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Vettel-Alonso, duello alla texana. In caccia di titolo, record e del Kaiser Schumi

novembre 16, 2012 Matteo Rigamonti

Un titolo di F1 l’han vinto in tanti, a due ci sono gli incompiuti, mentre vincerne tre è roba da mostri sacri. Domenica sul circuito di Austin il pilota della Ferrari e il campione della Red Bull si giocano più di un Mondiale.

A dieci punti dalla storia. Tanti sono quelli che separano in classifica il ferrarista Fernando Alonso, secondo, e Sebastian Vettel, primo nonché attuale campione in carica, nel mondiale di Formula Uno, stagione 2012. Dieci sono i punti che separano i due da quello che tra due settimane a San Paolo in Brasile – o forse già domenica, se a spuntarla dovesse essere il tedesco della Red Bull – potrebbe essere il terzo titolo piloti per entrambi. L’asturiano dovrà provare a lasciarsi alle spalle il campioncino di Heppenheim per recuperare lo svantaggio, mentre quest’ultimo dovrà provare a fare lo stesso col rivale per ipotecare o mettere già in ghiaccio il primato. Difficile prevedere come andrà a finire. Certo è che il duello che questo week end andrà in scena sul nuovissimo circuito di Austin, Texas, entrerà di diritto negli annali della Formula Uno. Il Gran Premio degli Stati Uniti, infatti, è la prima volta che fa tappa nella capitale dello stato che già nel 1984 aveva ospitato il circo della massima competizione automobilistica mondiale; allora si correva sul circuito cittadino di Dallas e a spuntarla fu Keke Rosberg, un altro tedesco, su Williams, che concluse la gara davanti al francese Renè Arnoux su Ferrari e al nostro Elio de Angelis su Lotus Renault. Ma erano altri tempi e altre macchine: Alonso aveva tre anni e Vettel non era ancora nato, le Red Bull non esistevano e la “rossa”, versione 126 C4, era la prima a montare un motore con il turbocompressore. Quell’anno, Niki Lauda su McLaren avrebbe vinto il suo terzo e ultimo mondiale piloti, dopo i due vinti con la Ferrari. Tre per l’austriaco, proprio come il numero che anche Alonso e Vettel hanno nel mirino. Perché, se un titolo è capitato di vincerlo anche a piloti non velocissimi come Rosberg, Damon Hill o Jenson Button, e due li hanno conquistati campioni mai compiuti come Mika Hakkinen, vincerne tre ti proietta direttamente in compagnia di mostri sacri come Lauda, appunto, Ayrton Senna e Jackie Stewart. Dopo ti restano da raggiungere solo Alain Prost (quattro), Juan Manuel Fangio (cinque) e il Kaiser Michael Schumacher, il re (sette). Già, Schumi, l’imprevisto anello di congiunzione tra Vettel e Alonso, due tipi e due piloti che così poco hanno in comune, per quanto le loro storie si siano sviluppate su percorsi così simili.

PRECOCI. L’ha detto e ripetuto praticamente chiunque, ma a scorrere i loro curriculum c’è una locuzione che ritorna più volte con insistenza, «il più giovane pilota a»: salire su una formula uno, partecipare a un gran premio ufficiale, marcare punti validi per il mondiale, salire sul podio, conquistare una pole position, fare un giro veloce, vincere un gran premio e un titolo mondiale, spodestando in quest’ultimo caso un brasiliano Emerson “O Rato” (letteralmente “il topo”) Fittipaldi, che il mondiale l’aveva vinto nel 1972 a venticinque anni. Emmo, quando Nando lo scalzò poco più che ventiquattrenne disse: «Alonso è un pilota con enorme talento, molta abilità e maturità. È affidabile e porta a termine tutte le gare. Mi toglierà il record, ma sarà comunque in buone mani». Aveva ragione. L’anno dopo infatti Fernando avrebbe bissato il successo mondiale chiudendo per la seconda e ultima volta la porta in faccia alla leggenda Schumacher. Anche se, nella classifica del più giovane campione di sempre della Formula Uno, sarebbe stato quasi subito scavalcato, prima da Lewis Hamilton (che a un titolo solo si è fermato e che anche quest’anno è già fuori dai giochi) e poi da Vettel, a ventitré anni e poco più di cento giorni.

