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Vivere in Italia al tempo delle code alle poste, delle scartoffie e delle supercazzole fiscali

novembre 18, 2013 Mattia Feltri

Come abbiamo potuto ridurre la grande cultura occidentale a questo insopportabile supplizio burocratico? (Se serve aria fresca fatevi un giro su mollotutto.com)

Ho capito che eravamo perduti una ventina d’anni fa. Col mio Maggiolino Volkswagen bianco presi un semaforo rosso e un agente della polizia urbana mi fermò. Non c’era discussione. Mi scusai e chiesi di conciliare. I più giovani o neopatentati non sanno di che cosa io stia parlando. Magari si sono imbattuti in qualche vecchio film, dove il vigile pone la domanda all’automobilista preso in fallo: «Che fa? Concilia?», e non ci hanno capito nulla. Significa(va) pagare subito la multa, lì per lì. Il vigile ti dava una ricevuta e faccenda chiusa. Siccome detesto le scartoffie e le trafile, anticipai il tema: «Posso conciliare?». L’agente mi guardò storto e rispose brusco: «Non sa che non è più possibile?». Per una volta nella vita ebbi la risposta pronta: «No, non lo sapevo. Si vede che non prendo multe da un bel po’». Lui sorrise. Mi spiegò che la prassi era stata abolita perché qualche vigile disonesto si intascava la somma. Presto mi sarebbe arrivato un modulo a casa e con quello sarei andato a saldare in posta.

Ecco, eravamo perduti. Ci eravamo rovinati con le nostre mani. Adesso arriva il postino a casa. Se non ci sei ti lascia il biglietto azzurro o giallo. Il biglietto ti dice di andare in posta a ritirare la raccomandata. Ci vai. Fai la fila. La raccomandata dice che hai preso la multa. Dice che tre mesi prima hai parcheggiato in divieto di sosta nella tal via, o che andavi a 57 chilometri orari in centro abitato dalle parti di Forlì. Non ti ricordi nemmeno di esserci stato, a Forlì, né di conoscere la via in cui ti è imputato il divieto di sosta. In ogni caso, deve rimetterti a fare la fila per pagare. Spesso ti sei scocciato. Dici: torno domattina. L’indomani la fila parte da fuori l’ufficio postale. Il giorno successivo avevi già fissato il tennis, o magari avevi promesso alla zia di portarle le medicine. E così ti arriverà un’altra raccomandata. È la vecchia multa più la maggiorazione. Ti viene voglia di sparare.

La nostra esistenza non è scandita dalle stagioni, dal calendario liturgico, dal canto del gallo, ma dalle scadenze burocratiche. Ogni tanto il telefonino fa bip-bip. Mi avverte che entro una settimana devo pagare i contributi della bambinaia. Mi arriva la mail del commercialista: devo pagare la differenza dell’addizionale Irpef perché il trasferimento del domicilio fiscale è fallito per l’ennesima volta, in qualche misterioso passaggio da ufficio a ufficio, da scrivania a scrivania. Proprio in questi giorni, per i lavoratori autonomi, è cominciata una delirante maratona di adempimenti fiscali che non si chiamano soltanto Ires e Irap ma sono anche imposte di bollo, dichiarazioni integrative, comunicazioni delle operazioni rilevanti ai fini Iva, comunicazione all’anagrafe tributaria di contratti stipulati con le società di leasing, adempimenti contabili con registrazione anche cumulativa. Ci sono capolavori di surrealismo: «Imposta sostitutiva sulle plusvalenze e sugli altri redditi diversi di cui alle lettere da C-bis) a C-quinquies del comma 1 dell’art. 67 del Tuir». Solo le addizionali – termine ultimo 15 novembre – sono ventiquattro.

In realtà non so di che cosa sto parlando. Non ci capisco nulla: copio dal sito dell’Agenzia delle Entrate. Sentite questa: «Persone fisiche titolari di partita Iva che rateizzano e che hanno effettuato il primo versamento entro il 17 giugno: versamento 6° rata primo acconto 2013 e saldo 2012 dell’Addizionale Comunale all’Irpef». Ci sono le ritenute, le cedolari secche, le imposte sostitutive come la «imposta sostitutiva su ciascuna plusvalenza o altro reddito diverso realizzato in regime di risparmio amministrato». Alla voce “altro” sale un desiderio irresistibile di Prozac: Ivie, Ivafe, rate di creditori pignoratizi, redditi soggetti a tassazione separata, negoziazioni ad alta frequenza; totale, 44 voci.

