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Venezuela, lo studente delle favelas leader delle proteste: «Anche noi poveri in piazza. L’illusione socialista è finita»

marzo 12, 2014 Benedetta Frigerio

Intervista a Yeiker Guerra: «Stiamo assaporando una libertà nuova, sarà difficile tornare indietro. Ho paura ma non smetterò di parlare»

«La protesta venezuelana nasce dalla mancanza di opportunità e di democrazia. Il fatto che si sia aggravata la crisi economica e sociale è servito solo a far traboccare un vaso che era pieno fino all’orlo». Yeiker Guerra, residente a Petare, una favela di Caracas, studente dell’università di Monteavila grazie a un programma delle Nazioni Unite, non parla solo dell’inflazione «già altissima e ora galoppante» o del passaggio dalla scarsità di beni di primo sostentamento alla loro quasi totale mancanza. «Mi riferisco all’impossibilità di costruire qualcosa e di vivere liberamente», dice a tempi.it.
Guerra è uno dei leader della protesta, ed è finito nel mirino del governo anche per via della sua appartenenza sociale. Il presidente Nicolas Maduro, come il suo predecessore Hugo Chávez, punta infatti proprio sul consenso delle fasce basse della popolazione per sopravvivere ed è pronto a tutto pur di strozzare la «consapevolezza crescente» che sta portando in piazza anche i favelados come Yeiker. Non a caso i sostenitori del potere chavista hanno iniziato a mettere in dubbio le umili origini del giovane.

A quasi un anno dalla morte di Chávez la situazione è precipitata, ma sono 15 anni che il Venezuela si trova in condizioni durissime. Come mai vi siete ribellati solo ora?
Giunti a una crisi così evidente, in cui l’impunità cresce di giorno in giorno e la gente comune muore per le strade, in cui si fatica a trovare da mangiare e i conflitti sociali rischiano di accentuarsi gravemente è esplosa una rabbia sepolta da anni. Siamo scesi in piazza per questo, ma anche perché crediamo che davanti al dramma comune sia più facile trovare un’unità. Desideriamo la riconciliazione in un paese dove spesso siamo messi gli uni contro gli altri dal governo stesso: ci dividono fra ricchi e poveri, fra amministratori statali legati al partito socialista e antichavisti. Le manifestazioni invece vogliono unire.

Tu hai avuto una chance, hai studiato e sei consapevole di cosa sta accadendo. Ma cosa pensano i giovani provenienti dai quartieri popolari?
C’è una consapevolezza crescente anche fra loro. Siamo noi poveri a subire più di tutti la crisi. I ragazzi delle favelas forse non sono stati fortunati come me che ho potuto accedere agli studi quasi per caso, grazie a un programma delle Nazioni Unite. Ma si esprimono sui social network e nelle manifestazioni. E se non ci sono state proteste nelle zone povere è solo perché sono le più insicure: preferiamo spostale in città.

Da dove nasce questa nuova consapevolezza?
Chávez anche per via del suo carisma riusciva con misure populiste ad accontentare le classi meno abbienti. Maduro è più debole e ormai l’ideologia socialista mostra la corda: il suo discorso fa a pugni con la realtà che i quartieri popolari vivono ogni giorno. Quando domandiamo perché sulle nostre strade si continua a morire, senza che sia mai fatta giustizia, ci ripetono ancora che è colpa degli Stati Uniti. Siamo poveri, ma non stupidi.

E che cosa pensate di ottenere con le proteste?
Le manifestazioni sono un inizio, rappresentano un punto di incontro libero come non era mai sorto uno in questo paese. La gente, mentre marcia, può esprimere il proprio pensiero, può condividere le proprie preoccupazioni con gli altri senza paura di essere denunciata. Questa per noi venezuelani non è una cosa scontata, stiamo assaporando la libertà. Per questo vogliamo arrivare a tutti, scuotere le coscienze e mobilitare quanti hanno ancora paura.

