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Voi non sapete chi è Putin

ottobre 1, 2017 Gennaro Sangiuliano

Bistrattato dalla narrazione giornalistica, il presidente russo è l’uomo che ha saputo risollevare una nazione distrutta da settant’anni di totalitarismo

putin ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando nell’estate del 2015 l’Isis ha conquistato Palmira, tesoro archeologico dell’umanità, spargendo morte e distruzione di beni di inestimabile valore, i benpensanti occidentali hanno tuonato allo scandalo per questo scempio. Hanno espresso la loro pubblica indignazione. Ma al di là delle parole non è accaduto nulla di concreto. È toccato ai militari russi, su precisa volontà di Vladimir Putin, restituire Palmira alla civiltà, evento consacrato dal concerto dell’orchestra sinfonica di San Pietroburgo diretta dal celebre compositore Valery Gergiev.

In Siria oggi la Russia è l’attore principale, grazie ad essa è stato restituito alla libertà il 70 per cento del territorio posseduto dall’Isis. Su molte vicende del nostro tempo i fatti sembrano aver dato ragione a Putin. L’Occidente definì brutale l’intervento russo in Cecenia: ora che i ceceni si sono dimostrati i più feroci tagliagole, avanguardie del sedicente Stato islamico in Siria e in Iraq, molti analisti convergono nel ritenere che forse Putin ha evitato l’insorgere di un pericoloso califfato nel Caucaso. Allo stesso modo, va riconsiderata la posizione di Putin che, nel 2003, non volle aderire all’operazione per spodestare Saddam Hussein in Iraq, giudicandola avventata.

Personaggio controverso, come tutti coloro che sono destinati a lasciare un segno, Vladimir Vladirimovič Putin è indubbiamente un protagonista del nostro tempo. Anzi, le ultime vicende di politica internazionale ne hanno rilanciato il ruolo nello scacchiere geopolitico globale. Eppure, la narrazione giornalistica del leader russo ha spesso risentito di stereotipi, di valutazioni superficiali, prive di riscontri sul piano storiografico. Il personaggio Putin, invece, non può essere disgiunto dalla storia passata e recente della Russia, dai settant’anni di comunismo sovietico, dalla caotica fase di dissoluzione dell’impero, dai gravi pericoli che lo sfaldamento dello Stato genererà con il riemergere di antichi nazionalismi etnici.

La convinzione comune è quella che la sua vita sia avvolta da un alone di mistero, alimentato soprattutto dal suo passato di ufficiale del temibile Kgb, il servizio segreto dell’era sovietica e, probabilmente, l’unico apparato veramente efficiente nella lunga era comunista. Putin è forgiato da questa esperienza, ne resterà impregnato per tutta la vita ma è anche l’ambito in cui matura una diversa sensibilità, aperture e conoscenze del mondo esterno, a cominciare dalla superiorità dell’economia di mercato.

Per comprendere a fondo questo indubbio protagonista del nostro tempo non si può prescindere dalla sua vicenda biografica, poco nota ma decisiva per coglierne il tratto psicologico e umano. Putin nasce nel 1952 nella Leningrado rasa al suolo dalla guerra e dal tragico assedio nazista, costato quasi un milione di morti. Il padre, eroe di guerra, era stato gravemente ferito, la madre aveva subito danni fisici irreversibili e soprattutto la coppia aveva perso per gli stenti della fame un figlio, Victor, un fratello che Vladimir non conobbe mai.

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La sua è un’infanzia dura: piccolo di statura, gracile, biondiccio ma dotato di grande determinazione nel carattere, oltre che di intelligenza. Lui stesso in alcune interviste si autodefinirà un “hooligan” pronto alle risse di strada.Una volta un bullo grande e grosso picchiò duro l’amico di giochi di Putin, nessuno intervenne perché avevano paura. Vladimir Vladirimovič non c’era, gli fu raccontato al ritorno da scuola. Volodja (così la madre chiamava Putin) era più piccolo di due anni e di stazza di gran lunga inferiore al bullo violento. Lo attese nel cortile. Gli altri ragazzi erano increduli. Gli saltò al collo, con calci, pugni, colpi di gomito, testate. Lo stese e lo finì di pestare. Da quel giorno le gerarchie nel cortile cambiarono. Il prepotente finì di molestare. Tuttavia, non è un teppista, fa a botte ma eccelle negli studi, è il primo della classe in molte materie, apprende giovanissimo il tedesco. Passa a praticare lo judo, dove diventa cintura nera del terzo dan e campione della città di Leningrado.

