Ottimo l’accordo di pace, ma in Libia comandano le armi e i soldi. Non i politici

Le milizie che hanno il controllo di Tripoli hanno promesso di non fare entrare il nuovo governo di unità nazionale. A meno che non vengano pagate bene

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Il nuovo governo di unità nazionale libico vedrà mai la luce e potrà insediarsi a Tripoli? È questa la domanda che si fanno in tanti dopo l’accordo di riconciliazione raggiunto in Marocco, a Skhirat, la settimana scorsa dai governi rivali di Tripoli e Tobruk e da altre importanti fazioni sul territorio nazionale.
Anche se i negoziatori hanno firmato l’accordo proposto dal nuovo inviato delle Nazioni Unite, Martin Kobler, che ha preso il posto di Bernardino Léon, il Parlamento legittimamente eletto e quello islamista l’hanno rigettato, come già successo altre volte in passato.

LE TAPPE. L’intesa prevede la nascita di un comitato di presidenza composto da sei personalità indicate dall’Onu e guidato da Fayez Sarraj. Il comitato dovrà formare la lista dei ministri che costituiranno il nuovo governo, il quale entro 40 giorni si insedierà a Tripoli. Peccato che nella capitale libica non comandino i politici, ma le fazioni armate.

COMANDANO LE MILIZIE. Proprio queste, secondo il Libya Herald, si sono opposte all’entrata a Tripoli del nuovo governo e hanno organizzato una manifestazione di protesta nella piazza dei Martiri. C’è però un dettaglio, raccontato dal giornale libico, che fa ben capire qual è la situazione sul campo in Libia e chi comanda. Dopo essersi opposte al nuovo governo, alcuni membri del comitato di presidenza hanno rivelato che quasi tutte le milizie che hanno il controllo della capitale si sono presentate offrendo i propri servigi al nuovo governo in cambio di una somma maggiore rispetto a quella percepita ora. Se da un lato, si apre così uno spiraglio per la pace, dall’altro si comprende che fino a quando il potere reale sarà nelle mani delle milizie, ogni colloquio di pace rischia di essere inutile.

Foto accordo di pace Ansa/Ap
Foto milizie Ansa


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