A chi la censura antifascista? A noi!

Da Enrico Rossi fino a Laura Boldrini passando per il ministro Orlando, si fa largo un pensiero che che non ammette dissensi al pensiero (unico). È il razzismo degli antirazzisti

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C.sinistra: Rossi, primarie non sono punto fondamentale

Roma non rivendica l’impero, soprattutto perché se impero esiste è quello di chi si affatica a rivendicare il monopolio delle virtù. Prendiamo il governatore toscano Enrico Rossi, «Non possiamo essere la sinistra dei fighetti e dei saputelli, di quelli che fanno i riformisti senza mai confrontarsi col popolo, con i lavoratori – tuonava al Tirreno nel 2009 –. La sinistra non può chiudersi nei palazzi del potere e smettere di parlare di giustizia, di eguaglianza e di progresso: se lo fa, che sinistra è?». Appunto. Bollettino regionale del 29 agosto: «La nostra agenzia d’informazione tutti i giorni passerà in rassegna stampa, tv, radio, siti web per vedere se ci sono violazioni alla legge Scelba che vieta l’apologia di fascismo e alla legge Mancino che vieta l’odio razziale e religioso. Se ci saranno sospetti, li invierà alla nostra Avvocatura, la quale, per tutelare la Costituzione e il buon nome della Toscana sporgerà denuncia alle procure dove si sono verificati i fatti».

Dopo le contestazioni al parroco pistoiese don Biancalani e il caso del docente a Carrara che ha pubblicato una sua foto con la bandiera della Repubblica di Salò, il presidente della Regione battezza dunque un “Osservatorio sui nuovi fascismi” e investe i giornalisti di Toscana Notizie (ma l’appello è anche ai cittadini, «rivolgetevi a questa agenzia se avete notizie di queste violazioni di legge») del compito di fare gli spioni, cioè di fare esattamente quello che facevano i collaboratori del famigerato Minculpop. In una sorta di nemesi che oggi come ieri trasforma gli antifascisti e i loro metodi nel più fascista dei modi. Cambia solo l’arruolamento, alla fine nascondere un governo di ispezione nelle pieghe del web grazie alla collaborazione dei sorvegliati è lo sport nazionale della sinistra che affida al pregiudizio democratico di internet e all’allarme neofascismo la propria speranza. Prendete il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quest’estate ha fatto sapere di avere dato vita ad un tavolo di lavoro con 51 organizzazioni non governative con il compito di monitorare e vigilare l’informazione in rete. Tra queste l’Associazione 21 luglio, l’Unione delle comunità islamiche italiane, la Confederazione islamica italiana, la Comunità religiosa islamica italiana, il Centro islamico culturale d’Italia, Arcigay, Arcilesbica, Rete Lenford, circolo Mario Mieli, associazione Gaynet, circolo Pink di Verona. E tanti auguri ai nemici della sharia e agli amici di Massimo Gandolfini.

Quale credibilità il governo possa attribuire a segnalazioni che, lungi da essere “imparziali” sono frutto del lavoro di parte delle associazioni militanti filogay, filoislamiche, filoarcitutto, lo si capisce ripassando i contenuti della relazione finale della Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio voluta e presieduta da Laura Boldrini. Che dopo 14 mesi di lavoro ha depositato alla fine di luglio un documento che sancisce l’esistenza di una sorta di relazione scientifica tra uso di un vocabolario stereotipato e l’omicidio contro donne, gay, immigrati e altre religioni: è la cosiddetta “piramide dell’odio”, costruita su quattro gradini, il primo occupato dagli stereotipi che generano discriminazioni che generano linguaggio d’odio che genera crimini d’odio. E così, per abbattere la violenza e salvarci tutti, la commissione ha stilato 56 «raccomandazioni per prevenire e contrastare l’odio» rivolte a governo, Ue, media, giornalisti, associazioni. Tra queste, «approvare alcune importanti proposte di legge all’esame delle Camere, tra cui quelle sulla cittadinanza e sul contrasto dell’omofobia e della transfobia», «rafforzare nelle scuole l’educazione di genere», istituire «un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione», «rafforzare il mandato dell’Unar». Che nesso ci sia tra il contrasto ai discorsi di odio e le opinioni stigmatizzate dalla relazione della Commissione ancora non si è capito: indicare come dati allarmanti, come riporta il documento, che «il 48,7 per cento degli intervistati ritiene che, in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani» o che «il 49,7 per cento ritiene che l’uomo debba provvedere alle necessità economiche della famiglia e che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche», è esprimersi con un linguaggio «ostile e banalizzante» da potenziale omicida, o esprimere un’opinione che per quanto non condivisibile è ancora legittima? «Siamo andati oltre la par condicio tra razzismo e antirazzismo: ha vinto il razzista. E questo ci deve far riflettere: la nostra Costituzione dice un’altra cosa. Siamo oltre quello che dice la nostra Costituzione», dice Laura Boldrini che alla ripresa dei lavori a settembre intende depositare una mozione sul modello della Dichiarazione dei diritti e dei doveri in Internet. Siamo andati oltre: infatti, l’articolo 21 della stessa Costituzione, dovrebbe garantire libertà di pensiero, di parola, di scrittura e di stampa. “Vietato odiare”, in altre parole, non è ancora stato scritto da nessuna parte, non siamo in 1984, e se dalle parole si passa al crimine esistono leggi per punirle, tra le altre le tanto citate da Enrico Rossi leggi Scelba e Mancino.

È il nuovo razzismo degli antirazzisti, il sospetto che tutto ciò che non è capito finisce per disertare l’arena del confronto tra le idee depurate dagli slogan e dalla patenti di preventiva stigma sociale, per venire archiviato in una cartella messa in fondo a destra sul desktop. Un contenitore onnicomprensivo di fenomeni archiviato di default alla voce “fascismo” nella misura in cui non superano la conformità all’opinione di una sinistra che ambisce a farsi unico pensiero attraverso temi di intrattenimento social.

«Lavoreremo perché a tutti gli studenti toscani, al compimento dei sedici anni, sia consegnata una copia della Costituzione», conclude Enrico Rossi, lanciando un appello al popolo di quelli che non vogliono più odiare. E che spandono il loro amore come ai tempi della Gestapo.

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