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Vittime sulla via della “Liberazione”. Intervista a Giampaolo Pansa

novembre 18, 2012 Roberto Festorazzi

«Sembrano delitti inspiegabili, ma i rossi avevano un piano per l’Italia. Eliminavano gli ostacoli dalla strada verso la conquista della loro “Ungheria”»

«La vicenda di Neri e Gianna è tipica della strategia comunista di quegli anni. Scopo del Pci non era soltanto di giungere a una soluzione della guerra (a quello ci avrebbero pensato gli angloamericani), ma soprattutto di affermare la propria assoluta supremazia all’interno del fronte di liberazione». Giampaolo Pansa, autentico fenomeno editoriale dell’ultimo decennio, a partire dal suo fortunato best seller Il sangue dei vinti (mentre è ora in libreria la sua ultima fatica, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti, Rizzoli), non ha mai scritto del caso dei due partigiani di Dongo. Ma è ugualmente convinto che la loro morte vada inquadrata nel vasto disegno dei comunisti di «dare una spallata per arrivare alla conquista del potere».

«Se si considerano isolatamente, questi delitti possono sembrare senza spiegazione. Ma se li si guardano nella loro complessità, appare chiaro che trovano una giustificazione nella strategia dei comunisti volta a sgombrare il terreno da personaggi influenti, con un loro seguito, che li avrebbero ostacolati nella guerra da fare dopo il 25 aprile. Anche le mattanze dei fascisti, avvenute nelle settimane e nei mesi successivi alla Liberazione, non furono soltanto vendette su larga scala. Il Pci ragionava con una terribile logica, che è la seguente: bisognava ammazzare il numero maggiore possibile di fascisti, per togliere di mezzo i possibili oppositori del colpo di mano rosso. Insomma, si voleva creare un clima da “paralisi del terrore” che avrebbe facilitato la conquista del potere da parte dei comunisti, che volevano trasformare l’Italia nell’Ungheria del Mediterraneo». Perché finora non ha mai scritto nulla sugli orrori di Dongo? «Perché sul tema esiste già una letteratura infinita», spiega Pansa. «A me premeva di parlare di cose di cui nessuno si era mai occupato prima. In dieci anni ho ricevuto ventimila lettere da parte di lettori dei miei libri, soprattutto donne. E ancora oggi ne ricevo in numero impressionante. Queste lettere hanno sempre lo stesso cliché: “Caro Pansa, ho letto il suo ultimo libro. Non ci ho trovato la mia storia, perciò gliela racconto”. Ecco, esiste un mondo al quale nessuno ha riconosciuto il diritto né di ricordare, né di parlare, né di essere rammentato. Io ho semplicemente voluto dare una voce a questi italiani prigionieri del loro silenzio».

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