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Vedere “Il Piccolo Principe” e sentirsi (sentimentalmente) sfiniti

gennaio 24, 2016 Caterina Giojelli

Il film tratto dal libro di Saint-Exupéry è il tentativo di liberare la società dai tic che le impediscono di guardare una scatola e vederci una pecora

piccolo-principe-cartone

Forse basta cliccare sulla sezione del sito del film “Cosa abbiamo imparato sull’amore leggendo Il Piccolo Principe: «Pagina dopo pagina il libro ci dona preziosi insegnamenti su ciò che conta di più nella vita: i sentimenti». Benissimo, neppure Veltroni era stato così esplicito ponendo a epitome del suo documentario I bambini sanno la citazione «gli adulti non capiscono mai niente da soli e i bambini si stufano di spiegargli tutto ogni volta», e di questo diamo atto al film d’animazione di Mark Osborne, in sala dal 1 gennaio per Lucky Red: per omaggiare il libro di Antoine de Saint-Exupéry, il più venduto e più tradotto di sempre (in oltre 250 lingue, secondo solo alla Bibbia), regista e sceneggiatori affidano alla riesumazione di “emozioni senza fine” la salvezza di un grigio mondo devitaminizzato in cui «tutti i grandi sono stati bambini una volta – ma pochi di essi se ne ricordano». E quindi ecco un film sul Piccolo Principe, o meglio sulla liberazione di una società dai tic che le impediscono di guardare una scatola e vederci una pecora, perché, si sa, «l’essenziale è invisibile agli occhi».

L’idea è pure simpatica: prendi tutti gli stereotipi prodotti dalla società keynesiana e opponici la poetica del fanciullino che guardava i tramonti sull’asteroide B612. Abbiamo quindi una bambina piccola con i denti storti che arriva in un nuovo quartiere con la madre, donna in carriera che organizza ogni respiro della figlia per mandarla alla prestigiosa Werth Academy da cui usciranno i manager del futuro. Abbiamo un incontro: quello della piccola col vicino di casa, un vecchio aviatore svitato (un ipotetico Saint-Exupéry) che le racconta la storia del Piccolo Principe e dei pianeti e personaggi da lui incontrati: la rosa, la volpe, il re, il vanitoso, l’uomo d’affari, il serpente. Abbiamo una ribellione: quella della piccola al finale del libro, alla madre, al piano studi, all’imprivviso ricovero del vecchio, che la porta a bordo dell’aereo del vicino a cercare questo benedetto Piccolo Principe. Pochi personaggi per una storia che mixa tecniche di animazione differenti: immagini generate al computer per il nostro mondo mondo grigio banca e disegni originali di Saint-Exupéry animati dalla stop-motion per rileggere il libro.

A mandare tutto in marmellata orwelliana è quello che accade dopo: il Piccolo Principe è diventato un adulto un po’ sfigato, si è bell’e dimenticato di essere stato un bambino, di annaffiare la sua rosa, di guardare i tramonti, di vedere una pecora in una scatola, abita insieme a tutti i personaggi dei pianeti raccontati da Saint-Exupéry su un asteroide popolato da adulti super indaffarati che lavorano h24, senza bambini, senza colori, senza tramonti, senza emozioni. Un mondo distopico, sterile e anaffettivo, insomma. E cosa fa? Il manutentore precario di camini. E il re? Il lift boy dell’ascensore. L’uomo vanitoso? Il sorvegliante. L’uomo d’affari? Stufo di contare le stelle ha deciso di farne un business, le cattura e le trita in una macchina che dà corrente h24 all’asteroide iperproduttivo e ipercontrollato. Osborne la definisce “satira contro il capitalismo”, ammettendo nelle sue interviste i richiami ai film Metropolis di Fritz Lang e Brazil di Terry Gilliam, ma evidenti sono anche i richiami a 1984 di George Orwell e al Mondo nuovo di Aldous Huxley. Che ansia, insomma.
Alla fine la bambina rimette tutto a posto, risvegliando in cielo e in terra, in se stessa e negli adulti il ricordo dell’infanzia, il fanciullino, la capacità di immaginare, insomma «ciò che conta di più nella vita: i sentimenti».

Ed è subito gran festa al botteghino: con 80 milioni di dollari di budget e il suo cast “all star” di voci italiane (Servillo, Cortellesi, Accorsi, Ramazzotti, Pif, Gassmann, Siani, Battiston), “il Piccolo Principe” ha sfondato nel weekend la soglia degli 8 milioni di euro, totalizzando ad oggi 1.242.908 spettatori che da ora in poi riusciranno a guardare una scatola e vederci una pecora perché l’essenziale non è più invisibile agli occhi. Le famigerate criptiche citazioni sui grandi, la volpe e la rosa contenute nelle pagine amate da Veltroni e dai compilatori di Smemorande di tutto il mondo hanno infatti ceduto il passo ai più essenziali “illuminate con le stelle i vostri sogni”, “Un miracolo per l’Aviatore… l’inizio di un grande VIAGGIO per voi sognatori!”, “solo se un’amicizia è sincera diventa… UNICA!”, tutti belli commentati, condivisi e corredati sui social dedicati da vagonate di hashtag, gattini patati, cuori a catinelle, emozioni senza fine. E domande abissali “Quando un abbraccio vale più di mille parole – cuore, hashtag, puntini di sospensione e poi la domandona –. E voi, chi abbracciate oggi?”.


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1 Commenti

  1. Alessandro2 says:

    Terrificante. Alla larga dalla melassa. Posso essere sconveniente? Abbasso emozioni e sentimenti, viva amore e ragione. Se vogliamo, abbasso il Piccolo Principe e viva Checco Zalone :).

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