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Vado a vivere in Albania. Ritratto di un (ex) paese miserabile diventato meta di immigrazione. Anche dall’Italia

settembre 20, 2014 Daniele Guarneri

Papa Francesco ha scelto Tirana per il suo primo viaggio in Europa (in programma per domenica 21 settembre). Troverà un paese in crescita impressionante. Ecco perché

albania-tirana-papa-francesco-tempi-copertinaEra l’8 agosto 1991 quando la Vlora, un mercantile costruito in Italia negli anni Sessanta, giunse al porto di Bari. A bordo oltre 20 mila albanesi. Uomini, donne, bambini, clandestini di ogni età. A chi la guardava avvicinarsi, la nave appariva come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Una marea incontenibile che faceva paura. Ora dove andranno ad abitare? Cosa mangeranno? Come vivranno? Domande normali, domande che si sono fatti tutti. E che hanno fatto nascere lo stereotipo dell’albanese delinquente da cui guardarsi le spalle.

Bisogna dirlo, alcune di quelle perone si sono inserite bene nei ranghi della criminalità organizzata. Ma non tutte. In molti si sono dati da fare, hanno trovato un lavoro, poi una casa. I ragazzi hanno studiato e anche con ottimo profitto. Si sono integrati. E da qualche tempo hanno cominciato a ritornare in patria. In aereo, non in nave. Con un’ora di volo si raggiunge Tirana in tutta comodità. Tornano per aprire nuove attività e portare in Albania quello che hanno imparato in questi ultimi vent’anni.

Tornano perché trovano un paese diverso da quello da cui erano scappati. Lo racconta a Tempi Klaudia Bumci, redattrice di Radio Vaticana, di origine albanese. «Dagli anni Novanta a oggi tutti si sono dati da fare. C’era da ricostruire un paese dopo cinquant’anni di dittatura comunista, dove tutto era dello Stato, dove non esisteva la proprietà privata. Il passaggio da una dittatura a una democrazia non è semplice come dirlo. C’era da imparare tutto, anche le cose più banali: rispettare le regole o avviare una attività in proprio non era per nulla scontato. Diciamo che lentamente, con difficoltà ma con grande impegno le cose sono migliorate. Prima si scappava dalla povertà, dall’insicurezza politica e sociale. Oggi non più: gli albanesi potrebbero circolare in Europa senza visto. Ma l’ondata di persone che si aspettavano gli Stati occidentali non è mai arrivata. Oggi nessuno vuole emigrare dall’Albania: il paese è in crescita, l’economia nazionale è ben avviata, la gente lavora e fa progetti per il futuro. Per questo molti di quegli immigrati degli anni Novanta stanno facendo ritorno a casa. Non solo dall’Italia, anche dalla Grecia e da altre parti del mondo».

Tornano con in tasca una laurea in economia, in giurisprudenza o in relazioni internazionali. Oppure semplicemente con un bagaglio di esperienza enorme, frutto di tante ore di lavoro, partendo dal gradino più basso. Come Muharrem Cobo, originario di Berat. Nei primi anni Novanta studia legge a Trento. Per mantenersi fa il cameriere in un winebar della città. Poi conosce Danilo Chini dell’Enoitalia che lo convince a tornare a casa e con i soldi messi da parte a comprarsi alcuni terreni intorno a Berat. Oggi produce vino, «il fiore all’occhiello dell’Albania e non solo. All’estero lo chiamano il Ferrari dei Balcani», dice Bumci. Cobo ha un giro d’affari di circa 200 mila euro: una storia di successo per il paese delle aquile.

C’è poi Edmond Angoni, che da Scutari raggiunge Venezia nel 1991 e lì impara a disegnare e costruire le maschere tipiche del carnevale lagunare. Oggi il laboratorio Arlecchino di Scutari, racconta Bumci, «è l’unico posto in Albania dove si producono maschere che coprono il capo ai veneziani e alle migliaia di turisti che giungono ogni anno per il carnevale. C’è anche gente che nel Nord Italia ha imparato a lavorare il legno, è tornata a casa e ha aperto una piccola falegnameria che oggi è diventata una grande fabbrica. Le possibilità che il mercato offre in Albania sono maggiori di quelle che ci sono oggi in Italia, la tassazione è diversa, c’è meno burocrazia, l’economia è in via di sviluppo e quindi c’è spazio per tutti, soprattutto per chi introduce novità».

