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VERSO IL MEETING/9 Pugliese, pioniere dell’umano

agosto 16, 2011 Benedetta Frigerio

Opera a chilometri di distanza. È un chirurgo che “non lascia cicatrici”.
E pensa che la medicina sia un’arte per «servire il mistero che è l’altro»

Cura le persone a distanza di migliaia di chilometri, con l’aiuto di robot e web. Con una tecnica chirurgica che permette ai pazienti, senza muoversi dal proprio paese, di essere operati dai medici più esperti al mondo. «Non avessi lavorato in Africa non ci sarebbe nulla di tutto questo», premette il dottor Raffaele Pugliese, allargando le braccia nel suo studio al secondo piano dell’Aims Academy, centro all’avanguardia di formazione chirurgica mini-invasiva, da lui voluto e diretto «per dare al malato una possibilità in più». Un’opera che ha pochi pari in Europa e nessuno in Italia. Inaugurata l’anno scorso, dopo un intenso lavoro preparatorio durato otto anni, è stata costruita in dieci mesi all’interno dell’azienda ospedaliera Niguarda di Milano. «Io ci ho messo tutto il mio impegno – racconta – poi, lentamente, le istituzioni e i privati si sono fidati di me. Ma non basta questo a spiegare quello che è successo e continua a succedere».

Per capire di cosa si stia parlando, Pugliese deve narrare di quando, giovane neo laureato in medicina, decise di andare a lavorare in Uganda. E di quando, convertitosi al cattolicesimo pochi anni prima, la sua fede s’andava affievolendosi: «Mi accorgevo che non era più un fatto nuovo da seguire. Stava diventando un mio sforzo, qualcosa che dovevo fare io. Alcuni amici mi proposero di andare in missione: aderii a una chiamata oggettiva dove era chiaro che non generavo per un mio sforzo, ma rispondevo al disegno di un altro. Non solo, in assenza di una tecnologia avanzata, imparai la centralità della clinica e del rapporto con il paziente. Ciò che poi mi permise di usare dei macchinari più sofisticati al meglio e di comprenderne il valore, fino a lottare per introdurli nella chirurgia».

La fantascienza, l’infinito e il limite
Tra Africa e Aims c’è in mezzo un periodo di formazione durato ventisette anni. Tornato dall’Uganda, Pugliese fu assegnato al pronto soccorso del Niguarda, dove «diedi il massimo, come se fosse il mio posto per sempre: mai lavorare pensando a scenari radiosi, ma sempre come se si dovesse rimanere in quel posto per tutta la vita». È lì che il futuro primario della chirurgia notò il giovane che poi chiamerà a fargli da spalla. Da vice, poi, Pugliese diventò a sua volta primario di chirurgia all’ospedale di Busto Arsizio. «Più passavano gli anni, più studiavo e mi appassionavo al lavoro. Ho girato il mondo per conoscere e aggiornarmi, così da rispondere a esigenze sempre nuove. Mie e dei malati».
Ad un certo punto, però, il chirurgo scoprì qualcosa che sembrava fantascienza. Nei circoli internazionali qualcuno parlava di azzardo, altri di una nuova frontiera. Sono gli anni Novanta e Pugliese sentì discutere di chirurgia mini-invasiva. Un modo per operare senza più tagliar pance ai pazienti, senza più cicatrici e dove erano robot guidati da medici a curare gli uomini.

«Ero affascinato, volevo capire di più. Certo, ero attento a non prendere abbagli. C’era chi parlava di chimera, chi pensava che la chirurgia avesse già raggiunto il suo picco più alto. Io sapevo solo due cose: che, fino a quando l’uomo con le sue domande infinite ci sarà, non si smetterà mai di avanzare, ma anche che a tutto c’è un limite». Pugliese scelse di seguire i pionieri, per vedere dove avevano ragione o dove si sbagliavano. All’inizio vide tutti i limiti di una chirurgia che aveva tempi lunghi e complicazioni che avanzano al crescere della tecnica. «Ma i più convinti non mollavano. Se hanno ragione, mi dissi, se questa tecnica può curare con più rispetto i pazienti, ci deve essere anche un modo per ridurne i rischi».
Partì per la Francia, madrepatria della nuova tecnica, e si convinse del vantaggio che poteva portare ai malati: «Fu questa convinzione a farmi studiare e girare il mondo per esercitarmi ad operare con macchine e robot. Non ho mai smesso di affinare le mie capacità. E oggi siamo arrivati alla cosiddetta “chirurgia senza cicatrici”: in alcuni casi operiamo per altre vie senza fare buchi, ad esempio passando per il cavo orale». Due sono gli incontri più significativi. Quello con Jaques Marescaux, che aprì il primo centro al mondo di formazione a Strasburgo, e quello con Michael Bailey che aveva aperto il secondo a Guilford. «Vedendo il loro centri capii che la formazione in questo campo è più che mai fondamentale. E che il segreto dello sviluppo di questa chirurgia sta proprio lì: per ridurre i rischi della tecnica occorre affinare le capacità umane. Non basta più, come in quella tradizionale, pensare di “imparare guardando”, per poi passare direttamente al paziente».

