Alla banda manettara mancava solo di spiare il Quirinale

Di cosa c’è da indignarsi in un paese dove i giornali che si fanno partito rivendicano la pubblicazione e l’uso politico delle intercettazioni come “diritto di informazione”?

La lupara mediatico-giudiziaria che ha fatto fuori i partiti di Prima e Seconda Repubblica adesso è puntata sul presidente Giorgio Napolitano. Mica male come corsi e ricorsi della storia. Quale storia? Quella che sta illustrando in retrospettiva le azioni compiute dai ministri dei governi Amato e Ciampi, rispettivamente degli anni 1992 e 1993, in tema di “trattativa Stato-mafia”. Tema “presunto”, come dice la nota pubblicistica. E anche leggendario. Se è vero, come è vero, che poi tutti i sospettati di accrocchio con i mafiosi, dai ministri ai carabinieri, dalle istituzioni ai politici, furono gli stessi che arrestarono Totò Riina, fecero leggi che decapitarono le cosche e per vent’anni non abbiamo più avuto stragi. Bene, dalla narrazione che insiste a far stormire le foglie di impresari mafiologi invecchiati con Placido e Camilleri, salta fuori che l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino è stato intercettato in ben otto telefonate a un consigliere del Quirinale. E che una lettera del presidente della Repubblica inviata al procuratore generale della Cassazione affinché curasse un certo coordinamento tra le varie procure sia stata anch’essa intercettata e interpretata come un tentativo di affossare le indagini. Scandalo e indignazione. Di qua, perché si è osato mettere in discussione la figura del capo dello Stato. Di là, perché, come diceva il “saggio” pm a cui si ispirano tutti i manettari d’Italia, «non ci sono innocenti, ma solo colpevoli che attendono di essere scoperti».

Ma di cosa c’è da scandalizzarsi in questa giostra che ci perseguita da un ventennio? Di cosa c’è da indignarsi in un paese dove i giornali che si fanno partito rivendicano la pubblicazione e l’uso politico delle intercettazioni come “diritto di informazione”? E vogliamo parlare dell’unica città al mondo che, dopo Hollywood, sembra non abbia altra impresa civile se non quella di produrre materiale giudiziario per l’industria cinematografica, letteraria e giornalistica? Se oltre ai professionisti dell’antimafia ci abitassero anche esperti di altri mestieri, a quest’ora Palermo probabilmente sarebbe Los Angeles invece che un’economia di sussistenza da indotto di una procura. A Palermo stanno ancora studiando il dna del bandito Giuliano. È compatibile con i resti fatti disseppellire dalle ordinanze dei magistrati, ma non si sa mai, meglio approfondire. A Palermo hanno appena riaperto le indagini (25 maggio 2012) sulla vicenda di un sindacalista assassinato nel 1948. Stranamente, però, non hanno ancora inviato un mandato di comparizione agli eredi dei generali Patton e Montgomery, rispettivamente comandanti della 7ª armata americana e dell’8ª armata britannica, che guidarono lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943, quando già nella relazione della Commissione antimafia presentata alle camere il 4 febbraio 1976 si denunciava il ruolo avuto dalla mafia nel «mettere a punto i necessari piani operativi per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell’esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia». Adesso i presunti “liberatori” usano le intercettazioni per insinuare il sospetto sul presidente della Repubblica e mettere in discussione le funzioni del Quirinale. Viene da chiedersi: ma si può andare avanti così? Come rinasce l’Italia se dopo vent’anni è ancora lì, inchiodata ai ricatti dei manettari e alle telefonate pubblicate sui giornali?