Quando si parte dal fondo
Altro che crisi. L’Albania sembra proprio non conoscere questa parola. Per il paese che ha appena ricevuto l’ok alla candidatura per entrare a far parte dell’Unione Europea «gli standard richiesti da Bruxelles hanno solo migliorato la vita dei cittadini, hanno portato più democrazia, più regole. Certo, in questo momento l’economia è in fase di sviluppo, fino a pochi anni fa il Pil cresceva di 7 punti percentuali l’anno». Per il 2014 il Fondo monetario internazionale vede difficoltà nel mercato interno, ma comunque il prodotto interno lordo ad oggi ha registrato un ulteriore +2 per cento. «È facile passare da 0 a 100, da niente a qualcosina, molto più complicato è passare da 100 a 101» osserva la giornalista albanese. «L’Albania è uscita da un regime comunista molto duro, ha attirato l’attenzione della comunità internazionale che ci ha aiutato a risollevarci. E oggi cavalchiamo ancora quest’onda positiva. Probabilmente quando sarà raggiunta una certa “saturazione” si vedranno i limiti dell’Unione Europea».

In Albania, però, si vedono anche molti italiani. Ormai sono 19 mila i nostri connazionali che vivono al di là dell’Adriatico, solo a Tirana sono presenti oltre 500 imprese di origine italiana. «E non da oggi», chiosa Bumci. Già negli anni Novanta gli italiani emigravano in Albania alla ricerca di nuove opportunità professionali: «Hanno portato la Coca Cola, tanti modelli di calzature artigianali, senza dimenticare i prodotti della vostra ristorazione. In Albania la mozzarella non esisteva, oggi si produce. Alcuni servizi pubblici italiani come il catasto per un certo periodo sono stati fatti in Albania, e anche il centro servizi Vodafone. Fino allo scorso anno l’Italia era il primo partner commerciale per l’Albania e il 60 per cento degli imprenditori stranieri erano italiani».

Ma quello che colpisce è che a Tirana si incontrano anche pensionati del Belpaese. «Nel vostro paese faticano ad arrivare alla fine del mese, da noi vivono più che bene con quello che passa loro l’Inps», continua la cronista di Radio Vaticana. «In Italia uno stipendio medio si aggira intorno ai 1.300 euro al mese. In Albania è di 250 euro. I generi alimentari costano un terzo. Capisce che se uno ha qualche soldo da parte può cavarsela benone. I pensionati albanesi se hanno la casa vivono con 100 euro al mese. In Italia i “nonni” devono aiutare economicamente i figli. In Albania è il contrario. Alcuni sono in difficoltà ma grazie ai soldi di parenti che lavorano all’estero riescono a vivere».

Una mentalità diversa
Un vero e proprio boom economico e sociale, proprio come quello italiano degli anni Sessanta. Ma i problemi non mancano. «La corruzione c’è, come in Italia. L’Albania non è il paradiso. Si fa molto tramite le conoscenze. Ma anche in questo caso c’è una novità: i politici, i cittadini, tutti, stanno lottando contro il malaffare. Oggi è un problema sentito mentre prima era una cosa normale. Il tentativo sembra proprio quello di ricostruire un paese civile. I veri problemi sono quelli quotidiani che un cittadino non può risolvere da solo e che la classe politica non ha ancora affrontato definitivamente. D’estate, a Tirana, l’acqua è razionata. Arriva in ogni casa, ma solo in certi orari. La stessa cosa per la corrente elettrica durante l’inverno. I sistemi di distribuzione sono obsoleti, hanno bisogno di un rinnovamento infrastrutturale pesante che richiede ingenti fondi e la politica non se ne è ancora occupata».