Le televisioni e i giornali ufficiali parlano di proteste violente. Come si svolgono le manifestazioni?
Le manifestazioni non sono violente. La gente sta riprendendo speranza e vuole solo ricostruire il Venezuela. Ci sono bambini che giocano, giovani che cantano, famiglie che marciano insieme. Stiamo respirando per la prima volta una clima libero: difficile che la gente torni indietro. Per questo il governo ha così tanta paura e risponde con la violenza.

È vero che la polizia arresta e tortura anche chi marcia pacificamente?
È stata aperta una commissione parlamentare per verificare se vi sono state torture. E io le ho viste con i miei occhi, altri me le hanno raccontate. La polizia usa metodi brutali, picchia i manifestanti e punta le armi nelle loro parti intime.

Eppure si parla anche di scontri innescati dai manifestanti.
Innanzitutto dovrebbe essere ormai noto il tipo di censura mediatica messa in atto dal presidente Maduro sulle provocazioni della polizia. Ed è appena il caso di ricordare che quanti hanno creato disordini sono per lo più infiltrati che appoggiano il governo.

Esistono video in cui si vedono diversi manifestanti provare a dialogare con la Guardia Nacional. Cosa sperate di ottenere?
La Guardia Nacional è composta da venezuelani come noi, che quando tornano a casa e si tolgono la divisa, si trovano davanti alla nostra stessa sofferenza. Noi vogliamo solo lavorare per l’unità, facendo capire anche a loro che difendere noi è difendere il futuro dei loro figli. Quello che intendo si vede in un filmato, circolato in rete, in cui una manifestante parla a una poliziotta che piange di fronte alla repressione: «So perché piangi – le dice – perché siamo tutte e due venezuelane, perché sei una donna come me, perché soffri come me!»

Le vostre manifestazioni comportano ulteriori sacrifici alla gente. Credi che ci sia davvero una classe politica pronta a ricostruire il Venezuela?
È vero, le città spesso si ritrovano bloccate dalle barricate, si fatica a raggiungere i luoghi di lavoro o le scuole per via delle manifestazioni. Ma crediamo sia necessario resistere: se l’opposizione fosse lasciata libera di fare, piano piano, potrebbe cominciare a ricostruire il paese.

Siete in piazza da più di un mese ormai, ma nulla è cambiato. Non siete stanchi?
Siamo più spaventati dall’idea di continuare a vivere nel terrore della delinquenza impunita e della fame. È dura, ma la speranza è maggiore della fatica. E si alimenta nel vedere quanti amano la libertà e il nostro paese. Siamo dentro una maratona lunghissima, eppure la gente non si ferma.

Oltre alla stanchezza c’è chi rischia la vita e chi l’ha già persa. Tu stesso sei nel mirino del governo. Non hai paura?
Sì, ho paura, ma continuerò comunque a parlare: non voglio più vivere in un paese dove chi esprime il proprio pensiero è costretto a vivere nell’angoscia. E poi ci battiamo con amore, anche verso i nostri avversari, anche verso chi è caduto nel ricatto del chavismo, e questo vince ogni terrore.

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2 Commenti

  1. mike says:

    se protestano gli studenti la cosa odora di comunismo. infatti parlano di crisi poi però (e già nella parte alta dell’articolo ossia all’inzio dell’intervista a Y. Guerra) ci mettono poco a parlare di voler costruire qualcosa e di vivere liberamente. per me vogliono altro, cioè a chi protesta interessa poco la crisi. la quale quanto sarà vera o fatta credere? fosse tutta vera la gente sarebbe scoppiata davvero e maduro deposto da tempo. come in siria: assad è tanto cattivo, si dice. solo che sta ancora lì. ma non è tanto cattivo? perché la gente non lo manda via? perché non aiuta i ribelli? ma perché, è pensabile, tanto cattivo allora non è. e così maduro. solo che dà fastidio, per una qualche ragione.

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