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«Vendere ovuli per la fecondazione? Mai più, ho rischiato di morire»

settembre 8, 2011 Benedetta Frigerio

Le storie incredibili di tante donne che in America hanno venduto per soldi i loro ovuli alle società che praticano la fecondazione eterologa. La stimolazione ovarica necessaria per produrre grandi quantità di ovuli ha provocato loro tumori, emorragie, sofferenze enormi e in alcuni casi anche la morte. In anteprima, una sintesi sottotitolata di “Eggsploitation”, documentario sulla pericolosità, nascosta dai medici, del giro di miliardi che ruota intorno alla donazione di ovuli

Il 20 settembre prossimo la Corte costituzionale italiana sarà chiamata a giudicare la costituzionalità del comma 3 dell’articolo 4 della legge 40/2004, che vieta la fecondazione assistita eterologa, che avviene con ovuli donati da terzi. Intanto in America il Center for Bioethics and Culture, un network pro life, ha prodotto un documentario che ha appena vinto il premio del Festival californiano di cinema indipendente. Sono riportate interviste scioccanti a donne che hanno donato i loro ovuli, in Stati americani in cui la fecondazione eterologa è permessa. Le interviste ritraggono ragazze la cui vita è stata stravolta. A volte spezzata. Perché, allora, si chiedono alcuni medici nel video, non esiste letteratura scientifica in merito ai rischi della stimolazione ovarica necessaria per la donazione di ovuli? Perché nei campus dei college, nei media e sui giornali esistono pubblicità che offrono centinaia di dollari in cambio di ovuli, in nome del fatto che quel gesto «aiuterà un altro a realizzare il suo desiderio»? Se si cercasse di rispondere, l’industria della fertilità, che in America fattura miliardi di dollari l’anno, dovrebbe abbassare le saracinesche. Proponiamo qui alcuni passaggi significativi del video. Per chi volesse acquistarlo per intero segnaliamo il sito www.Eggsploitation.com.

«Questi sono molti soldi», esclama una voce, mentre si vede la cifra di 100 mila dollari apparire su un’inserzione. «Se sei alta, attraente e magra – recita uno spot – e hai il desiderio di aiutare qualcuno…». «E chi non vuole sentirsi così?», si chiede ironica una voce. «Fai la differenza, dona i tuoi ovuli», chiosa un’altra pubblicità. «Capisci come questi spot suonino filantropici, non ti convincono solo con i soldi, ma con ragioni umanitarie», spiega una ragazza. «E mentre soffrivo per i trattamenti di stimolazione ovarica, per andare avanti, mi ripetevo: questo è un mio dovere, questo è un mio dovere», dice un’altra. In tutto il mondo, spiega il documentario, le donne sono sollecitate a donare i loro ovuli, per aiutare coppie sterili ad avere bambini, incrementando così il business dell’industria della fecondazione, che non si preoccupa minimamente di informare dei rischi della pratica. Anche perché non esiste monitoraggio di queste donne e quindi nessuna pubblicazione scientifica con un’ampia casistica.

Sindy racconta di aver trovato su un’inserzione del giornalino dell’università una pubblicità per reclutare donne che avevano ricevuto un’educazione eccellente e che avessero certe caratteristiche, come condizioni per donare i loro ovuli in cambio di soldi: «Cercai di sapere se c’erano complicazioni, ma non trovai nessuno studio sui rischi della stimolazione ovarica». Alexandra spiega angosciata: «Volevo finire il dottorato e mi mancavano i soldi. Mi avrebbero dato 3 mila dollari. Giusto quello che serviva a me. E, in più, mi dicevo, avrei aiutato una coppia sterile». Kella, dopo aver preso i medicinali per incrementare l’ovulazione, ha avuto un ictus, una paralisi, danni al cervello e ha rischiato la morte: «Mi avrebbero dato 50 mila dollari viste le mie caratteristiche», spiega la ragazza. La ventenne Jessica ha donato ovuli per tre volte. Poi un cancro al colon l’ha uccisa. «È morta a 34 anni – spiega la madre – era una compositrice di musica classica, avrebbe potuto fare tanto. Ma ora non c’è più».

L’industria della fecondazione, spiega il documentario, attualmente fattura 6 miliardi e mezzo di dollari l’anno. E opera senza sorveglianze né regole. Quel che si sa è che il 70 per cento dei cicli di stimolazione ovarica fallisce. E che in generale i rischi, assenti dalla letteratura fino a poco tempo fa, sono cancri al seno, all’ovaio e all’endometrio, infertilità futura, emorragie, ictus, infarti, paralisi e morte. (“Assessing the medical risks of human oocyte donation. From stem cell research”, L.Giudice, E. Santa and R. Pool eds, Washington, D.c., National academies of science, 2007).

Il racconto di Alexandra prosegue così: «Essendo ricercatrice in università avevo accesso agli archivi scientifici. Ma non c’era letteratura che parlasse di rischi connessi alla pratica». Suzanne Parisian, già presidente dell’ufficio medico della Food and Drug Administration, corrispondente all’Aifa italiana, sottolinea che «non ci sono numeri complessivi perché i casi di queste donne non sono stati monitorati». Drew V. Moffiti, endocrinologo per la fertilità riproduttiva, confessa che «di questo mercato si sa poco o nulla».

