A qualcuno interessa se i docenti passano dalle paritarie alle statali?

Cosa resta della battaglia sulla libertà d’educazione che per decenni è stato uno dei nodi cruciali su cui la Chiesa ha molto insistito? Non sarebbe il caso di dibatterne pubblicamente?

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Caro direttore, sono un docente di una delle tante scuole medie paritarie che sono nate nel corso degli anni Ottanta nel solco dell’esperienza educativa di don Luigi Giussani. In questi giorni si ritrovano i collegi docenti per programmare l’inizio dell’attività e, come ormai da alcuni anni a questa parte, accade che alcuni professori lascino il collegio per passare all’economicamente più remunerativo posto fisso nello Stato. Ovviamente questa è una decisione personale, come dar torto al collega con cinque figli che va a cercare un lavoro meglio pagato e meno gravoso dal punto di vista del tempo da investire settimanalmente?
Purtroppo, però, c’è una evidenza: le scuole paritarie stanno lentamente depauperandosi della loro vera grandezza: i docenti validi e soprattutto i docenti con una visione comune del proprio compito educativo. Chiariamo: come in moltissime scuole anche in quella in cui insegno i docenti hanno diversa formazione personale, sensibilità e storia, ma è innegabile che, almeno per le paritarie di ispirazione cattolica, c’è una comunanza di ideale che detta il “clima” dell’istituto e il suo indirizzo. È chiaro che per la sua stessa natura una scuola statale non possa avere la stessa proposta unitaria. Sia chiaro: non parlo di professori migliori o peggiori, ma di ideale comune da proporre ai ragazzi.
Oggi purtroppo si assiste a questo assurdo: docenti che imparano ad insegnare nelle scuole paritarie che dopo tre-quattro anni (la vera e propria gavetta), quando ormai sono docenti fatti e finiti, lasciano la scuola (spesso chiamati ai primi di settembre con enormi difficoltà di sostituzione da parte dei dirigenti). È come se dopo il tirocinio in un’azienda un operaio ormai formato se ne va di punto in bianco alla concorrenza.
Sento e vedo questa situazione da alcuni anni: purtroppo andando avanti di questo passo le scuole paritarie andranno lentamente (o velocemente) a morire, soffocate da un turn over troppo rapido dei docenti più validi.
Sappiamo di essere in un contesto storico particolare, dove la presenza di insegnanti validi nel contesto delle scuole statali è indispensabile, mi rendo conto che lo stesso don Giussani è partito da una scuola statale di Milano; la domanda però è questa: cosa fare dell’esperienza delle scuole paritarie? Cosa resta della battaglia sulla libertà d’educazione che per decenni è stato uno dei nodi cruciali su cui la Chiesa ha molto insistito? Non sarebbe il caso di dibatterne pubblicamente?
Tommaso Tornaghi, scuola secondaria di secondo grado Kolbe Lecco
Caro Tommaso, hai ragione da vendere. C’è una premessa da fare: le scuole paritarie, d’ispirazione confessionale o meno, in Italia sono scandalosamente penalizzate da uno Stato scemo e occhiuto. Non staremo a ripetere la storia della legge 62/2000, del costo standard, della differenza tra quanto costa un alunno allo Stato se frequenta gli istituti paritari o quelli statali. Non staremo a ripetere cioè ciò che questo giornale dice da quando è nato: pubblico non significa statale e l’educazione di Stato non è così “neutrale” come la si vuole presentare.
C’è una discriminazione subita dalle famiglie (che pagano le rette due volte, alla paritaria e con le loro tasse) e c’è una discriminazione subita dai docenti degli istituti non statali. Perché, ad esempio, a loro la Carta del docente (il bonus insegnanti da 500 euro) non è concessa? Per quel che mi riguarda, io il bonus non lo darei a nessuno: ma se tu, Stato, lo dai a tutti gli insegnanti, perché a quelli delle paritarie no?
Tu, caro Tommaso, tocchi un altro punto della questione che mi pare fondamentale. Ho anche io amici che, per una pura ragione economica, sono passati dalle paritarie alle statali. Come rimproverarli? Se hai cinque figli e devi pagare le bollette, c’è poco da stare a discutere: qualche cento euro in più fa comodo e il posto è più sicuro. Ho anche altri amici che, al contrario, non avendo problemi economici, hanno potuto permettersi di continuare a lavorare nelle paritarie. Se gli insegnanti fossero “davvero” tutti uguali questo non dovrebbe accadere. E, invece, accade, purtroppo.
Dunque, che fare? Due cose, secondo me.

  1. Non lasciare cadere la richiesta di un’effettiva parità. Organizzare manifestazioni, convegni, scrivere sui giornali. Si deve sapere che è in atto una discriminazione e non bisogna stancarsi di ripeterlo. Le cose non si aggiustano per magia, le cose si aggiustano se qualcuno si dà da fare per metterle a posto. Tra l’altro – ma spero di sbagliarmi – con questo governo non si annunciano periodi facili per le paritarie. Prepariamoci.
  2. Ricordarsi che una scuola paritaria è “un’opera” e un’opera o è visibile o non è. È vero che un insegnante può testimoniare la sua fede sia nelle paritarie sia nelle statali. Ma che ci siano scuole che hanno una certa impostazione culturale e che la rivendichino, non è scontato. Come le idee non si propagano solo per libri e teoremi, ma attraverso esempi e gente che le incarnano, così una certa idea di uomo, di libertà, di fede non si trasmette solo perché è giusta, ma servono persone che si uniscano, che ci mettano dei soldi e del tempo, che tirino su scuole con i chiodi e col martello. Una fede che non abbia una dimensione pubblica e sociale, ma sia ridotta a una pur eccezionale testimonianza individuale è una fede che perde uno dei suoi connotati più importanti: la visibilità pubblica. Cioè la possibilità che tutti possano vedere che alcuni si sono messi insieme per un ideale più grande dei loro errori e delle loro capacità.

Foto Ansa

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