L’incubo del numero verde
Quattro anni fa abbiamo fatto l’ultimo trasloco. Mia moglie mi avvicina con gli occhi iniettati di sangue. È sconvolta dal terrore. Mi dice: «Amore, le volture le fai tu!». Il dolore mi paralizza, pietrificato in un attonito silenzio non riesco a obiettare nulla. Ok, mi metto lì. Numero verde. Col numero verde del gas digito quello che devo digitare, in tre passaggi parlo con una gentile signora e in capo a un quarto d’ora l’operazione è fatta. Mi sento una farfalla. Tutto qui? Vedi che le cose migliorano?

Mi metto col numero verde dell’elettricità. Al secondo passaggio la linea cade. Riprovo, uguale. Quattro, cinque volte, non cambia nulla. Finalmente trovo la linea: squilla per un po’ e non succede niente. Dopo qualche giorno decido di andare alla sede centrale. Devo prendere un numerino. Ma dovrò fare la fila che adesso è ad A122, la fila che adesso è a 13/H o la fila che adesso è a QR3? Le delucidazioni allo sportello centrale. Fila allo sportello centrale. Fila allo sportello di competenza e a fine mattinata la voltura è completata. Devo aspettare che arrivi a casa la prima bolletta e poi potrò fare la domiciliazione in banca.

La bolletta non arriva. Chiamo il numero verde. Vabbè, lasciamo stare. Dopo due tentativi, chiamo il capo ufficio stampa. Nessun problema, dice: arriverà. Mi staccano la luce perché sono insolvente. Torno alla sede centrale. Al termine di una lunga e faticosa ricerca, mi dicono che la voltura non è stata completata perché sono insolvente sul vecchio contratto. Dico che non è possibile, il vecchio contratto era domiciliato in banca, ci deve essere un errore. Intanto in via del tutto eccezionale riattaccano la luce. Comincia una lunga disputa fra banca e azienda dell’elettricità. Mi chiama la banca: tutto a posto, aspetti la prima bolletta e ce la porti per la domiciliazione.

La bolletta non arriva. Mi ristaccano la luce. Vado in banca, distruggo un paio di uffici, torno alla sede dell’azienda elettrica, ricomincia tutto da capo; mi staccano la luce per la terza volta, ritorno alla sede dell’azienda elettrica, minaccio di incatenarmi, piango, muovo le corde della pietà, mi mettono a disposizione un dipendente che setaccia la mia vita di fruitore del servizio. Trova, sparse in un lustro di pagamenti, quattro bollette ancora non pagate. Non pagate dalla banca, sia chiaro. Mi dà un modulo. Col modulo devo andare nell’ufficio accanto a pagare. Poi devo tornare da lui, scavalcare la fila scusandomi e incassando insulti. Lo devo fare altre tre volte, finché tutte le bollette in sospeso non sono pagate. Finalmente la voltura è certificata. Presto mi arriverà la prima bolletta eccetera. Questo giochino da poche righe è andato avanti più di un anno. Ora mi è arrivata una busta dall’azienda del gas: c’è una bolletta mai pagata…

Abbiamo compilato moduli di preiscrizione a scuola. Moduli di iscrizione. Epperò mia figlia Benedetta il primo giorno del secondo anno delle elementari si è ritrovata di nuovo in prima classe ed è tornata piangendo perché credeva di essere stata bocciata. Moduli per il corso di teatro, moduli per il corso di coro, moduli per la mensa, moduli per le gite, moduli per i libri di testo.

Le comunicazioni previdenziali risultano ancora incomplete. Non ricevo più i documenti per la tassa sui rifiuti. La Rai reclama vecchi canoni (boh?). Incombe la revisione della caldaia, e non ho ancora cambiato il tubo fuori norma perché sporge dalla parete esterna dodici centimetri anziché quindici (vado a memoria). Il microchip sotto pelle del gatto è scaduto. Le rate condominiali sono scritte in cirillico. Gli scontrini della farmacia in vista della dichiarazione dei redditi sono andati perduti. La scheda delle vaccinazioni del bambino piccolo è introvabile. La scheda elettorale di mia moglie non contempla l’ultimo cambio di residenza; la mia, chissà perché, sì.

Come siamo arrivati fin qui?
Ma come ci siamo infilati in questo manicomio? Come ha potuto la cultura occidentale portarci alla devastazione scientifica dei, diciamo così, nervi? Quale mostro ci ha attirato fra le sue braccia?

Ne parlo con un amico. Mi dice: «Mollo tutto punto com. Vallo a vedere. Tu non sei il tipo che molla tutto e parte, ma vallo a vedere, ti viene su un po’ il fiato». Vado e leggo: «Cercare lavoro ai Caraibi o partire per una nuova vita in Sud America. Aprire un bar su una spiaggia e vivere tutto l’anno in costume da bagno. Sogni, propositi, grida d’aiuto. I forum di discussione online ne sono pieni. E ogni giorno sono migliaia le persone che cercano di mettere insieme energie, risorse e informazioni per partire, trasferirsi e conquistare il proprio posto al sole, in tutti i sensi».