La differenza più importante
Tirana è passata da una popolazione di 300 mila abitanti a 1,2 milioni in pochi anni, sono nati nuovi quartieri che evidentemente necessitano di luce, acqua, strade, scuole, ospedali. «Ma le infrastrutture non aumentano alla stessa velocità della crescita demografica», insiste Bumci. «Il pane quotidiano non manca a nessuno, ma se ti serve un medico ti rivolgi a un ospedale che nella maggior parte dei casi è fatiscente. È anche difficile trovare i medicinali adeguati. Abbiamo ottimi medici, ma non possiamo fare affidamento su ospedali pubblici decenti. Quasi tutti hanno un’automobile, circolano anche gli ultimi modelli di Suv, quello che manca sono le strade. Cosa può fare un cittadino comune? È lo Stato che dovrebbe intervenire. Ma si vive con gioia, non c’è quella crisi psicologica che si nota in voi italiani: si lavora e si vedono i frutti della propria fatica. Gli albanesi si accorgono di avere più possibilità rispetto a prima, ecco perché non c’è pessimismo. I problemi non mancano, ma c’è speranza per il futuro. Quella che manca a voi italiani».

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24 Commenti

  1. martino scrive:

    Altro che globalizzazione, questo è il principio dei vasi comunicanti.
    Con il golpe del ’92, l’Italia si è abbassata verso l’Albania e l’Albania verso l’europa.
    Altro che ignoranza.

  2. Filomena scrive:

    In Albania come del resto in quasi tutti i Pesi dell’Est, gli italiani (disonesti) delocalizzare le aziende per fare affari ed evitare la concorrenza !a ovviamente si guardano bene dall’incarico a vivere. La vita media non supera i 60 anni oltre a tutti i disagi che solo in parte vengono descritti nell’articolo, senza contare che prima o dopo anche la crescita si assesterà. Certo se un italiano con un reddito medio va a vivere in quello Stato, vive nel lusso perché il costo della vita è bassissimo ma in contropartita se si ammala muore. E tutta questa propaganda solo perché è un Paese religioso? Che si tengano la loro religione. Con la religione non si mangia e a me hanno insegnato che non si vive neanche di speranza…ma poi di di che speranza?
    Poi se i cattolici conservatori nostrani (alla Giovanardi) ritengono che la speranza, qualunque essa sia, valga la pena di rinunciare alla nostra qualità di vita, nessuno, ma proprio nessuno impedirà loro di emigrare in Albania….porte aperte.
    Tutti gli altri ringraziano sentitamente ma….declinano l’invito.
    Se proprio dovessi emigrare andrei in altri Paesi; Inghilterra, Spagna, Francia, Svezia, Danimarca non certo in Albania. In ogni caso il clima italiano non si cambia…forse solo con la Spagna.

    • beppino scrive:

      L’imprenditore che va ad investire all’estero e si vede tacciato di “disonestà” dai suoi connazionali adesso ha un altro motivo per abbandonare questa gabbia di matti che chiamiamo Italia…

      • Filomena scrive:

        Certo che è disonesto perché invece che dare posti di lavoro in Italia in cambio dei suoi profitti, investe all’estero per arricchire solo le sue tasche….vergogna.

        • Fabio G scrive:

          E il consumatore non è disonesto? Potrebbe comprare un’auto fatta in Italia, un telefono fatto in Italia, dell’abbigliamento fatto in italia, del latte fatto in Italia, e potrei continuare all’infinito.
          Però siccome deve far quadrare il bilancio del portafoglio e anche i propri gusti spesso compra cose fatte all’estero.

          Anche l’imprenditore ha un bilancio da far quadrare (compreso il guadagno che ritiene giusto per se) e con la situazione italiana è molto difficile.

          P.S. non mi risulta che l’Albania sia un paese religioso. Credevo che fosse quasi ateo, il comunismo li ha pestato giù duro.

