnia specializzata nel trasporto aerei di malati che concorda col fatto che Alfie possa volare ed è disposta a imbarcarlo –, i medici alle quattro del pomeriggio hanno inviato nuovamente al giudice Hayden la richiesta di rimuovere i supporti vitali quanto prima. «Siamo usciti dall’incontro con la certezza che l’ospedale ci avesse ascoltato, in realtà ha agito alle nostre spalle ignorando tutto ciò che è accaduto ed è stato presentato in riunione. Ci avevano detto che avrebbero riesaminato le nuove prove e che fino ad allora avrebbero messo da parte discorsi sul fine vita». Quello che ha fatto l’ospedale è stato invece contattare il giudice senza farne parola con i genitori del bambino.

LA MOBILITAZIONE ITALIANA. «Abbiamo appena inoltrato alla direzione dell’Alder Hey Hospital e ai loro legali, la manifestazione di disponibilità da parte dell’Istituto neurologico “Carlo Besta” di Milano per una “second opinion” nell’interesse del piccolo Alfie. Attendiamo e speriamo in un riscontro. Tra poche ore dovrebbe pervenirci anche altra disponibilità analoga da parte del Bambin Gesù di Roma»: così l’avvocato Filippo Martini, segretario di Giuristi per la Vita, i legali italiani della famiglia di Alfie Evans, diramando un comunicato il giorno dopo l’allarme della mamma. Ma dall’ospedale di Liverpool nessuna reazione, solo l’urgenza di concordare il momento del distacco della ventilazione: «I tribunali hanno stabilito che le condizioni di Alfie sono irreversibili e non curabili e che continuare il trattamento non è nel suo migliore interesse. Cerchiamo sempre di raggiungere un accordo con i genitori sul piano di cure palliative più appropriato per il loro bambino, ma purtroppo, in questo caso, non siamo stati in grado di farlo. Di conseguenza, dobbiamo tornare all’Alta Corte, come legalmente richiesto, per ottenere indicazioni su una data in cui ritirare il trattamento da Alfie», si legge nella nota pubblicata sul sito.
L’ACCORDO IGNORATO. E proprio a Louise Shepherd, ceo dell’Alder Hey, Steven Woolfe ha indirizzato ieri una lunga lettera chiedendole di restare fedele alla parola data, citando nomi e cognomi del personale medico incontrato il giorno prima e le questioni che l’ospedale si era detto disponibile a prendere in considerazione. La prima riguardava la possibilità di accogliere un secondo parere di un nuovo consulente sulle condizioni fisiche di Alfie, che sembrano migliorate in seguito alla riduzione della somministrazione di sedativi e dovrebbero mostrare che il bimbo è clinicamente stabile. La seconda riguardava la possibilità di trasportare Alfie in Italia, cosa che potrebbe essere possibile ora che è stato identificata una nuova compagnia di trasporto aereo conforme ai protocolli dell’ospedale (sulla prima medici e giudici avevano espresso parere negativo). La terza chiariva che l’ospedale italiano avrebbe potuto fornire un secondo parere nonché opzioni di cura alternative se disponibili. Alfie ha un passaporto e il Papa è intervenuto per aiutarlo: di tutto questo non si poteva non tenere conto, scrive il deputato, precisando in seguito a queste nuove informazioni l’ospedale avrebbe tentato un incontro con i consulenti legali per esaminarli. «Ci siamo lasciati con l’idea che le procedura di fine vita di Alfie non sarebbero state condotte immediatamente e che l’opzione di un secondo parere medico sarebbe stata presa in considerazione in una riunione successiva». Accordo ignorato subito e al termine dell’incontro. 

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