Gli italiani all’estero sono quattro milioni. Qui – su mollotutto.com – alcuni raccontano come è andata. Roberta e Aldo erano liberi professionisti in Friuli, ora sono nella Repubblica Dominicana, Caraibi, a fare gli agenti immobiliari. Pagano il 29 per cento di tasse, e questione chiusa: «Qui non c’è qualcuno che ogni giorno viene a chiederti spiegazioni o conguagli o anticipi».

Raffaele, architetto di Bologna che lavorava col pubblico, da tre anni pagava le tasse su compensi non ancora ricevuti; stufo di andare in rosso, è andato a Panama, dove pure fa l’architetto, paga il 25 per cento di tasse in un botto solo ed è retribuito regolarmente. Mi pare di vederli, e di sentirli. Dicono: «Quando ci si accorge di essere nauseati dall’Italia, spesso è troppo tardi».

Su mollotutto vi spiegano quali sono i posti dove la vita costa meno, quali procedure seguire per cambiare nome (se vi serve), dove è più facile ottenere la cittadinanza, come evitare truffe, come funziona l’assistenza sanitaria in giro per il mondo. Ci sono le mail di chi è già partito e concede appoggio. Ci sono le foto. Ci sono tutti quei sorrisi…

Scusate, ora devo fare un salto in posta: un’angosciante raccomandata dall’Agenzia delle entrate.

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7 Commenti

  1. Fabio scrive:

    Il vero credente bacia piangendo la croce e se la stringe al cuore dicendo: «Grazie, Signore, di farmi soffrire e di rendermi così simile a Te». Il vero patriota soffre virilmente per amore di Patria, e tanto più questa Patria è cagione a lui di dolore, tanto più egli la ama e la serve con un amore perfetto. Il figlio, realmente degno di tal nome, più ama e soffre per coloro da cui trasse la vita e più per loro si sacrifica in olocausto umile e grande di obbedienza, di rispetto, di affetto, senza cu­rarsi se i genitori siano degni di quell’affetto, senza tener conto delle colpe loro, che egli vede, ma che non giudica e soprattutto non punisce, perché nel suo vero amore trova il segreto di tutti i perdoni, ossia di tutte le indulgenze. (M. Valtorta)

    • mike scrive:

      la mentalità di cui parli in parte è nobile ma in parte è una mentalità da schiavi. cristo disse si di accettare la croce ma anche che lui era venuto per portare la vita. il che credo significhi cercare di alleviare le sofferenze altrui e le proprie. il contrario di un essere contenti di soffrire che ha, in parte, un che di masochistico nonché di spirito di superbia mascherata da umiltà. è un deviazione dalla vera mentalità cristiana, sui la chiesa ha sempre giocato. una mentalità da schiavi che, seppur molto più leggera delle religioni/culture totalitarie dell’asia, ha portato gli europei ad accettare cose che non dovrebbero accettare. come oggi la cosiddetta ideologia del gender di cui molti si lamentano ma a riguardo della quale ancor molti di più fanno poco o nulla (senza tralasciare la possibilità che molti, di nascosto, convidano l’ideologia del gender; e a prescindere dai gusti sessuali).

      • Fabio scrive:

        Nessuna mentalità da schiavi, nessun (proprio nessuno) godimento nella sofferenza, nessun cedimento ai sacri dogmi dell’impero della menzogna, nessuna voglia di mostrarsi ostentando falsa umiltà. Solo riproduzione nel proprio piccolo dell’esempio di Cristo. Per Lui, tutta l’umanità di tutti i tempi, per i veri italiani cristiani, l’Italia di adesso.

        • Tommasodaquino scrive:

          Appunto, per Gesù , tutto il possibile, non per lo stato , sicuramente non da parte mia. “date a cesare quello che è di cesare ….” L’anima, la mia vita, il mio tempo , il mio denaro sono di Cristo per cui lo stato può tranquillamente restare a bocca asciutta per quanto mi riguarda…