Infatti, chi opera per via laparoscopica deve muovere gli strumenti operatori guardando in un monitor davanti a sé che mostra l’interno del corpo su cui sta agendo. «Per questo occorre allenare la vista per coordinarla in modo nuovo con il resto del corpo, sviluppando percezioni nuove». Così Pugliese pensò al proliferare di centri formativi e ipotizzò che il luogo più adatto in Italia fosse proprio quello in cui lavorava: la Lombardia, dove la sanità è all’avanguardia. «Ero così determinato che iniziai a parlare del progetto con direttori generali, istituzioni, aziende e fondazioni private. Nessuno negava l’importanza del progetto, ma nemmeno dimostrava entusiasmo». Non si arrese. «Ero certo che se un desiderio è buono, e se Dio lo vuole, tutto si può fare».

Ci credevano più i monaci di noi
Anni prima, un sacerdote milanese, don Luigi Giussani, aveva raggruppato Pugliese e altri amici medici, sfidandoli con queste parole: «Siete in tanti ormai, e lavorate bene ognuno dove si trova, ma manca qualcosa. Manca un’opera che sia espressione nella storia della concezione cristiana, della fede che vivete». «Perciò – ricorda il medico – ci scervellammo per pensare a cosa fare, se costruire un ospedale o altro. Alla fine degli anni Ottanta nacque la fondazione Giuseppe Moscati. Partecipai, ma ricordo che non pensavo si arrivasse fino in fondo. Ci fu però chi non mollò, come ad esempio il primo presidente, Angiolino Bigoni. Quell’esperienza mi insegnò che se c’è qualcuno che crede in un progetto e se Dio lo vuole, anche se tutto pare esserti contro, possono accadere cose imprevedibili, che superano di gran lunga l’aspettativa iniziale. Lì c’ero io. Restava solo da capire se c’era pure Dio». Nulla sembrava ipotizzarlo, ma durante un viaggio per un convegno in Cile accadde qualcosa. Pugliese raccontò alla badessa di un monastero benedettino la sua idea. «Si entusiasmò, mi chiese di parlare di quello che volevo costruire. Le suore mi lasciarono assicurandomi la loro preghiera quotidiana e invitarono la casa madre di Vitorchiano a conoscermi. Andai e la reazione fu analoga. E poco dopo iniziò a pregare e prendersi a cuore di questo progetto anche il monastero dei benedettini dei santi Pietro e Paolo». Tanta dedizione lo rassicurò. «Erano più convinti i monaci di tanti altri. Questo, da una parte, mi spinse a non desistere, dall’altra mi aiutò a capire che quello che poteva nascere non doveva essere frutto della mia vanagloria o il compimento della mia carriera. Doveva essere un’opera per servire gli ammalati».
Così, quando il chirurgo fu invitato dall’amico Michael Bailey, presidente del Mattu di Guilford, all’inaugurazione del secondo centro di formazione del mondo, quella divenne l’occasione per invitare anche Pasquale Cannatelli, Direttore generale del Niguarda, che colse subito le opportunità che l’idea di Pugliese poteva aprire. «Quindi decisi di portare il direttore anche a Strasburgo, dal pioniere professore Marescaux. Fu lì che si entusiasmò, dato che è il centro Ircad oggi il più completo e all’avanguardia».

Cannatelli allora decise di ritornare a Strasburgo, portando con sé gli assessori regionali alla Sanità e alla Tecnologia. «Le istituzioni risposero. Mi dissero di stendere un progetto. Lo portammo a Roma e fu accolto. Coinvolsi privati, banche e cooperative affinché completassero la realizzazione dell’opera. Infatti, se il pubblico ha stanziato 4 milioni di euro, altri 8 sono giunti dai privati, secondo il principio di sussidiarietà».

A scuola per imparare a usare i robot
Un percorso lungo otto anni, per costruire il centro in uno solo, e arrivare almeno alle postazioni di partenza. «Sì, l’avventura è appena iniziata». Ma se l’inizio ora è certo, più difficile pensare che questo spazio, pur grande duemila metri quadrati, possa contenere quanto si sta sviluppando. In un anno, oltre a esperti internazionali venuti a dirigere e sostenere l’opera, all’Aims Academy sono già passati 500 chirurgi, provenienti da circa venti nazioni. Si sono collegati via web 60 paesi. E se nel 2010 sono cominciati quattro corsi, quest’anno se ne sono svolti otto e, per il prossimo, ne sono in calendario circa venti. Nei laboratori sono poi approdati robot e tecnologie all’avanguardia. E ne arrivano sempre di nuovi. Da quelli per la sperimentazione su manichini biologici a quelli sugli animali, necessari a ridurre al minimo l’alto rischio legato a una tecnica tanto sofisticata.

Pugliese non si occupa solo di cifre e contanti. E nemmeno di insegnare l’uso delle macchine. «Tradirei l’origine di tutto, perdendo lo scopo dell’opera, se non formassi la coscienza, che va costantemente allenata: bisogna servire il mistero della vita che è l’altro, per rispondere al progetto di chi l’ha voluta con me. Lo dico tremando. Io ci ho creduto, ma quello che è accaduto ha superato il mio tentativo: noi quest’opera l’abbiamo imparata mentre accadeva. E impariamo ancora adesso, guardando accadere le possibilità che continuamente ci offre».

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