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VERSO IL MEETING/11 Giulia non inganna

agosto 22, 2011 Fabio Cavallari

Un destino da “aborto terapeutico”. «E, invece, questa bambina ci sta
insegnando la gioia di vivere». Parola di Bernard Dan, neurologo ateo

«Si può riflettere sull’aborto ed anche sulla diagnosi prenatale, possiamo discutere e ragionare attorno a tutte le implicazioni che riguardano una gravidanza, ma non possiamo essere ipocriti, la nozione di “aborto terapeutico” è un inganno. Si tratta di un binomio terminologico contraddittorio, di uno specchietto per le allodole. Viviamo in un’epoca nella quale la medicina ed i medici rischiano di ostentare un delirio di onnipotenza. Parliamo sempre più di autodeterminazione e di facoltà di scelta, ma in realtà rischiamo di produrre illusioni. Quando un medico consiglia a una donna di percorre la strada dell’aborto terapeutico, perché il nascituro potrebbe essere portatore di gravi disabilità, induce la madre stessa a cadere nella trappola dell’inganno».

A ragionare in questi termini non è un uomo di fede o un membro del Movimento per la vita, ma il dottor Bernard Dan, un giovane ma già autorevole esperto neurologo, primario di neuropediatria all’ospedale Regina Fabiola di Bruxelles, docente universitario e clinico di fama internazionale. Un uomo di scienza ancorato a solide basi razionaliste, assolutamente lontano dal mondo religioso, al punto da definirsi «ateo». Definizioni a parte, il luminare si tiene ben lontano dal determinismo laicista tanto caro al mondo belga cui appartiene per storia ed esperienze professionali. Le sue parole, la finezza del suo ragionamento, sembrano l’appendice perfetta per il titolo del Meeting di quest’anno: “E l’esistenza diventa un’immensa certezza”. Non a caso, Dan sarà uno dei protagonisti dei tanti incontri riminesi, assieme a Mariangela Fontanini, una madre che con quel termine, “aborto terapeutico”, si è trovata concretamente a fare i conti.

La storia che li unisce ha inizio nel 2002 quando la donna, a Bruxelles con il marito Riccardo da un più di vent’anni, rimane incinta per la seconda volta. All’ottavo mese di gravidanza, dopo l’ultimo esame di controllo, i medici che le riscontrano alcune anomalie e, dopo alcuni approfondimenti, sentenziano: microcefalia associata a una grave polimicrogiria laterale sinistra. Compromesse quasi tutte le attività motorie e la parola. Unico organo a salvarsi il cervelletto, la vista e una parte dell’equilibrio. Lapidaria la prognosi dei professionisti: «Sua figlia avrà un gravissimo handicap, nella migliore delle ipotesi vivrà come un vegetale, nella peggiore morirà. Le consigliamo l’aborto terapeutico. Se decidete in tal senso dobbiamo procedere rapidamente».

Quanto a Mariangela e Riccardo è apparso immediatamente inaccettabile è stato l’automatismo tra malformazione e aborto. Era talmente scontata la scelta suggerita, che il giorno dell’intervento era già stato fissato: il 26 dicembre. Nella logica di quei medici sembrava non esserci alcuna possibilità per una decisione differente, ma usciti da quell’incontro loro avevano già deciso: Giulia sarebbe nata.
Rimanere saldi non è stato facile. La diagnosi proposta assomigliava in modo drammatico ad una condanna. Dal punto di vista medico, la questione non si discuteva e la nascita di Giulia ha confermato per intero la prognosi effettuata. Nessun errore diagnostico. La realtà, però, giorno dopo giorno, ha manifestato la sua irriducibile unicità. All’interno di un percorso da veri combattenti i genitori della piccola hanno iniziato a costruire attorno alla loro famiglia una tenace rete di protezione, con decine di volontari che hanno cominciato a frequentare la loro casa, per mettere in atto un sistema “abilitativo” suggerito da una dottoressa italiana (Marinela Pedrinazzi). Negando nei fatti ogni prognosi infausta, Giulia ha iniziato a manifestare la sua presenza, sentimenti di antipatia e simpatia. Oggi comprende due lingue, dà e ricambia affetto. È una bimba disabile, ma non «un vegetale».

Un percorso tracciato ogni giorno
All’interno di questo cammino, il dottor Dan ha saputo cogliere i fatti nella sua concretezza travalicando anche il pregiudizio scientifico. Come a dire che per spiegare la realtà, pur rimanendo nell’alveo razionalista, è necessario considerare tutti i fattori che determinano una persona.

«Oltre alle analisi che derivano dagli strumenti tecnici, come la risonanza magnetica o l’elettrocenfalogramma – racconta a Dan – è necessario tenere in considerazione tutti quegli elementi che riguardano il rapporto affettivo, la gioia di vivere, l’affascinante complessità dell’unicum umano. Specificità in grado di incidere prepotentemente anche nello sviluppo di una bambina con serie anomalie celebrali. Giulia ne è un esempio lampante. Quando gli specialisti hanno costatato queste anomalie hanno previsto che il suo sviluppo sarebbe stato fortemente perturbato, ma non hanno potuto prevedere come lei avrebbe reagito ed interagito con il caso (o l’imponderabile) e l’esperienza del futuro. Non si negozia né con la maturazione né con il caso, ma tutta la sua famiglia, tutti gli amici, le persone che la circondano, si sono alleati per farle effettuare un bagno nell’esperienza della vita e nel piacere di vivere, fattori che hanno ottimizzano la sua crescita. Così Giulia si è messa a sorridere, ad esprimere gioia e affezione, a porre domande a tutti coloro che consideravano il fatto impossibile. Il proseguimento del suo percorso non lo conosciamo ancora. È lei che lo traccia con tutte le persone che la accompagnano e che lei incontra. Oggi Giulia sta insegnando ai medici lo sviluppo neurologico e la gioia di vivere».

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