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Vincenzo, l’imprenditore malato che va in azienda in autoambulanza. «Non chiudo perché penso ai miei dipendenti»

gennaio 17, 2014 Matteo Rigamonti

Soffre della sindrome dell’uomo rigido, ma non ha rinunciato a continuare a tenere in piedi la sua azienda. Anche se tra tasse, burocrazia e banche è sempre più dura

Vincenzo_DOttavi_CmtTroppe tasse, burocrazia in eccesso e un sistema Paese che si è inceppato. Sembrerebbe non esserci via d’uscita dalla crisi per le piccole e medie imprese italiane e gli artigiani, che sono il cuore della nostra economia. Eppure una speranza c’è. Ne sa qualcosa Vincenzo D’Ottavi, amministratore di Cmt, un’aziendina a conduzione famigliare che a Teramo (Abruzzo) produce piccoli circuiti stampati elettrici per i più svariati impieghi, tra cui diverse tipologie di macchine per automazione e persino macchinari medico-sanitari come incubatrici per i neonati o macchine per i raggi X.
Dopo essere stato a un passo dal chiudere i battenti, D’Ottavi ha deciso di provare ad andare avanti nonostante le difficoltà siano tante. E nonostante la sindrome dell’uomo rigido lo affligga ormai da quattro anni. Si tratta di una rara forma di neuoropatia autoimmune che causa la progressiva paralisi dei muscoli fino quasi all’immobilizzazione. È come avere i crampi tutto il giorno, dovunque. D’Ottavi, però, che come amministratore prendeva uno stipendio da 2.400 euro al mese per 12 mensilità e che ora ne prende 900 mensili, che nemmeno gli bastano per pagarsi le medicine, ha ancora le forze per recarsi in azienda. Per l’ultima assemblea sindacale ci è andato in ambulanza, su un lettino. Lo ha fatto per la famiglia e i suoi ventuno dipendenti, che sono quasi tutti in cassa integrazione, e di cui, per ora, solo in tre sono stati reinseriti in azienda.

D’Ottavi, quali sono le difficoltà maggiori in questo momento?
In cinque anni il nostro fatturato si è eroso fino a raggiungere il valore di un terzo rispetto a quanto ammontava nel 2008 e abbiamo perso quasi 600 mila euro solo di crediti con imprese che hanno chiuso, anche al nord. E, come se non bastasse, abbiamo dovuto ripagare interamente a nostre spese il depuratore danneggiato dall’alluvione del 2011, per il quale non abbiamo ricevuto nemmeno un euro per i danni, nemmeno per i sei euro della raccomandata che abbiamo inviato alla Regione. Per fortuna, però, alcuni imprenditori amici ci hanno aiutato prestandoci le macchine in comodato gratuito e pian piano stiamo riprendendoci. Abbiamo gli ordini, i macchinari ora sono nuovi di zecca e, pertanto, serve solo pazienza.

La tentazione di chiudere c’è stata?
Eccome, avrei potuto farlo benissimo. Del resto, sono in molti quelli che decidono di dichiarare il fallimento della loro azienda, lasciare a casa i dipendenti, mettersi in tasca qualcosa, per poi riaprire con un altro nome. Ma non ho voluto. Ho pensato a tutti quei dipendenti che sono con me da più di vent’anni e alla mia famiglia, ai miei figli e ai loro figli. Ho preferito mandare avanti l’attività.

Ma le condizioni per andare avanti ci sono?
Sempre di meno. Qui in Italia, infatti, i tempi della burocrazia non coincidono mai con quelli delle imprese. E, da quando abbiamo fatto richiesta per una nuova cabina elettrica, sono trascorsi otto mesi perché le cose si sbloccassero. Come è possibile, mi domando? Non si può andare avanti così. Chi ci governa è ora che se ne accorga. Le banche, poi, non vogliono più sentire ragioni e ci trattano diversamente che un tempo: fanno i “rating” e decidono loro se possiamo campare oppure no. Gli istituti di credito ci chiedono di rientrare immediatamente dagli scoperti e lo fanno anche con aziende che, magari, non possono semplicemente perché hanno meno lavoro di prima oppure perché non sono state pagate a loro volta dai loro clienti. E noi, piccoli artigiani e imprenditori, che pure siamo il tessuto produttivo dell’Italia, non abbiamo una Cassa depositi e prestiti che garantisca per noi.

È difficile assumere qualcuno in Italia?
Tra il peso delle tasse e i versamenti all’Inps non è certo facile, costa troppo, e indebitarsi è un attimo. Ma anche qui, mi domando: come si può pensare che qualcuno possa venire a investire in un Paese come il nostro dove ci sono l’articolo 18 e un sacco di adempimenti inutili legati alla formazione, o dove è diventato quasi impossibile ricorrere ai contratti a termine per inserire qualcuno in azienda?

Il nuovo apprendistato aiuta?
Quello di prima era meglio. In Italia, infatti, oggi, un apprendista che abbia meno di diciott’anni nemmeno si può metterlo di fianco a una macchina, perché se gli succede qualcosa e si fa male, poi, l’azienda è distrutta. Un apprendista, inoltre, bisogna pagarlo quasi come un operaio. Non c’è più vantaggio, insomma, ad assumerlo.

Che fare?
C’è bisogno che si agevolino in qualche modo le imprese, affinché ritornino ad assumere, e che si conceda loro credito, facendo una moratoria che ci riporti indietro di qualche anno quanto alle condizioni per ottenere un mutuo o un prestito. Altrimenti qua non cambia nulla e la gente domani non avrà più nemmeno una pensione. C’è bisogno anche di rimettere i soldi nelle tasche degli italiani, perché ritornino a crescere i consumi, che sono il motore dell’economia. Non sarebbe male, infine, se le grandi aziende italiane tornassero ad investire in questo Paese, smettendola di spostare la produzione altrove. A molte di loro, infatti, di italiano è ormai rimasto solo il marchio.

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