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Voglia di bipolarismo saltami addosso. Ma piano coi funerali al populismo

giugno 13, 2017 Alessandro Giuli

Suggerisco invece di verificare le ragioni per le quali il centrodestra berlusconiano si mostra di nuovo in forma smagliante

Beppe Grillo all'uscita dell'hotel in cui alloggia a Roma, 20 giugno 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Anticipiamo l’editoriale del prossimo numero del settimanale Tempi in edicola da giovedì 15 giugno (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il momento più alto delle amministrative è stato quando Leoluca Orlando si è paragonato a Emmanuel Macron. Lui, l’eterno sindaco di Palermo per mancanza di controprove, il mandarino del millennio scorso con il doppio degli anni rispetto al giovane presidente che ha sbancato l’assemblea parlamentare francese. But that’s it folks, per dirla nella lingua delle macronettes italiane.

Tutto è lecito a urne appena chiuse. Viene facile agli avversari di Beppe Grillo intonare un canto funebre di vittoria: votati all’autolesionismo tribale, i Cinque Stelle hanno dimostrato una spettacolare insipienza politica nelle loro città roccaforte come Genova (tre candidati di area pentastellata, due dei quali fuoriusciti) e Parma (dove l’uscente e scomunicato Pizzarotti va al ballottaggio dopo aver realizzato il programma di Beppe Grillo). Ciò detto, piano coi funerali: la notizia della morte populista è ampiamente prematura. Suggerisco di verificare invece le ragioni per le quali il centrodestra berlusconiano si mostra di nuovo in forma smagliante. L’elettorato nazional-conservatore sta finalmente uscendo dalla latenza dell’astensionismo, e si mostra ricettivo laddove il “populismo costituzionale” e inclusivo del Cav. diventa un magnete per riaggregare il meglio della Lega e della destra post aennina. Lo ha spiegato Berlusconi medesimo, su Libero, nel giorno del voto: siamo europeisti, ma la nostra è l’Europa dei popoli e non dei burocrati. Sembrava di ascoltare le parole di Giorgia Meloni. È lo stesso messaggio veicolato su Tempi una settimana fa dal resipiscente Alessandro Di Battista, corrisponde grosso modo alla proposta culturale di Macron e dei suoi epigoni come Matteo Renzi. In poche parole: il grande sconfitto di questi giorni non è il sovranismo, non è la difesa identitaria degli Stati nazionali assediati da povertà e immigrazione incontrollata, abbandonati a se stessi da Bruxelles. Il perdente vero è l’eurofobia lepenista ovvero l’idea di disarticolare, anziché riformularle, le radici e l’unità monetaria del Vecchio continente; un progetto al quale è giusto e conveniente opporre la contronarrazione imbracciata anche da Macron: se andiamo dietro ai pifferai dell’egoismo no-euro, ci ritroveremo tutti poveri e soli, in balìa di potentati stranieri più forti e organizzati di noi.

Se nel dicembre scorso l’allora premier Renzi non avesse sacrificato il doppio turno dell’ormai defunto Italicum sull’altare di una riforma costituzionale vocata alla sconfitta, oggi sarebbe più facile dare forma compiuta e sistemica alla rinnovata voglia di coalizioni a vocazione maggioritaria, il tripolarismo italiano viaggerebbe sui binari della semplificazione e della governabilità che già così bene funzionano nelle elezioni comunali. Qualcuno rimpiange il Mattarellum, quel misto di uninominale corretto che ha portato Berlusconi a realizzare in Italia la democrazia dell’alternanza. Che ci sia una seconda occasione per i politici coccodrilli?

La nostra opinione resta la stessa: in politica è preferibile andare fino in fondo nell’errore piuttosto che ondeggiare nell’indecisione. Andrebbe perfino bene una legge proporzionale pura per una legislatura costituente; andrebbe ancora meglio un robusto sistema maggioritario ma senza furbeschi premi di maggioranza esposti alla ghigliottina della Consulta.
E in ogni caso viva l’Europa dei popoli sovrani, finché esistono.

Foto Ansa

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