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Cuffaro: «Abolire carceri, sono come la pena di morte»

dicembre 14, 2015

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3 Commenti

  1. BIASINI scrive:

    D’accordo, aboliamo le carceri. Ma quelli come lui, dove li mettiamo? A capo di qualche banca?

  2. ambrosetti scrive:

    Non so, probabilmente sono fuori moda/fuori tempo. Forse sono solo vecchio. Il fatto è che sono stato abituato a vivere secondo quel complesso di regole che – per me – costituiscono i “valori non negoziabili” al pari di quelli definiti dalla fede cattolica.
    Ora, il perdono è facoltà divina. Più prosaicamente, all’uomo resta il compito di proteggere la società dai comportamenti criminali e risarcire le vittime dai torti subiti.
    Come in ogni attività umana si possono commettere errori, e la magistratura non sfugge a questa eventualità, ma diffondere – avallando implicitamente – il pensiero di chi auspica l’abolizione delle carceri, porta ad una deresponsabilizzazione individuale.
    Il carcere è sicuramente una esperienza dolorosa: ne sono convinto, pur non avendola provata. Tuttavia – in generale – ci si va per aver danneggiato qualcosa o qualcuno, perchè quel danneggiamento, in senso esteso, mina alla base il nostro “contratto sociale”, estendendo i propri nefasti effetti non solo sulla vittima, ma anche un pò su ognuno di noi.
    Se assumiamo il principio della surrogabilità della pena, allora cosa dovrebbe trattenermi dal fare una rapina in banca, o dall’uccidere il mio vicino di pianerottolo? I comandamenti?
    Probabilmente per un cattolico osservante, l’ipotesi di commettere peccato mortale potrebbe costituire un sicuro deterrente, ma per un ateo? Il corollario che discende dalla proposta cuffariana è che l’Italia si trasformi in una teocrazia, all’interno della quale tutti i cittadini condividano i principi cattolici.
    Per alcuni sarebbe un sogno, per altri (me compreso) un incubo. In ogni caso, un esperimento molto, molto difficile da realizzare.
    Cordialmente.

  3. ambrosetti scrive:

    “La misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione; la giustizia senza misericordia è crudeltà”. Non ho la stessa autorevolezza di San Tommaso, ma il senso è questo.
    Caro Gastigamatti, lei pone due temi complessi: uno attiene alla relazione tra eletto ed elettore, l’altro al modo in cui la giustizia “umana” debba essere amministrata. Entro certi limiti sono d’accordo con lei.
    Concordo – ad esempio – sul fatto che l’attuale sistema elettorale (e il prossimo non sarà migliore) generi un preoccupante deficit di rappresentanza: la presenza di candidati paracadutati in una circoscrizione “sicura” rende di fatto improbabile che essi siano personalmente chiamati a rispondere alla base del loro operato, essendo “filtrati” dai propri comitati elettorali. Sarebbe però miope non vedere che il rapporto personale, spesso ostentato, non sempre è stato finalizzato alla comprensione della complessità del sociale, ma si è trasformato in un deteriore scambio di utilità. Quando si paragona impietosamente la macchina amministrativa lombarda con quella siciliana (dico “siciliana” per attinenza con Cuffaro, ma potrei dire: calabrese o campana…), sarebbe anche il caso di ragionare sul contributo fornito dal “rapporto personale” a queste situazioni di pre-dissesto economico.
    Il secondo aspetto riguarda la pena da comminare a seguito di un reato. Personalmente ritengo che il diritto della società ad essere tutelata da chi commetta reati, non confligga con il perdono che un cristiano può concedere. Ma sono due piani distinti. Altrimenti, nei tribunali mettiamo un sacerdote al posto del giudice, risparmiamo i costi della macchina della giustizia, e concediamo a tutti la libertà con le parole “Và e non peccare più”.

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