        • mike scrive:

          forse la cosa si capisce citando una cosa che dici sopra: sul non punire e non giudicare le colpe che però si vedono. il problema è il buonismo, un certo buonismo cristiano su cui la cultura laica ha giocato cosicché alla fine siamo rimasti fregati. è il sopportare anche quando non devi sopportare, che in tal modo piano piano ci hanno fregato la vita. oggi per chi ha figli e devono lavorare entrambi è dura. per le bollette e per seguire i figli. io non ne ho ma nel caso valuterei qualcosa. oggi la schiavitù c’è ma non sempre ce ne rendiamo conto. tornando al buonismo, le colpe altrui vanno viste ed anche giudicate male (per ciò che sono) e vanno anche punite. nel senso che se uno ti fa un torto vuoi certo perdonarlo ma anche, come minimo, non rivolgergli la parola per un po'(o non so che altro)? sennò è come dirgli “guarda non è grave, rifammi il torto”. oltre ad avere, chi pensa così, una testa da schiavo è che… è forte educativo? si insegna a distinguere il bene dal male? sarà banale ma chi pensa così pensa sotto sotto che se protesta è lui a sbagliare, ad essere cattivo. un po’ la solita cosa che ci dicono da bambini se non ascolti i grandi ossia che sei cattivo. per banale che sembri è il nocciolo su cui ci hanno innestato la testa da schiavi. e da sempre da prima cioè dell’epoca moderna. solo che finchè dominava la chiesa si faceva ciò che era giusto, anche perché comunque certo in fondo ci si credeva, poi come ha preso il sopravvento il potere laico si fanno le cose sbagliate. piaccia o meno le persone sono abituate ad obbedire sin da bambini. il problema è dove vengono poi portate. perlomeno la chiesa, secondo me, ha lasciato parecchio intatto il senso critico umano anche perché insegna ciò che è giusto per cui anche se prima dici di obbedire tanto la testa non la stravolgi ma la mantieni sana. il potere laico invece… basta far caso come le donne abortiscono con facilità poi però, non di rado, vanno in depressione. e prima a che pensavano? mi sa che prima la testa era assopita.
          c’è una frase da film: la supposizione è la madre di tutte le cazzate. si potrebbe cambiarla dicendo così: la sopportazione è la madre di tutte le cazzate.

  2. Luca scrive:

    Ci si sorprende, di qualche fila alla posta.
    Nulla in confronto a quello che accadeva sino a 4 anni fa in tanti Uffici Provinciali del Catasto, per poter presentare la domanda di accatastamento delle case, una volta espletati tutti i preliminari necessari a concordare la pratica con i tecnici pubblici ed a correggere errori quasi sempre presenti, si era costretti poi a presentare la pratica all’approvazione informatica (attraverso software), per arrivare a quello sportello la fila iniziava dalla strada attraverso una lista affissa al cancello d’ingresso, nel periodo di scadenze particolari tale lista veniva affissa sin dalla mezzanotte, chi arrivava dopo le 5 del mattino era già fuori dai 50 – 60, utenti che al massimo l’ufficio smaltiva, nei giorni normali la fila iniziava verso le 4 del mattino e chi arrivava dopo le 6 era comunque a rischio di essere escluso, ogni giorni almeno 20 – 30 utenti rientravano in ufficio senza essere riusciti ad accastare 50 – 60 unità immobiliari, questo andazzo si è verificato per almeno 20 anni, mai nessuno vi ha posto rimedio, la cosa si è risolta da circa 4 anni attraverso l’invio telematico reso possibile anche ai tecnici liberi professionisti.
    Ora hanno fatto un gran baccano, sulle case fantasma, tante erano semplicemente accattastate a pera ed il sistema informatico non le aveva acquisite per troppi errori, tante sicuramente erano tra quelle che l’ufficio per circa 20 anni ha rimandato a casa non riuscendo ad evadere tutta la rischiesta per scarso o forse più esattamente malgestito personale.
    Hanno fatto passare i privati come ladri ed evasori, delle loro inefficienze pubbliche nessuno ne ha parlato, quando mai criticare il ministero delle finanze, alias agenzia delle entrate.
    Fattostà che appena messo in piedi l’invio telematico è scattato l’obbligo immediato di regolarizzare tutto, pena sanzioni ed altre spese a carico dei privati, loro enti pubblici impiegano una vita a fare le cose, dal privato pretendono tutto e subito.

  3. stefano rosati scrive:

    aprile maggio di sei anni fa..boh non ricordo..mi licenziano preso dal terrore mi rendo conto che non c e piu lavoro che ho 46 anni e chissa se lo ritrovero…mi prende una tachicardia parossistica un ischemia e psicosi reattiva o similari….mi ci vorranno sei anni per poter leggere scoprire il sito e sentire predicare la schiavitu e la sofferenza..e riderci su…ho cambiato vita non muovendomi..tra l indifferenza generale chiaramente…e se come dice fabio l umilta la sofferenza…sta cippa amico mio..meglio il piacere quando si puo..viviamo una sola volta..e io di questi papponi vessatori che neanche la russia comunista e riuscita a partorire non ne posso piu…preferisco togliere il disturbo..nessuno se ne accorgera..io la pensione a brunetta fiorito e compagnia cantante non la pago..annassero tutti.a….mi e rimasta l educazione

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