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Venezuela. I bambini a scuola svengono per la fame

maggio 9, 2017 Luca M. Possati

Uno dei paesi più ricchi del Sud America è in ginocchio. Le opposizioni contestano il presidente Maduro, accusandolo di golpe

Articolo tratto dall’Osservatore romano – Undici persone sono morte il mese scorso in una sola notte di saccheggi e rapine a Caracas. Sette di loro sono state uccise da una scossa elettrica mentre cercavano di svaligiare una panetteria: i ladri stavano rubando una macchina di caffè piena di acqua, così quando l’hanno staccata dal muro la presa ha fatto contatto e gli altri mobili di acciaio hanno condotto la scarica. Povertà, criminalità, disperazione e crisi istituzionale sono diversi aspetti che s’intrecciano nella drammatica fase che sta attraversando il Venezuela, uno dei paesi più ricchi del Sud America ora in ginocchio. Negli ospedali non ci sono più medicine né macchinari funzionanti e il rischio di epidemie aumenta. I bambini a scuola svengono per la fame. La gente deve fare ore di fila per comprare del pane sotto lo sguardo della polizia, mentre l’inflazione raggiunge le stelle (ora è al 1600 per cento, secondo l’Fmi).

Ogni giorno i cortei si scontrano con la guardia nazionale. Le scene sono quasi sempre le stesse: i manifestanti tentano di raggiungere una sede istituzionale ma vengono bloccati a colpi di lacrimogeni. Il bilancio parla di almeno quaranta morti e decine di feriti in meno di un mese. Opposizione e governo si accusano reciprocamente. La situazione è precipitata all’inizio di aprile quando il tribunale supremo ha emesso alcune ordinanze con le quali di fatto esautorava il parlamento, controllato dall’opposizione, assumendone i poteri. La protesta è scattata immediatamente in tutte le principali città del paese. Il presidente Nicolás Maduro ha fatto ritirare i provvedimenti del tribunale, ma non è riuscito a contenere la rabbia dei manifestanti che denunciavano «una grave battuta d’arresto per la democrazia». Maduro ha quindi proposto una nuova assemblea costituente, subito contestata. Ad aumentare la tensione c’è stata poi la notizia per cui Henrique Capriles, uno dei leader dell’opposizione antichavista, è stato interdetto dalla politica per quindici anni. Sul piano internazionale, il governo ha annunciato l’uscita dall’Organizzazione degli stati americani (Osa) in polemica con la decisione degli altri paesi membri di convocare un vertice sulla crisi.

La partita politica è chiara. La Mesa de Unidad Democratica (Mud, coalizione antichavista) accusa Maduro di golpe, repressione violenta e metodi antidemocratici. La Mud ha promesso che andrà avanti con le proteste e le manifestazioni fino a quando il governo non farà marcia indietro, accettando di convocare nuove elezioni, autorizzare gli aiuti umanitari, rilasciare i prigionieri politici e licenziare i giudici del tribunale supremo accusati di voler esautorare l’assemblea nazionale. La rabbia dell’opposizione è alimentata anche dal fallimento del referendum per la revoca del mandato di Maduro. Le firme necessarie erano state raccolte ma poi, a causa delle lungaggini burocratiche e delle esitazioni della commissione elettorale, il progetto ha perso slancio. Maduro respinge le accuse, rivendica la costituzionalità del suo mandato e dice di voler trovare una soluzione pacifica alla crisi. Il delfino di Chávez punta il dito contro gli Stati Uniti e le ingerenze straniere che vorrebbero la fine della rivoluzione chavista.

L’ago della bilancia — dicono gli analisti — sembrano essere le forze armate. L’esecutivo venezuelano comprende undici generali su 34 ministri. I militari, inoltre, hanno il controllo delle principali reti di produzione e distribuzione alimentare. Tuttavia, il legame tra esercito e politica sembra scricchiolare: pochi giorni fa Capriles ha denunciato che almeno quindici alti ufficiali sarebbero stati arrestati.

Per capire a fondo le radici della crisi venezuelana occorre fare un passo indietro, tornando al 1998, quando Chávez vince le elezioni e lancia il suo programma, il socialismo bolivariano, basato su tre punti chiave: lo sfruttamento delle grandi risorse petrolifere, la redistribuzione delle terre e la riforma costituzionale. Nei primi dieci anni, quando i profitti petroliferi vanno a gonfie vele, questa linea è efficace e l’economia si riprende: il petrolio rappresenta la metà delle entrate del governo e il 95 per cento delle esportazioni e alimenta programmi di assistenza sociale e sviluppo. Dopo il fallito tentativo di golpe nel 2002, Chávez viene confermato nel 2006 con oltre il sessanta per cento dei voti. L’anno successivo, nel 2007, il governo decide di nazionalizzare le compagnie petrolifere espropriando le grandi multinazionali americane come la EXXon Mobil. L’inflazione inizia a galoppare a ritmi folli erodendo l’economia. La totale dipendenza dal greggio alimenta corruzione, deficit e debito pubblico. Inutile dire che quando la produzione di greggio registra i primi cali (nel 2011 era inferiore del 13 per cento rispetto al 1999), l’intero sistema ne risente drammaticamente. Pochi mesi dopo l’inizio del mandato di Maduro, nel novembre 2013, l’inflazione raggiunge il 50 per cento su base annua. Iniziano le lunghe file alla frontiera con la Colombia per reperire cibo e medicinali. Maduro dichiara lo stato di emergenza.

Se queste sono le radici della crisi, quale domani si prospetta per Caracas? Sembra difficile vedere una via di uscita dal caos. Come ha scritto «El País» in un recente editoriale, la crisi venezuelana s’inserisce in un quadro geopolitico in profondo mutamento, nel quale i grandi assi della guerra fredda sono ormai svaniti. Un dato, tuttavia, sembra chiaro. In Venezuela a mancare è la volontà di dialogare seriamente sui problemi concreti delle persone, al di là della battaglia politica. Solo con questa volontà sarà possibile ripartire e voltare pagina.

Foto Ansa

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