      • alessia scrive:

        Quanta cattiveria in questo sito… se almeno la gente leggesse un po’ di più prima di parlare… Se leggesse ad esempio sui rapporti storici dell’ltalia con l’Albania, già tra le due guerre ma ancora prima con Venezia, capirebbe meglio perché oggi questo legame è inevitabile.
        Se poi si fanno discorsi così assurdi come quello della migrazione, di cosa portano gli immigrati qui, allora siamo a mio avviso fuori strada… pensate per un attimo a cosa hanno portato gli emigrati italiani in America, all’inizio del Novecento, o nel secondo dopoguerra in Germania, Belgio e Svizzera (molti dei quali sono poi ritornati in Italia). Oppure a quanti oggi vanno a studiare, fare un dottorato e lavorare un po’ all’estero sognando l’ltalia e aspettando il momento giusto per tornare. Il dirscorso non riguarda forse anche loro? O, meglio, il discorso non e’ forse un po’ inutile?
        E infine la delocalizzazione… ma pensate che sia un problema nuovo e date le colpe del vostro malessere a quanti lavorano sodo per meno soldi accontentandosi, pur di veder crescere la propria economia??? Ma allora un paese come l’lnghilterra che aveva tante colonie e che importava tante cose doveva essere affondato… Pensate invece a come modificare l’economia del paese reagendo positivamente ad una cosa naturale ed inevitabile, invece di lamentarvi. Senza concorrenza non c’è sviluppo!

    • dodo scrive:

      Carissima, se ti diagosticano domani un male senza speranza, a quale speranza di aggrapperai? Ti auguro di non morire mai. Sul serio, lo dico.

    • Ale scrive:

      Filomena circa gli imprenditori che delocallizzano all’estero ci sarebbe da scrivere libri. Comunque lo Stato non è tanto innocente in proposito, ovvero spesso incentiva, esso stesso, la delocalizzazione. Hai mai sentito parlare di SIMEST ? A me viene il mal di pancia solo a scriverlo questo nome, per i giochetti che fanno le aziende e lo Stato, che le aiuta a chiudere in Italia per aprire all’estero.. Certamente in Albania ci sono tanti Call center che combinano una marea di guai, con contatti telefonici non seguiti da adeguati contratti scritti e quindi facilmente contestabili se ci si arma di pazienza. Ci sono anche aziende tessili che ti dirò lavorano benino a giudicare dalle etichette..come benino – bene lavorano in India il tessile. Purtroppo abbiamo svenduto la nostra manifattura. Gli albanesi che conosco sono ben felici di avere la cittadinanza italiana, la corruzione e’ spaventosa in Albania e ci vuole poco per ritrovarsi multe assurde o automobili sequestrate dalla polizia, se si è italiani. Che ci vada Giovanardi in Albania..

    • alban scrive:

      la vita media non supera i 60 anni in albania? se uno si ammala muore? wow filomena. certo che questi informazioni gli avrai presi al mercato comprando la verdura. guarda che in albania almeno a tirana dove vivo io la corrente elettrica e acqua non mancha, e gli ospedali non sono poi cosi male. ma gente come te a venire a vivere qua non lo vogliamo neanche noi quindi tranquilla a non venire mai. ciao filogreca.

    • menailfilo scrive:

      Ho visuto per 15 anni in Italy… Thanks Italy… Gli ultimi 8 vivo e lavoro nel paese delle aquile, mi fa ridere “si muore a 60 anni”, ma dai venite piu spesso a trovarci sicuramente vi piacera’… Volete una veritá, per un giovane oggi é piú facile trovar lavoro qua giú che la “sú”… Qao qao… Tung

  3. giuliano scrive:

    tutti si spiega. L’Albania ha eliminato i comunisti e l’Italia li ha moltiplicati e i risultati raggiunti lo dimostrano

    • Filomena scrive:

      Infatti i risultati si vedono, l’Italia ha uno dei sistemi sanitari migliore di tutta Europa ed è universale cioè garantisce tutti. La vita media è di oltre 80 anni, il reddito pro capite è x volte quello degli albanesi. Tutte le case hanno la corrente elettrica e l’acqua corrente 24 su 24. Certo se poi paragoni l’Italia con la Svezia o la Danimarca allora abbiamo ancora tanta strada da fare ma dire che la vita in Albania è migliore perché loro improvvisamente non sono più comunisti e hanno la speranza….
      Dalle mie parti c’è un detto. Chi vive sperando, muore….c….do.

      • giuliano scrive:

        ah! ah! ah ah! fai argomentazioni da cerebrolesi e poichè sei una rossa ciò è sottinteso

        • Filomena scrive:

          Da cerebrolesi sono i tuoi pregiudizi e visto che ti piace tanto perché non ti trasferisci in Albania??!!?

