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Venezuela. A che punto (inimmaginabile) è il collasso economico e sociale

agosto 2, 2017 Rodolfo Casadei

Così il “bolivarismo” di Chávez e Maduro ha ridotto un paese straricco di petrolio alla miseria totale. I numeri della crisi che spinge il popolo in piazza

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Non è solo per il soffocamento delle istituzioni democratiche e l’imposizione strisciante di una dittatura che migliaia di venezuelani da mesi protestano e si scontrano con le forze dell’ordine e i gruppi paramilitari filogovernativi, lasciando sul terreno decine di vittime. A spingere una parte del popolo a rischiare la vita e la libertà nelle piazze del paese sono soprattutto la povertà e la miseria, che in Venezuela hanno conosciuto una recrudescenza negli ultimi due anni.

A PICCO. Il Venezuela è l’11° paese al mondo per quantità di petrolio estratto e il 1° al mondo per le riserve sfruttabili, e nel lontano 1985 registrava il più alto prodotto interno lordo pro capite di tutta l’America latina. Dopo 18 anni di cura bolivariana, iniziata con l’ascesa al potere di Hugo Chávez nel 1999 e proseguita con la successione di Nicolás Maduro, salito al potere nel marzo del 2013 a causa della malattia e poi della morte di Chávez, è sceso all’11° posto, soprattutto perché fra il 2012 ed oggi il Pil complessivo è diminuito quasi di un terzo. Nel 2013 c’è stata una flessione del 3,9 per cento, nel 2015 del 5,7 per cento e l’anno scorso addirittura del 18,6 per cento.

UN TESORO NON SFRUTTATO. L’economia del paese dipende fortissimamente dalle esportazioni di petrolio, che rappresentano il 95 per cento di tutte le entrate da esportazioni e più della metà delle entrate del governo. Evidentemente la caduta del prezzo del petrolio, dai 111 dollari per barile del 2012 ai 50 o poco più di oggi, ha fatto sprofondare un’economia che nessun governo ha saputo o voluto diversificare. Maduro avrebbe potuto però puntare sull’aumento della produzione per alleviare almeno in parte gli effetti negativi della flessione del prezzo delle esportazioni: con riserve pari a 30 miliardi di barili di petrolio che aspettano solo di essere sfruttate, non sembrerebbe un’operazione troppo difficile. E invece no: diciotto anni di rivoluzione bolivariana hanno abbassato la produzione nazionale di petrolio dai 3 milioni e 200 mila barili al giorno del 2002 ai 2 milioni e 200 mila di oggi.

CLIENTELE A NON FINIRE. Corruzione, incompetenza, licenziamenti e assunzioni di dirigenti sulla base della lealtà politica anziché sulla base del merito e delle capacità professionali, mancati investimenti, scarsa manutenzione degli impianti, uso degli introiti dalle vendite petrolifere per spese fuori bilancio hanno condotto all’attuale situazione. I record di produzione del passato erano realizzati dalla Pdvsa (l’ente petrolifero di Stato) con 20 mila dipendenti; oggi una produzione che è quasi di un terzo inferiore a quella di 15 anni fa ha bisogno di 120 mila dipendenti! Mentre un tempo le spese di estrazione e commercializzazione del petrolio venezuelano erano fra le più basse del mondo, grazie alle condizioni geologiche favorevoli e all’apparato tecnico e professionale a disposizione, oggi sono le quarte più onerose fra i grandi paesi produttori, e ammontano a 27,6 dollari al barile, addirittura più di quello che si spende negli Stati Uniti per estrarre il petrolio di scisto (shale oil, 23,5 dollari al barile), che richiede tecniche particolari.