Ma chi sono le clienti dell’industria? Alcune ragazze universitarie affermano: «Ci cercano, ci offrono soldi, ma non ci parlano degli effetti della pratica. Fanno leva sul fatto che molte di noi si indebitano per studiare». In effetti la prima reazione di alcune ragazze, ignare di tutto e a cui viene mostrata un’inserzione, è di esclamare: «Centomila dollari se hai caratteristiche particolari? Sono tantissimi soldi!». Il fisico normalmente non può produrre più di uno o due ovuli al mese, si capisce quindi che cercare di produrne a centinaia è una violenza per il corpo, spiega ancora la voce di sottofondo al video. Intanto il filmato mostra le fasi della stimolazione. La prima è quella che serve a frenare le funzioni delle ovaie con le medicine. La seconda stimola l’iperovulazione. La terza fa sì che gli ovuli siano rilasciati dalle ovaie. Da ultimo si procede con l’operazione chirurgica, che serve a estrarle dal corpo della donna.

Continua Kella: «Parlavo con l’infermiera via internet, mi spedì il kit di medicine e mi disse come autogestirmi. Il contratto diceva che eri obbligato a prenderle. Non hanno mai verificato se potevano sviluppare allergie. Non mi hanno fatto alcun esame prima di iniziare. E anche quando non stavo bene dovevo continuare a seguire il protocollo». Non è andata diversamente per Sindy che prosegue: «Dopo la stimolazione mi hanno fatto la risonanza. Avevo circa 50 follicoli (ovuli non ancora maturi, ndr). Mi scrissero una email che diceva che qualcosa non aveva funzionato. Chiesi se potevo fermarmi lì. Non era possibile, il contratto non lo prevedeva». Angela con suo marito narra di quando pensò di donare i suoi ovuli: «Andai alla clinica indecisa. In fondo speravo che qualcuno mi dicesse di non farlo se non volevo. Invece, quando mostrai la mia titubanza, enfatizzarono il fatto che mi stessi tirando indietro. Chiesi più tempo per pensare. Mi dissero che ormai non potevo più tornare indietro». L’ultimo step del ciclo, spiega il filmato, è un’operazione chirurgica che richiede l’anestesia. Viene inserito un ago nel corpo per estrarre gli ovuli. «Dopo l’operazione – dice Sindy – mi dissero di andare a casa. Mi alzai dal letto, ma non riuscivo neppure a stare in piedi. Il dolore addominale era troppo forte. Non riuscivo a respirare. Credevo di avere un’emorragia interna. Mi fecero una risonanza, dissero che era tutto a posto. Tornai a casa e il dolore peggiorava. Alla fine ero piena di sangue, ne ho perso tanto che ho dovuto fare diverse trasfusioni. La stimolazione assottiglia i vasi sanguigni che il contatto con l’ago aveva rotto».

Alexandra andava avanti anche se, «dopo nove giorni dal trattamento, iniziai a sentirmi male. È il dolore peggiore che abbia mai sofferto nella mia vita. Andai in bagno e svenni. Quando ripresi coscienza chiamai un amico. Mi portò alla clinica, ma lì mi dissero che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Erano solo dolori mestruali più forti. Mi mandarono a casa con gli antidolorifici. Ci rimasi sette giorni, a letto e in uno stato di trans». Dopo altre due settimane di crampi e vomito, il dottore accettò di rivisitarmi». A Sindy dicevano di non preoccuparsi. Erano disturbi mestruali: «La compagnia assicurativa dell’agenzia di donazione di ovuli mi contattò solo per sapere se la mia assicurazione copriva eventuali complicanze».

Alexandra racconta di aver vomitato feci per un’intera notte. Solo a quel punto la clinica accettò di rivisitarla: «Il medico mi guardò l’addome: era pieno di sangue. Impallidì, mi fissò e disse: “Alexandra, so cosa sta succedendo. Le tue ovaie sono attorcigliate intorno alle tube, proveremo a salvarle, ma non è detto che ci riusciremo. Alla fine me le tolsero. Quello che mi lascia ancora senza parole è che se non avessi insistito per farmi visitare, sarei morta. Hanno riconosciuto il danno solo dopo tre visite e venti giorni di dolori consecutivi. Ma non è finita qui. In seguito ebbi gravi problemi all’intestino. Persi 12 chili e ci vollero dei mesi perché mi riprendessi». È giusto, si chiede la voce del documentario, che una donna, anche se il corpo e la natura non le permettono di avere figli, possa ingannarne un’altra, attentandone per sempre la salute (se non la vita) pur di avere ciò che vuole?

Jacqueline, una ragazza con problemi di fertilità, è morta in seguito a una stimolazione dello stesso tipo di quelle sopra descritte senza sapere che «l’iper stimolazione delle ovaie può causare infarto, ictus, emorragia o morte», prosegue la dottoressa Parisian. Anche ad Alexandra non fu detto nulla dei rischi. Lei, che ha rischiato più volte di morire, prosegue il suo racconto così: «Nessuno nella mia famiglia ha mai avuto un tumore. Io, qualche anno dopo il trattamento, ne sviluppai uno al seno. Feci la chemioterapia e subii cinque operazioni. I due medici che mi visitarono dissero che avevo lo stesso cancro di tante donne che, come me, si erano sottoposte a trattamenti di fecondazione assistita, per sé o come donatrici». Un mercato ormai messo a norma da quando, nel 2009, lo Stato di New York ha reso legale la compravendita di ovuli, continua la voce del filmato che si rilancia le parole di Alexandra: «La mia storia, le nostre storie, non sono contemplate in nessuna ricerca scientifica. Non c’è un dato, altrimenti sarebbe la fine di questa industria miliardaria». Il video si conclude con una domanda a chi vuole avere un figlio a tutti i costi: «Lo faresti a rischio della salute e della vita di un’altra donna?». E a chi vuole donare i suoi ovuli: «Sei davvero pronta a sacrificare la tua salute o la tua vita per soldi? Siamo sicuri che si tratti di filantropia?». Kella chiude laconica: «Cosa dire, se non che non potrò mai più avere un figlio?».

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3 Commenti

  1. Shaneka Waldal scrive:

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