          • Klint scrive:

            Allora io sono albanese e vivo in Italia dal 2001. Avevo 11 anni quando me ne sono andato e adesso ne ho quasi 25. Da una parte mi trovo daccordo con Filomena, però quando dai del disonesto all’imprenditore che va in un altro paese non ci sto. Il fatto che un imprenditore va in un altro paese (in questo caso il mio) è semplice: costo del lavoro più basso e tasse minori. Ciò non significa che un imprenditore che qui non arriva più a fine mese, debba continuare a rimetterci di tasca sua per trovare lavoro ai dipendenti (mio zio è senza lavoro da 4 anni, se la dovrebbe prendere con l’imprenditore o con lo Stato che non fa altro che aumentare le tasse?). Il 52% del profitto di un imprenditore va allo Stato (più della metà), mettici anche il costo del lavoro e ti ritrovi senza niente in tasca. Io trovo giusto che una persona vada alla ricerca di altre opportunità. Per quanto riguarda il sistema sanitario sì, in Albania rispetto all’Italia è scadente, ma sta tranquilla che nessuno muore se va all’ospedale per una semplice visita o qualcos’altro (anche se ti potrei dire che il sistema sanitario del sud Italia si avvicina molto a quello scadente che abbiamo noi, ma questo è un altro discorso). E un altra cosa, RELIGIONE? Allora ammettendo che il 70% siamo musulmani, il 20% ortodossi e il 10% cattolici: l’Albania è sempre stato un paese poco religioso..la religione musulmana l’hanno importata gli Ottomani che ci hanno dominato per 500 anni (nessuno ormai in Albania pratica la religione musulmana, io stesso non sò manco come è fatto il corano e non sò nemmeno come sia fatta una moschea al suo interno). Infatti siamo i primi a pensare che con la religione non si mangia. In ogni caso, io sto bene in Italia e anzi sono fortunato ad essere qui, in quanto i miei lavorano, mi danno la possibilità di studiare e di avere una vita migliore di come è stata la loro. Ma comunque sono contento quando leggo o quando sento i miei parenti che stanno giù e vengo a sapere che le cose stanno cambiando. Se prima dicevo “che ci torno a fare in Albania” ora una porta aperta al ritorno nel mio paese c’è, non sò se tra 10,20,50 anni, però una speranza di tornare c’è comunque.

            • Ale scrive:

              Scusa Klint ma hai la cittadinanza italiana o albanese? Capisco che sei contento per l’Albania ma sei qua e parli di tornare la’. Cosa c’è che non ti piace dell’Italia per cui vorresti tornare in Albania ?! In Italia ci sentiamo preda di tanti popoli che arrivano, formano comunità chiuse, che non si integrano perche’ hanno il fine di tornare a casa un giorno, con un gruzzoletto per la vecchiaia. Così abbiamo comunità di moldavi, di romeni, di albanesi, di marocchini, di tunisini, di pakistani, di cingalesi, di indiani, di cinesi, di nigeriani, di senegalesi ecc. ecc. E sai una cosa trovo sempre adulti, da anni residenti in Italia, che non parlano la nostra lingua proprio perché vivono in comunità chiuse senza la volontà di integrarsi e accrescere il Paese che li ha accolti, vengono per prendere, per imparare un mestiere, ricevere un’infarinatura di cultura occidentale e poi via verso casa o verso lidi migliori e vantaggiosi. Cosa dai tu a noi? Non la prendere sul personale, ma ti chiedo di riflettere. Non pensi che potresti fare qualcosa anche tu per l’Italia, se sei diventato cittadino italiano?! Sempre che tu non ammiri solo l’italica furbizia che porta ricchezza ma anche miseria.