I KART. Come tutti i più grandi di questo sport, la classe cristallina è apparsa evidente fin dai primi giri sui go-kart, quei particolari mezzi a benzina tra il gioco e la competizione che hanno fin da subito occupato i loro pomeriggi di infanti. Il primo mezzo l’hanno ricevuto entrambi in regalo dal padre, sia Ferni sia Seb. Josè Luis, il padre di Alonso, che nei kart aveva anche corso come dilettante e di cui è sempre stato grande appassionato, ne costruì uno per Lorena, la sorella maggiore di Ferni, che però non lo volle. Fu la sua fortuna. Alonso cominciò a girare come un ossesso nel supermercato vicino casa e ad appassionarsi alle quattro ruote. Mentre Ana Dìaz, la mamma, lo guardava aspettando che si fermasse. La stessa cosa che successe al piccolo Sebastian nel giardino di casa, quando il padre Norbert, carpentiere, gli regalò a tre anni il suo primo go-kart. Seb non voleva fermarsi nemmeno per pranzare, tanto che Heike, la mamma, era costretta a servirgli il pasto seduto al volante. Il gioco divenne competizione presto, a sette anni, per entrambi. E tutti e due debuttarono col botto: campioncini da matricole. In una gara Seb, venne addirittura premiato dal suo idolo, Michael Schumacher, che all’epoca non era ancora il pluricampione del mondo che oggi conosciamo bensì una giovane promessa, anche se già vincente – proprio come i protagonisti della nostra storia – alla Benetton di Flavio Briatore.

LA FORMULA UNO. Alonso nel 1998 provò per la prima volta una Minardi, la squadra con cui avrebbe debuttato tre anni più tardi nel mondiale: in tre giorni di prove a Fiorano eguagliò il personale di Mazzacane, il primo pilota del team, senza mai avere condotto un mezzo simile prima. Adrìan Campos, ex pilota proprio della Minardi che ad Alonso aveva offerto quell’occasione, disse: «Fernando sarà il pilota che spingerà al ritiro Michael Schumacher». Tutti sappiamo come è andata a finire. Ma intanto Nando debuttò nemmeno ventenne nel 2001 al volante della lenta Minardi PS01– in piena era Ferrari per Schumi, che con la casa di Maranello vinse cinque titoli in altrettanti anni dal 2000 al 2004 – chiudendo dodicesimo alla prima sul circuito di Melbourne in Australia e mettendosi comunque alle spalle piloti più esperti e muniti di macchine più veloci come Frentzen e Panis. Fatto che, peraltro, si ripetè più volte nel corso della stagione, attirando su di lui gli sguardi di Briatore che, nonostante non fosse mai andato a punti, a fine anno lo portò in Renault, la squadra che sostituiva la Benetton, che già aveva lanciato Michael con i suoi due primi titoli mondiali nel 1994 e 1995. Vettel, invece, debuttò come collaudatore e terzo pilota nel team Bmw-Sauber nella stagione 2006-2007 mentre correva ancora con la Formula 3000. Fu chiamato a sostituire il polacco Robert Kubica dopo il terribile incidente del gran premio del Canada e all’esordio sulla pista di Indianapolis, nel Gp degli Stati Uniti, arrivò ottavo, conquistando il suo primo punto mondiale. Era il 17 giugno 2007 e aveva meno di vent’anni. La sua prima stagione completa fu però quella dell’anno successivo con la Toro Rosso, la vettura nata sulle ceneri della Minardi, la monoposto su cui aveva debuttato il suo rivale di oggi, Alonso, motorizzata Ferrari, il propulsore offerto dalla scuderia che ha incoronato Schumi e che ora è di Fernando ma che un giorno vorrebbe guidare pure Vettel. Lui, infatti, non l’ha mai nascosto.

