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Vespa, Yara, Cenerentola e le assurde regole televisive

dicembre 23, 2010 Paola D'Antuono

Ha scatenato l’indignazione dell’Osservatorio sui diritti dei minori, lo spot di Porta a Porta andato in onda martedi sera durante l’intervallo del film d’animazione Cenerentola. Il giornalista si dice tranquillo, ma la sensazione è che si sia sorpassato un pericoloso limite

Proseguono senza sosta le ricerche di Yara Gambirasio. A pochi mesi dall’omicidio di Sarah Scazzi, un’altra giovane vita è in pericolo e si teme il peggio. Due storie molto diverse, quelle di Sarah e Yara, accomunate però dall’angoscia e dal dolore che stanno provando le rispettive famiglie. Da una parte gli Scazzi, che hanno dato vita ad uno spettacolo senza precedenti su giornali e su televisioni, a suon di ospitate tv, dibattiti, lacrime vere o presunte, dolore urlato e scomposto, versioni discordanti a seconda del canale tv e del membro della famiglia presente nel talk show. Dall’altra parte c’è la famiglia Gambirasio, che in questi giorni a Brembate di Sopra vive il dramma della scomparsa della loro figlia di soli 13 anni, bella e amata da tutti. Non conosciamo alla perfezione i volti dei parenti di Yara, il loro dolore è lontano, tangibile ma non visibile all’occhio della telecamera. Pregano, sperano, piangono, si stringono agli amici accorsi, ma tutto questo lontano dai giornalisti che quotidianamente si appostano davanti alla loro casa. Fulvio e Maura Gambirasio si vedono solo in rare occasioni, quando trovano la forze di uscire di casa per partecipare ad una veglia di preghiera o per essere aggiornati dalle autorità che si occupano del caso. Un atteggiamento che tutti hanno definito «esemplare», «a cui tutti noi dovremmo ispirarci».

Eppure i giornalisti  – televisivi in special modo – nonostante tessano quotidiani elogi sull’ottima gestione della vicenda da parte della famiglia, continuano senza sosta a tempestare di domande la gente del posto, a cercare una dichiarazione, una frase rubata, qualsiasi cosa pur di avere materiale da comunicare allo studio del programma pomeridiano, ma anche di quello mattutino e – naturalmente – del contenitore domenicale. Tutti i canali trasversalmente si occupano della storia di Yara, da un motorino o da un giubbotto si tessono puntate intere con improbabili ospiti, dimenticando che a casa ci sono i suoi genitori che angosciati attendono di conoscere il destino della loro piccola e non smettono di sperare. Ma è difficile cercare sprazzi di serenità quando troupe agguerrite ti inseguono ovunque, quando da cittadino qualsiasi sei costretto a trasformarti in triste protagonista di una vicenda oscura e lacerante, è assurdo pensare che mentre la tua comunità non si arrende e cerca Yara, la tv ne parla già al passato. Sono giorni assurdi, sotto molti punti di vista, giorni in cui non si può più stare zitti di fronte a tale mancanza di rispetto.

L’episodio avvenuto lo scorso martedì sera, poi, ha toccato la massima punta del cattivo gusto televisivo. Su Rai Uno sta andando in onda Cenerentola, il capolavoro della Disney. Milioni e milioni di bambini stanno guardando incantati un cartone animato come non se ne vedono più. Ma ecco che arriva la pubblicità o meglio irrompe Bruno Vespa, che tenta un ardito quanto mal riuscito collegamento tra la favola di Cenerentola vista dai nostri figli e i figli che scompaiono. Alle sue spalle un montaggio di Sarah e Yara una accanto all’altra mentre campeggia la scritta: “Chi difende i nostri figli?” Già, verrebbe proprio da chiederselo. Chi li protegge dalle assurdità di un’operazione di “traino televisivo” di bassissima lega, chi li protegge da un esperto giornalista che sceglie di interrompere così la magia di una favola per mostrarci l’orrore della realtà? L’Osservatorio sui diritti dei minori s’indegna, e con lui tutti i genitori che in quel momento si sono sentiti senza difese davanti all’assurdità di quel collegamento. Vespa non chiede scusa, non crede di aver sbagliato in alcun modo, ma a mostrare che si sbaglia ci sono tutti i giornali che oggi hanno dato ampio spazio alla notizia.

E pensare che solo poche ore prima il parroco di Brembate di Sopra, Don Corinno Scotti, aveva scritto un’accorata lettera al direttore dell’Eco di Bergamo. Con un messaggio forte e chiaro: Brembate è diventata un campo minato di microfoni e telecamere, di giornalisti infreddoliti a caccia dell’ultimo scoop sotto la neve. Queste le sue parole: «C’è stato un giorno di settimana scorsa in cui c’erano giornalisti di cinque canali tv nei dintorni della chiesa e facevano domande, a dir poco, insulse. Vuole saperne qualcuna? “In una parrocchia qui vicina pregano la Madonna delle Ghiaie. Lei e la sua comunità quale Madonna pregate?”, “Che cosa dicono i bambini di Brembate Sopra di questa vicenda?”, “Secondo lei, Yara è ancora viva?”, “Qual è il messaggio della lettera che lei leggerà in chiesa a nome dei genitori?”. E ancora: “Perché non dice tutto quello che sa?”. E quando rispondo che non so nulla, mi ribattono: “Ma allora anche lei è omertoso”. E potrei continuare. Il fatto che giorno e notte, nella strada a fondo chiuso dove abitano i genitori di Yara, sia necessario che una pattuglia della polizia locale stia di guardia per preservare l’intimità della famiglia, la dice lunga. E non per tenere lontano i curiosi, ma le telecamere e i giornalisti». Due persone che nonostante tutto stanno dando grande prova di coraggio, fede e speranza, mentre attorno a loro si consuma l’ennesimo – inutile e vergognoso – circo mediatico.

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