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Vietti, Bruti Liberati e il prof che li bacchettò

giugno 23, 2011 Chiara Rizzo

Cronaca di un convegno milanese col vicepresidente del Csm Michele Vietti e il capo della Procura di Milano Edmondo Bruti Liberati, in cui le toghe si interrogano sul loro futuro con la riforma della giustizia. Ritratto dell’inarrestabile mania di bloccare le riforme italiane

Ieri tra i chiostri dell’università Statale di Milano, toghe di spicco del panorama italiano si sono confrontate sulla riforma della giustizia presentata dal governo Berlusconi: una giornata di “bilancio tra spinte all’efficienza e servizio ai cittadini” presieduta dal vicepresidente del Csm Michele Vietti, che si è conclusa con una tavola rotonda a cui, oltre a Vietti, hanno partecipato anche il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, Simone Luerti (membro del comitato direttivo dell’Anm), il professore ordinario di procedura penale della Statale di Milano Oreste Dominioni e il presidente della giunta dell’Unione delle camere penali italiane Valerio Spinelli.

In sintesi, un’istantanea che ha catturato il perché le riforme in tema giudiziario, in Italia, dal 1948 ad oggi sono immobili. Michele Vietti ha puntualizzato che, da rappresentante del Csm, ha parlato delle riforme davanti al Parlamento senza «teorizzare il benaltrismo». Ieri ha continuato, manco a farlo apposta, aggiungendo che «i problemi della giustizia sono ben altri». E giù con una sfilza di luoghi comuni della storia italiana, dalla mancanza delle risorse («Ci sono vuoti di organico, mancano 1.500 magistrati, non possiamo pensare di ridistribuirli a pioggia») alle violazioni della costituzione. «Inoltre – ha aggiunto – può darsi che la mia sia un’ideologia, e io ho il massimo rispetto delle ideologie perché sono un nostalgico, ma non mi si venga a dire che il problema è la contiguità tra pm e giudici. Solo una minoranza esigua, il 2-3 per cento, passa da pm a giudice».

C’è una piccola ammissione di responsabilità togata solo su due temi. «C’è, è vero, una degenerazione correntizia al Csm, chi frequenta il Consiglio superiore lo sa bene, si confonde l’aggregazione per idee con un ufficio di collocamento». Ultima apertura, proprio il giorno in cui il nome di Vietti appare sui giornali come quello di una vittima del sistema Bisignani, è alla «spettacolarizzazione dei processi. È vero, c’è il problema del protagonismo dei pm, della ricerca pregiudiziale della notitia criminis (il punto di partenza delle inchieste giudiziarie, ndr.) magari con un uso distorto della polizia giudiziaria». Fine: si torna al benaltrismo con il procuratore capo di Milano, Bruti Liberati, che spiega come il sistema disegnato dalla riforma si accosti in modo allarmante al sistema americano. Stando a Bruti Liberati, in effetti, problemi la giustizia italiana proprio non ne avrebbe. Infatti, «negli ultimi trent’anni con un crescendo evidente le indagini della magistratura hanno toccato gli assetti di potere, merito di quell’indipendenza che come dice anche la Cassazione, è “pietra angolare del Csm”. Perciò cosa stanno facendo? Stanno tagliando le unghie al Csm a favore dell’esecutivo».

Le cose stanno proprio così? No, nient’affatto. Ci sono invece spinte più o meno forti nel settore per avere una riforma. A ricordarlo a Vietti e Bruti Liberati ci pensa per primo il professore di Procedura penale della Statale, Oreste Dominioni, che bacchetta così severamente i due che lo stesso procuratore capo ha interrotto con una piccola battuta: «Professore, per fortuna non ho fatto Procedura penale con lei, perché mi avrebbe bocciato».

Secondo Dominioni, «l’assemblea costituente sul tema della posizione da dare al pubblico ministero si rese conto di non essere riuscita a dare una matura risposta, e rinviò il problema al futuro legislatore del nuovo stato. Non c’è proprio niente di anticostituzionale in una riforma del settore, ma anzi c’è da colmare un vuoto costituzionale». Bacchettate severe anche sulla separazione delle carriere: «Ma come si fa a dire che la separazione delle carriere non ha ricadute sull’efficienza del processo? Avviene esattamente il contrario: ci sono problemi del processo penale che mai potranno essere risolti se non con un potenziamento dei controlli dei giudici sul pubblico ministero. Ad esempio la durata delle indagini preliminari, che è scandita da termini precisi. Ma il problema però aggirabile con una richiesta di proroga. Ebbene il gip oggi concede la proroga senza esercitare nessun controllo. Così un’indagine dura 6, 12, 18 o addirittura 24 mesi, senza che venga esercitato alcun controllo».

Ma non solo: anche il rappresentante delle Camere penali italiane Valerio Spighelli ha rappresentanto l’allergia che vivono le toghe ai cambiamenti, e citato casi quotidiani di applicazione della giustizia ben lontana dalle idee dei padri costituenti (come «la custodia cautelare usata per far confessare l’imputato», o «l’anomalia di indagare su qualcuno senza iscriverlo nel registro degli indagati»). Spighelli ha denunciato come già ben due tentativi di riforma della giustizia siano stati paralizzati proprio su istanza delle toghe: l’ultimo esempio in ordine di tempo è la commissione D’Alema dove i lavori vennero bloccati dopo l’invio di una richiesta in tal senso firmata da numerosi magistrati. Una speranza cui danno voce oggi anche altri relatori, come l’ex membro del Csm Mauro Volpi.

Qualcuno riuscirà a riformare lo strapotere conservatore delle toghe? Proprio ieri, tra l’altro, il Procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, nell’audizione sulla riforma della giustizia, ha espresso apertamente parere favorevole alla separazione delle carriere e di due Csm separati, perché «la funzione è il ruolo di giudice e di pm appaiono ontologicamente diverse». Una posizione esplicita e forte, ma guarda un po’, passata sotto il completo silenzio dei media.

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