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Veltroni dice di non essere di destra. Parla a nuora Vendola perché suocera Bersani intenda

marzo 1, 2012 Chiara Sirianni

«Sotto un clima solo apparentemente solidale, nel Pd ci sono molte tensioni. Se l’accordo sul mercato del lavoro non ci sarà, e se il governo andrà avanti, lo scontro tra montiani e laburisti sarà molto duro». Intervista a Peppino Caldarola sull’eterna tentazione della sinistra «di catalogare come “di destra” tutte le posizioni contrarie».

È stato accusato da Nichi Vendola di rappresentare una destra «colta, col loden, non insensibile sul tema dei diritti civili, più europea, costituzionale. Non mi sento a mio agio quando leggo le cose che dice Veltroni, che Prodi ha definito agghiaccianti». E Walter Veltroni ha deciso di replicare con una conferenza stampa ad hoc, come non accadeva dal 2009, quando si dimise dai vertici del partito: «Io non ho fatto altro che esprimere la linea del Pd, e in questo momento credo non si debbano nutrire elementi divisivi nel centrosinistra. Spero questa vicenda non sia la spia di qualcosa di più profondo».

Parole rivolte al leader di Sel, ma soprattutto al fuoco amico tutto interno al Partito Democratico, dopo una settimana in cui le accuse di “destrismo” sono arrivate anche da Stefano Fassina (in merito all’articolo 18) e dal presidente della regione Toscana, Enrico Rossi (sempre Pd), che ha lanciato all’ex segretario del Pd qualcosa di molto simile a un’anatema: «I blairiani sono portatori di una malattia mortale per la sinistra». Una situazione che sembra rimandare alle divisioni del 2002, e alle polemiche fra un pezzo dell’Ulivo e Sergio Cofferati, quando Massimo D’Alema, rivolto al leader sindacale, disse rassegnato, citando Terenzio: «Siamo come “Heautontimorumenos”: i primi punitori di noi stessi».

Peppino Caldarola, giornalista ed ex deputato Ds, Veltroni ha fatto bene a indire la conferenza stampa o, di fatto, la sua è stata un’excusatio non petita?
Ha fatto male, perché ha drammatizzato un dibattito interno. E si è posto come punto di riferimento degli avversari di Bersani. 

Fabio Mussi (ex Ds, oggi Sel) ha ipotizzato che abbia voluto «parlare a nuora» perché “suocera-Bersani” intendesse. 
È vero. Sotto un clima solo apparentemente solidale, nel Pd ci sono molte tensioni. Se l’accordo sul mercato del lavoro non ci sarà, e se il governo andrà avanti, lo scontro tra l’ala montiana e quella laburista sarà molto, molto duro.  

Intanto l’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto realizzato dall’istituto Ipsos segnala la crescita di consensi di Vendola. È solo colpa dell’articolo 18?
Certamente conta molto il fatto che ci sia un’area della sinistra che comincia a guardare con estrema diffidenza al governo Monti. Ma è tutto in movimento. Tra un anno, non sappiamo se le attuali leadership saranno ancora salde o se si saranno logorate. 

Colpisce l’eterno gioco delle parti, tutto interno al Pd, per cui occorre sempre essere più a sinistra del compagno di partito: perché si perpetua questo continuo scambio di etichette? A che pro, se poi i protagonisti sono sempre gli stessi? 
È un vecchio rito della sinistra. Catalogare come “di destra” tutte le posizioni contrarie. La tentazione è quella di espellere dal campo chi non la pensa in una certa maniera. Oggi definire una posizione richiede innanzitutto lo stabilire un punto di partenza: un buon accordo per il lavoro è di sinistra o di destra? Se si pensa che un accordo sottenda un cedimento al capitale finanziario, chi lo vuole è di destra. Se si ritiene che si tratti di un accordo necessario, allora chi lo vuole è di sinistra. Insomma, sono etichette che non rappresentano nulla, se slegate dai contenuti.

D’Alema ha difeso Veltroni. 
Solo perché il vecchio contrasto tra i due è superato. Inoltre avverte un pericolo: la prevalenza di tecnici, e l’emarginazione della politica. Contemporaneamente, teme una ripresa elettorale molto forte della sinistra tutta, e vede il suo gruppo dirigente stretto tra questi due fuochi, montismo da una parte e gauchismo dall’altra. 

I militanti apprezzano questo equilibrio instabile, o vogliono altro? 
Di certo stiamo parlando di una forza che ha i numeri, in questo momento, per potersi considerare il primo partito. E sono assolutamente convinto del fatto che ci sia un’amplia area che, se si parla di alleanza, guarda certamente più a Vendola che a Casini. 

L’ex sindaco di Roma si sta avviando all’accordo con le sole forze di centro, magari dopo una riforma elettorale?
Non credo, è una malignità. Suppongo che questo suo darsi da fare coi centristi rifletta la voglia di avere un ruolo di primo piano nella politica italiana. Ma credo che il suo destino sia nel Pd. A meno che non lo caccino, ovviamente. 

La difesa del bipolarismo serve anche a tenere Romano Prodi in gara per il Quirinale?
Il vero avversario di Prodi non è la legge elettorale, è Mario Monti. La scadenza del rinnovo del Quirinale si avvicina, e l’anno e mezzo di lavoro del governo tecnico è stato tutto sommato buono. Con questi risultati, la legittima ambizione di Prodi di scalzare Monti mi pare difficile possa concretizzarsi. 

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