La famiglia è comunista, il nonno è stato il cuoco personale prima di Lenin poi di Stalin, il padre ha combattuto nell’Nkvd, le truppe più fedeli al partito; la madre, però, lo battezza di nascosto e lui si fa cacciare dai “pionieri rossi”, i balilla del regime sovietico, perché insofferente. A tredici anni, la prima svolta: nasce in lui l’idea di arruolarsi nel Kgb. Lo suggestionano le avventure di un James Bond sovietico protagonista del libro Lo scudo e la spada, diventato in Urss anche una fortunata serie televisiva. Questa aspirazione lo spinge ad impegnarsi ancor più negli studi fino ad entrare nell’ambita facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Leningrado. I servizi segreti e le università sono di solito appannaggio dei figli della nomenklatura mentre il padre di Putin, dopo la guerra, è un operaio e la madre un’inserviente. Vi accede per la determinazione e il carattere di acciaio che sorprendono i suoi esaminatori.

«Una Nigeria senza neve»
Gli anni più importanti di servizio nel Kgb li trascorre a Dresda, città industriale della Ddr. Al momento del crollo del Muro e della dissoluzione del regime della Germania Est, la sede del servizio segreto russo, nota a tutti, viene circondata dalla folla. Gli agenti cekisti che temono il linciaggio chiedono aiuto ai militari dell’Armata Rossa ma nessuno risponde all’appello. Putin arma i suoi e decide di scendere da solo tra folla, riuscendo a convincere i manifestanti ad andar via.

Con la fine del Patto di Varsavia torna a Leningrado, riprende gli studi per conseguire un dottorato di ricerca e diventa l’uomo di fiducia di Anatolij Sobčak il primo sindaco democratico di Leningrado. Al momento del tentativo di golpe contro Gorbaciov per tentare una restaurazione militare comunista, Vladimir Putin non solo fa la scelta di campo giusta ma è determinante per evitare sia l’arresto dei leader democratici, sia che Leningrado finisca nella mani dei golpisti. Organizza una milizia armata e crea per Sobčak un centro di comando in un sotterraneo di una fabbrica militare.

Con la definitiva dissoluzione dell’Urss la sua ascesa è rapida quanto sorprendente: diventa capo dell’amministrazione del Cremlino, direttore dell’Fsb, l’ex Kgb, poi primo ministro della Federazione Russa, quindi presidente dopo le elezioni del 2000, succedendo a Boris Eltsin.

Putin mette fine ad una delle stagioni più cupe della politica russa, nessuno oggi ricorda più gli omicidi eccellenti del procuratore speciale Jurij Keres e del viceprefetto di Mosca Petr Birjukov. Ma la Russia dell’epoca era un sistema mafioso diffuso, finanche Sergey Brin, il giovane matematico russo che ha inventato Google, definì la Russa dell’epoca eltsiniana «una Nigeria senza neve».

Uno dei meriti di Putin è di aver stroncato il circolo vizioso oligarchico mafioso, che come un’idrovora risucchiava le ricchezze energetiche del paese, in combutta con alcuni poteri finanziari occidentali, trasferendo milioni di dollari nei forzieri della Svizzera e di Londra. Michail Borisovič Chodorkovskij, uno dei più potenti oligarchi dell’epoca, fu condannato per riciclaggio e addirittura invischiato in un caso di omicidio.

Nastrino zarista e inno sovietico
L’intellettualità occidentale appare sospettosa verso la prassi e la sostanza politica del leader russo ma molti giudizi affrettati non tengono conto del contesto storico: la Russia è una nazione dove, fino ad un secolo e mezzo fa, c’è stata una forma di vera e propria schiavitù legale di donne e uomini, la famigerata servitù della gleba, abolita solo nel 1861 dallo zar riformatore Alessandro II. Una nazione passata dall’autoritarismo zarista a quello bolscevico, che ha fatto milioni di morti in nome del comunismo, che ha devastato l’economia ed eletto la miseria a prassi.

Putin è riuscito a riplasmare un’identità in cui molti possono ritrovarsi: essa tiene insieme lo stemma e il nastrino zarista, l’inno sovietico con la vecchia musica e nuove parole, la bandiera che fu quella di un breve periodo democratico. Pezzi di storia, una volta antitetici, messi insieme. Un’operazione alla quale i politologi russi hanno dato il nome di «rinascimento nazionale e tradizionale». Per lo scrittore e filosofo Aleksandr Zinov’ev rappresenta il «primo serio tentativo della Russia di resistere all’americanizzazione e alla globalizzazione», per il liberale Sergej Kovalëv «un’alternativa alla restaurazione comunista e all’incompetenza dei democratici».

La storia politica e personale di Vladimir Putin merita di essere conosciuta perché intensa. Il personaggio è lontano dall’essere storicizzato, la sua attualità è viva, pronta a riservare sorprese. Tuttavia, è un fatto che la Russia sia ridiventata una grande protagonista della geopolitica globale recuperando il ruolo perso dopo il crollo dell’Urss.

Foto Ansa

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