CONSACRAZIONE. La prima vittoria non si scorda mai. E le loro sono state bellissime. Alonso, alla sua prima stagione alla guida della Renault, ha dominato il gran premio d’Ungheria nel 2003 dalle qualifiche al traguardo, vincendo a ventidue anni e ventisei giorni la sua prima gara. Vettel, stessa situazione, dopo aver conquistato la pole a Monza nel 2008, ha condotto la sua Toro Rosso in testa fino alla bandiera a scacchi regalando alla sua scuderia l’unica vittoria che finora ha ottenuto. Aveva ventuno anni e settantatré giorni. Il titolo mondiale invece è arrivato due anni più tardi per entrambi: Alonso nel 2005, sempre su Renault, ha vinto battendo Raikkonen su McLaren e Schumacher su una Ferrari non al massimo; Vettel nel 2010, sulla nuova Red Bull del team manager Chris Horner e del mago progettista Adrian Newey, ha sconfitto proprio Alonso all’ultima gara in Brasile, arrestandone la rimonta. L’anno successivo al primo, sia Vettel sia Alonso, hanno poi bissato il successo con la stessa macchina. Fernando nella stagione 2006, dopo aver battagliato fino all’ultimo gran premio con Schumacher (i due si aggiudicarono sette gran premi a testa), ebbe la meglio sul tedesco in Brasile, ponendo così fine al regno del Kaiser, che quel giorno diede l’addio alle corse. Salvo poi ripensarci qualche anno più tardi e ritornare in Mercedes nel 2010. La Red Bull di Vettel, invece, nel 2011 ha dominato la stagione in virtù della sua superiorità tecnica chiudendo al primo posto in classifica con un distacco ampiamente superiore ai 100 punti sulla McLaren di Button, con la rossa di Alonso mai competitiva. E proprio il declino di Alonso, che ha pagato la scarsa competitività delle monoposto che ha guidato dopo i titoli (McLaren, ancora Renault e poi Ferrari), sebbene la sua classe sia rimasta intatta come hanno sempre dimostrato le sue prestazioni in gara, è coinciso con l’ascesa del campioncino Vettel che, dopo un primo anno di rodaggio, in una stagione stravinta dalla chiacchieratissima Brawn Gp di Button, si è imposto due volte con forza.

SOTTO A CHI TOCCA. Quest’anno, nella stagione che ha visto schierati al via per la prima volta nella storia sei campioni del mondo (Schumacher, Alonso, Raikkonen, Hamilton, Button e Vettel), siamo qui in attesa di vedere come andrà a finire tra il metodico e arrembante Vettel, che parte favorito, e Alonso, tenace e sempre veloce, ma che ancora è costretto a inseguire. Staremo a vedere se i giochi si chiuderanno già questa domenica (diretta su Rai 1 a partire dalle 20) sulla pista di Austin, o se il verdetto sarà rimandato tra una settimana a Interlagos, tracciato che più volte in passato è risultato decisivo per l’assegnazione del titolo. Un gran premio, quello del Brasile, che decisivo è già stato sia per Alonso sia per Vettel, ma anche, a suo tempo, per Michael Schumacher che questa volta – per davvero – sarà l’ultima che vedrà una gara tra monoposto così da vicino. Dopo aver affrontato tanti scontri in pista in prima persona e dopo avere, forse, assistito a qualcuno di troppo da spettatore negli ultimi anni, infatti, re Schumi è pronto a farsi da parte e lasciare la scena ai suoi due eredi duellanti. Ma prima al Kaiser verrà reso l’onore delle armi. Già da questa domenica

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