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Zola: «Scola chiede a tutti i milanesi una grande risposta di libertà»

settembre 27, 2011 Carlo Candiani

Giuseppe Zola, già assessore e prosindaco a Palazzo Marino e amico del nuovo arcivescovo di Milano card. Angelo Scola, ricorda i capannelli, «esempio di democrazia sostanziale», descritti da Scola: «Ha indicato un metodo a Milano, ci ha dato una responsabilità, magari solo quella di vivere la piazza del Duomo in modo diverso da come la viviamo ora»

«Quando all’inizio degli anni ’60, chiamato dal card. Colombo ad occuparmi della Fuci, ho cominciato a venire in Duomo, mi colpì la consuetudine dei milanesi a riversarsi verso sera in piazza. Si formavano decine di capannelli che discutevano dei più svariati argomenti. Il ricordo di questa usanza si è sedimentato in me come una felice espressione di democrazia sostanziale che nasce dal basso e si sviluppa nel confronto e nello scambio». Questo è stato tra i passaggi conclusivi del saluto al capoluogo lombardo, prima dell’augurio «Milano, non perdere di vista Dio», del nuovo arcivescovo della diocesi, card. Angelo Scola.

«Ero un giovane milanese al tempo ed effettivamente quei capannelli li ho visti – ricorda per Radio Tempi, l’avvocato Giuseppe Zola, già assessore e prosindaco a Palazzo Marino – e il card. Scola non ha ne ha parlato per nostalgìa, non mi sembra il tipo, ma per additare a tutta la città un metodo di vita che metta in relazione i cittadini tra di loro. Ha indicato un esempio storico, non intellettualistico ma concreto, prendendo come esempio luoghi in cui avveniva un dialogo appassionato: erano decine i gruppi, situati soprattutto verso l’entrata della Galleria, nei quali si dialogava appassionatamente di politica, di amministrazione comunale, dai fatti di cronaca allo sport. Mi fermavo anch’io, giovane liceale, in mezzo a tanta gente adulta e mi affascinava il loro confrontarsi. Ora i giovani sembra che dialoghino nei pub, durante gli happy hour ma domina una banalità spaventosa, tentando di vincere la noia. E’ forse un invito, quello del cardinale, a rimettere in moto luoghi che riprendano quella tensione umana al dialogo.

Di che cosa ha bisogno Milano per “non perdere di vista Dio”?
Stranamente, o forse no, questa frase è stata silenziata nelle cronache dei media. Innanzitutto, io penso abbia invitato a non perdere di vista il punto sintetico di ogni dialogo, il significato ultimo, che il cristiano chiama Dio; e per non perderlo di vista occorre essere sinceri con se stessi. A Milano occorre un grande atto di sincerità collettiva, che è scomparsa in questi tempi, vinta dall’ipocrisìa. Tutti si lamentano. Il cardinale, alla fine dell’omelia, ha detto ai milanesi: per favore ubbidite, di fronte a Dio risponderò io, ma voi seguite, ubbidite, sulla strada del dialogo e della sincerità. E fatelo senza lamentarvi. Ci ha dato un compito, una responsabilità, magari solo quella di vivere la piazza del Duomo in modo diverso da come la viviamo ora.

Lei ha conosciuto il nuovo arcivescovo di Milano da giovane, può farne un ritratto?
Angelo Scola era un giovane molto acuto ed insieme molto deciso, quello che capiva cercava di metterlo immediatamente in atto. Io me lo ricordo così e dopo il Pontificale di domenica mi sono accorto che a quei tratti si è aggiunta una grande autorevolezza con la quale spiega le cose in maniera convincente e chiede a noi di rispondere non da pecore ma da uomini veri. Nella sua omelia ha usato la parola libertà e sono sicuro che, come lo chiedeva a noi suoi amici in gioventù, chiederà una grande risposta di libertà da parte di tutti.

Ascolta l’intervista integrale
[podcast pid=24/]

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