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NAZIONALIZZAZIONI SCIAGURATE. L’altra politica economica dai risultati fallimentari condotta da Chávez e da Maduro è stata quella delle nazionalizzazioni. A forza di espropri, oggi il Venezuela risulta dotato di 511 aziende industriali e commerciali di Stato. Per restare in America latina, il Brasile, che ha quattro volte la popolazione del Venezuela ed è stato anch’esso per molti anni governato dalla sinistra, ne ha in tutto 130; l’Argentina, con un 30 per cento di abitanti in più, ne ha appena 52. Ma il vero problema è che il 70 per cento delle aziende di Stato venezuelane operano in perdita, e secondo Mercedes de Freitas della sezione venezuelana di Transparency International le perdite nel 2016 sono ammontate all’equivalente di 129 miliardi di dollari, cioè una cifra superiore al totale di quanto il governo ha stanziato nello stesso anno per educazione, sanità, edilizia popolare e sicurezza sociale. A livello più generale, le industrie venezuelane pubbliche e private operano al 20-30 per cento della loro capacità per mancanza di materie prime e di altri prodotti per la trasformazione, a causa del fatto che le importazioni degli stessi sono diminuite del 72 per cento fra il 2012 e il 2016.

NIENTE CIBO NÉ FARMACI. Le conseguenze sociali e sanitarie della recessione economica e dell’inefficienza del governo sono gravi, e continuano a peggiorare. Secondo uno studio della Caritas e secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica, il 10 per cento della popolazione dichiara di cercare alimenti nelle discariche; la mortalità infantile è cresciuta del 30 per cento fra il 2015 e il 2016, anche perché molte medicine salvavita sono scomparse dalla dotazione di ospedali e ambulatori. All’inizio del 2017 la Federazione farmaceutica venezuelana ha informato con un comunicato che il paese registra una penuria pari all’85 per cento dei farmaci e medicinali di cui avrebbe bisogno, dalle aspirine fino all’insulina e ai trattamenti di chemioterapia. La malaria è tornata a infuriare anche nelle città, dalle quali era stata sradicata. Per conseguenza, il 10 per cento dei farmaci che circolano nel mercato parallelo sono contraffatti. Secondo dati forniti dall’Osservatorio di Caritas Venezuela, nel 2016 più di 11 mila bambini sono morti per mancanza di medicinali e la mortalità materna è salita quasi del 70 per cento, cifre che non si vedevano più dagli anni Cinquanta. Inoltre, malattie che sembravano ormai debellate o quasi, come la tubercolosi, sono ricomparse in maniera significativa.

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INFLAZIONE IN TRIPLA CIFRA. La crisi economica e della produzione o importazione di generi alimentari sta producendo effetti dannosi percepiti molto direttamente dalle famiglie. In Venezuela, spiega la Caritas, lo stipendio medio di una famiglia attualmente non arriva a 12 dollari americani mensili; sommando a questi anche il valore dei buoni alimentari erogati dal governo, si arriva a un totale di 40 dollari, un importo assai inferiore rispetto al valore del paniere necessario per condurre una vita normale, che è di 187 dollari. L’inflazione procede in tripla cifra, e in base alle proiezioni dovrebbe toccare il 720 per cento alla fine dell’anno. Per acquistare il cibo necessario e disponibile, il 51 per cento della popolazione ha cominciato a vendere beni di famiglia. Altra strategia è stata quella di cambiare il modo di alimentarsi. Fra il 2014 e il 2016 i consumatori di riso sono scesi dal 90 al 70 per cento della popolazione, quelli di carni bianche dall’80 al 40 per cento, quelli di carne rossa dal 70 al 40 per cento; mentre i consumatori di patate e tuberi sono cresciuti dal 10 al 50 per cento. Attualmente solo il 34 per cento delle famiglie consuma olio, e solo il 36 per cento zucchero, come pure legumi. Nelle parrocchie monitorate sul livello nutrizionale, il 25 per cento di 818 bambini/e analizzati hanno mostrato segni di denutrizione acuta e il 28 per cento hanno mostrato segni di rischio di denutrizione.

POVERTÀ DILAGANTE. La scarsità di reddito disponibile e la necessità di concentrarlo sul consumo alimentare ha portato anche a una caduta del tasso di scolarizzazione: nel 2017 gli abbandoni scolastici a livello di educazione primaria sono aumentati del 45 per cento (del 20 per cento nelle scuole cattoliche). La popolazione che vive in stato di povertà è salita all’82 per cento (di cui 52 per cento in povertà estrema e 30 per cento in povertà cronica), con un aumento del 12 per cento nell’ultimo anno. Ma per Maduro e il suo partito socialista bolivariano la priorità è riscrivere la costituzione e mettere fuori gioco gli avversari politici.

Foto Ansa

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