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Verderami (Corriere): «Il Pdl “costretto” a non candidare Cosentino»

gennaio 23, 2013 Matteo Rigamonti

Francesco Verderami (Corriere della Sera) spiega i precari equilibri delle prossime elezioni. E giudica errata la scelta di candidare Grasso: «I magistrati non dovrebbero entrare in politica»

«La soglia minima dei seggi affinché Monti possa risultare determinante per formare una maggioranza di governo con il Pd è quella di 30 seggi al Senato», lo dice a tempi.it Francesco Verderami, che da anni racconta e analizza la politica sulle pagine del Corriere della Sera.

Non è semplice il risiko degli equilibri politici in vista delle prossime elezioni. Quali saranno i fronti decisivi?
I numeri decideranno la partita. Una partita che, ovviamente, è ancora aperta al Senato. A causa, o in virtù, di questa legge elettorale si rischia il verificarsi di paradossi come quello per cui un’eventuale rimonta di Berlusconi potrebbe essere d’aiuto a Monti per risultare determinante nella formazione della maggioranza di governo. Anche perché Bersani difficilmente raggiungerà autonomamente la maggioranza al Senato e, anche se dovesse ottenerla, sarebbe comunque una maggioranza risicata.

Monti deve raggiungere il 15 per cento dei voti per ottenere 30 seggi al Senato.
Monti, per essere determinante, deve sì stare sopra il 15 per cento a livello nazionale; ma a contare, al Senato, sarà soprattutto il verdetto delle urne nelle cinque regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Puglia, Sicilia e Campania). L’attuale legge elettorale prevede, infatti, una soglia di sbarramento all’8 per cento e assegna la metà dei seggi in palio alla lista che arriva prima per numero di voti. La seconda e tutte le altre, invece, si spartiscono proporzionalmente i rimanenti seggi.

Cosa può succedere?
Senza Monti, il centrosinistra, con la maggioranza sicura alla Camera, qualora non dovesse ottenere quella al Senato, non avrebbe i numeri per governare da solo. Si creerebbero le condizioni di ingovernabilità già viste nel 2006 con il Governo Prodi che poteva contare solo sull’appoggio sicuro di una delle due camere: l’aula di Montecitorio, appunto.

Berlusconi e il centrodestra cosa devono fare per ottenere questo risultato?
Oltre a mantenere il Lombardo-Veneto, Berlusconi deve anche ottenere un exploit di risultati in Campania, Sicilia e Puglia, ma non sarà facile. In Campania e Sicilia potrebbe venire in suo aiuto la lista di Ingroia, Rivoluzione civile, che in quelle due regioni è molto forte e quindi determinante ai fini del risultato. Una storia a parte, invece, è quella della Puglia, dove il centrodestra sembra essere a un’incollatura di voti (5 punti percentuali) dal centrosinistra. Anche se, in ogni caso, Berlusconi avrà bisogno che Monti non raggiunga i 30 seggi.

Bersani, invece, ha bisogno di Monti solo perché è la matematica a dirlo oppure c’entra anche la credibilità del paese in Europa?
È stato Bersani a evocare Berlinguer quando ha detto che «non si governa con il 51 per cento»; il leader del Pd è consapevole delle difficoltà connesse alla crisi economica che attanagliano il paese. Ma questo non vuol dire che ci debba essere alcun tipo di “patronage” a gravare sul governo democraticamente eletto di un paese come l’Italia. È un’idea alla quale mi ribello come cittadino. Il tema in questione è piuttosto la necessità per il Paese di avere un governo che possa contare sull’appoggio di una larga maggioranza. In passato l’Italia ha già vissuto esperienze di questo genere.

Il Pd può rinunciare a Ingroia?
Ormai la frattura è consumata: hanno pesato le differenze profonde, le tensioni culturali esistenti tra i due schieramenti, più che eventuali divergenze programmatiche. Ma non è questo il punto. Un’ala forcaiola a sinistra c’è sempre stata nell’ultimo ventennio; mentre, a mio avviso, i magistrati non dovrebbero nemmeno permettersi invasioni di campo – lo trovo sgradevole – dovrebbero, piuttosto, svolgere il loro compito, che è già delicato. Mi sto interrogando anche sull’opportunità che lo stesso Pietro Grasso sia sceso in campo (o salito in politica). Ricordo che il Capo della Direzione nazionale antimafia, incarico delicatissimo, ha la possibilità di visionare atti che nemmeno vengono inseriti nei fascicoli delle indagini, atti segreti. Penso che i magistrati debbano avere un ruolo sacerdotale e non dovrebbero entrare in politica. È una questione deontologica. Un confine morale che un magistrato dovrebbe saper riconoscere. A maggior ragione un pm come Ingroia.

Cosa ha portato il Pdl e Berlusconi alla decisione di escludere Cosentino dalle liste?
È stata una scelta necessaria, il Pdl era costretto a farlo. Anche se non si capisce perché lui, Dell’Utri, Papa, Milanese sì e altri no. Come non si capisce perché un partito che fino ad ora si è strenuamente opposto a questa concezione, adesso ha cambiato idea. Anzi, lo si capisce: siamo in campagna elettorale e il Pdl non avrebbe retto ad uno scontro su questo tema. Ma poi c’è il rovescio della medaglia: viviamo in un Paese dove la magistratura incide, più o meno volontariamente – non sta a me giudicare -, sulla vita politica. È così dal ’92. Ciò detto, qualora dovessero “spuntare” casi come quelli di Fiorito, Lusi, Penati e Belsito, la magistratura ha il dovere di intervenire. Nulla toglie, però, che certe invasioni di campo sono evidenti.

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