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A Messa a Ho Chi Minh, con i cattolici che fan venire voglia di cantare a squarciagola

luglio 14, 2013 Elisabetta Galeffi

Fede sincera, riti antichi, comunità vive. Alle loro Messe non si trova nemmeno un buco tra le panche

Reportage da Hanoi (Vietnam). Attraversare la piazza per raggiungere Notre Dame, la cattedrale di richiede Ho Chi Minh (già Saigon), richiede un po’ di sangue freddo. Lo slalom tra le centinaia di motorette che evitano il passante schivandolo per un soffio è un’impresa da brivido.

La grande cattedrale con le due torri laterali fu costruita dai francesi tra il 1877 e il 1880 con mattoni rossi fatti arrivare apposta da Tolosa. È la chiesa cattolica più grande del paese. Sorge nel mezzo della piazza de la Comune de Paris, al centro del traffico cittadino. Su un lato della stessa piazza il francesissimo palazzo delle Poste centrali. Di fronte, i giardinetti che custodiscono la grande statua della Madonna, un vero monumento cittadino e letterario, ricordata in tanti articoli dei corrispondenti di guerra e nel romanzo di Graham Greene Un americano tranquillo, ambientato proprio a Saigon. Qui, nel tratto più elegante del cuore economico del Vietnam, ancora si può immaginare la vecchia capitale indocinese. La domenica tutta la città si riversa qui, seduta ai tavolini dei caffè o sull’erba del giardino per un veloce pic-nic, i ragazzi e le ragazze a farsi fotografare intorno alla cattedrale, accanto alla statua di Maria.

Accade talvolta che alle undici di mattina, l’ora migliore per recarsi alla Messa festiva in tutto il mondo, Notre Dame resti invece chiusa, apparentemente inespugnabile. Solo nel primo pomeriggio le porte si aprono per accogliere la folla dei fedeli che, per sfuggire al caldo umido dei tropici, in pochi minuti occupano tutte le panche e si stringono lungo le navate laterali usando sgabelli di plastica piccolissimi, fino a che non rimane neanche un metro di spazio libero. Così agli ultimi arrivati tocca seguire la celebrazione seduti sul proprio scooter davanti alle cancellate d’ingresso, magari sperando in una fuggevole brezza.

Quando inizia la celebrazione, il rumore delle motorette, che circolano ininterrottamente, lascia il posto alla musica e ai canti del coro che, amplificati da potenti altoparlanti, si possono ascoltare anche seduti ai tavolini dei locali fino alle vie limitrofe. Spesso sono ritmi ripetitivi, melodie tipiche dei tempi buddisti che incontrano testi in uso anche nelle chiese occidentali. Una mescolanza di culture che passa attraverso le voci aggraziate dei vietnamiti e la loro passione per il bel canto.

Un’oasi nel caos di Hanoi
Ad Hanoi, un concerto di trombe e tamburi conduce a Ly Quoc Su’, il centro del quartiere vecchio della città. In fondo alle strade strette appare, maestosa e inaspettata, la cattedrale di San Giuseppe, uno stile neo gotico che ricorda, in piccolo, la Notre Dame di Parigi. Un’enorme processione di fedeli segue la banda di bianco vestita e i ragazzini in vesti lunghe e azzurre che portano un baldacchino con una piccola statua della Vergine. Il clero, nei paramenti della festa, si ferma davanti alla facciata principale della chiesa per benedire, spargendo incenso in grande abbondanza. San Giuseppe è stata costruita nel 1886, usando il solo cemento. Un cemento diventato antico e scuro capace di disegnare un luogo che ispira profonda spiritualità.

Dietro la chiesa, un giardino con piante tropicali dai fiori profumati regala un po’ di frescura alla casa del parroco, alla scuola per i ragazzi più poveri, ai locali di servizio e ai dormitori. Un giardino incantato che interrompe la fila delle stradine e si apre come un oasi in mezzo al caos dei quartieri ad altissima densità abitativa di Hanoi. La Messa è un rituale antico. Quella in lingua vietnamita, la principale, alle sei del pomeriggio, è un ritorno al passato ed è emozionante. Le signore indossano per l’occasione il loro miglior áo dài, il vestito tradizionale, pantaloni larghi sotto la lunga stretta tunica fatta di sete dai colori lucenti. Sono elegantissime e di grande grazia. Oggi invece la liturgia è celebrata in latino, e questo favorisce il senso di fratellanza perfino qui, in mezzo a una comunità di cultura tanto diversa e dalla lingua indecifrabile. Viene voglia di cantare a squarciagola per condividere con questa gente una fede che sembra tanto sincera.

In Vietnam vivono circa 6 milioni di cattolici, che rappresentano il 9-10 per cento della popolazione. La pratica religiosa è alta, le vocazioni numerose. Sono la seconda minoranza, dopo i buddisti, in un paese a stragrande maggioranza atea: i senza-religione sono l’81 per cento del totale.

Percorrendo il paese dal sud al nord, sono tanti i luoghi di culto costruiti nel corso della dominazione coloniale francese, dal 1883 al 1954. Oltre a quelli delle città sorprendono le eleganti architetture religiose immerse tra il verde smeraldo della campagna o con lo sfondo blu intenso dei grandi fiumi vietnamiti, del Mar della Cina o del golfo del Tonchino. Ma chiese accoglienti, piene di fedeli, di musica e di canti sono anche le capanne di paglia e legno costruite con cura, al confine nord con la Cina, nel paesaggio unico delle risaie delle montagne intorno alla località di Sapa. I h’mong neri, minoranza di fede cattolica, ne hanno fatto il centro vitale delle loro piccolissime comunità di agricoltori.

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3 Commenti

  1. Enrico says:

    Eh il latino, come sarebbe bello, e intelligente, insegnare ai bambini a catechismo le preghiere e i canti in latino, lingua cristiana universale !!!

  2. leo aletti says:

    a squarciagola, troppa grazia sant’Antonio, deve essere troppa e abbondante altrimenti si infila qualcuno che deve stare fuori, le panche devono essere piene.

  3. SIlvia says:

    Sono andata in vietnam nel 2011 per lavoro e mi sono recata a messa sia a Hanoi che ha Saigon. Pur non comprendendo la lingua sono rimasta per tutta la celebrazione perchè stupefatta e sorpresa per il modo in cui così tanta gente (le chiese erano veramente piene di persone di tutte le età) seguiva la celebraziona con un’attenzione vista raramente. Sentire come recitavano il padre nostro, il credo e cantavano faceva venire i brividi. Lì era tangibile quel dialogo con Lui. La cosa che più mi ha commosso è vedere una realtà così nel contesto di quella nazione, un vero miracolo.

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