        • Ale scrive:

          Giuliano credi ancora che il mondo sia diviso in comunisti e non comunisti?! Siamo nel 2014!! Svegliati!! Che bimbo o che vecchio..dimmi tu cosa sei. Oggi c’è l’Europa, il Fondo Monetario Internazionale e gli Stati, senza sovranità nazionale. Bisogna imparare a muoversi in questa realtà. Il resto sono chiacchiere. La politica nazionale è fumo negli occhi perché tutto è deciso a livello europeo e non locale. Dobbiamo combattere i furbi e disonesti, che un tempo tolleravamo, perché l’Europa e le Banche, con il Fondo Monetario, ci tengono sospesi sopra la fossa dei leoni e siamo lì per essere sganciati. Non ci sono più i comunisti ..c’è di peggio.

        • patrizia scrive:

          Cara Filomena, sono italiana e in questo momento mi trovo a Tirana x delle cure mediche, ti dirò che mio padre è morto in un ospedale nel nostro (bel) paese, x un insignificante esame fatto in modo sbagliato, questa è l’Italia, ho pagato solo il viaggio x venire qui, mi hanno dato a disposizione un appartamento un cellulare con scheda albanese x chiamare e l’wifi, credimi in Italia non succede che hai questo trattamento. Per non parlare poi dell’ospitalità, straordinaria.stanno più avanti di noi in molti campi.

  4. Filomena scrive:

    Caro Clint, se l’Albania come mi auguro è un Paese in via di sviluppo e sta crescendo bene io sono la prima ad esserne contenta. E aggiungo che sono profondamente convinta che la strada di non “filarsi” la religione qualunque essa sia, è il presupposto per costruire una Stato laico e non uno Stato etico. Questo malgrado quello che si vorrebbe da queste parti, succede mediamente anche per gli italiani con i quali se ci parli faccia a faccia, ti dicono io sarei cattolico ma non ricordo più quando sono andato a Messa l’ultima volta. I cattolici praticanti infatti non superano il 25% a fronte di oltre l’80% che ufficialmente si dichiara cattolico.
    Negli ultimi anni poi è calata notevolmente anche la percentuale di battezzati e sempre più l’ora di religione a scuola è disertato. Purtroppo alcuni retaggi persistono e spesso per mancanza di alternative belle nella location molte persone continuano a sposarsi in chiesa. Rispetto ai tempi in cui io avevo la tua età però le cose sono cambiate e le persone se non altro hanno capito che non necessariamente bisogna seguire determinate tradizioni religiose solo perché altrimenti sei emarginato come succedeva 20 o 30 anni fa. Inoltre grazie a una legge di civiltà negli anni 80 si è tolto l’obbligo nelle scuole dell’ora di religione e questo ha favorito la riduzione dell’indottrinamento. Purtroppo ancora oggi, grazie al concordato tra Stato e Chiesa siamo ancora ben lontani dal considerarci uno Stato propriamente laico come lo possono essere altri Paesi in Europa ma chissà forse un giorno ci arriveremo. Bisogna essere fiduciosi. Comunque sono contenta che in Italia tu abbia potuto trovare una buona accoglienza (spero) e che se lo vorrai tu possa a pieno titolo diventare (se non lo sei già) italiano.

    • Menelik scrive:

      Filomena, hai infilato una sfilza di castronerie sull'”indottrinamento dell’ora di religione a scuola”.
      Primo: E’ FACOLTATIVA E NON OBBLIGATORIA, CAPITO???????????????????
      Punto due: E’ SEGUITA MEDIAMENTE DAI QUATTRO QUINTI DELLA CLASSE.
      In classi di 25/28 alunni, solo da due a quattro/cinque che non si avvalgono dell’ora di religione.
      Io non sono cieco e so leggere, e i numeri li leggo nei prospetti degli scrutini quadrimestrali.
      Sono testimone di quanto ho scritto.
      In quanto ai battezzati, bisogna vedere le statistiche della Chiesa sui numeri effettivi, e bisogna considerare che sono drasticamente aumentati i nati di genitori extracomunitari di fedi non cristiane, e sono calate drasticamente le nascite da donne italiane, specialmente nelle aree urbane.
      I dati che presentano gli atei nascondono tutti, ma proprio tutti, delle truffe per ingannare la gente.
      Non ho mai trovato un ateo che dica la verità, mischiano dati veri inserendoli in contesti fuorvianti in maniera da ingannare dicendo “il vero”, come la faccenda del punteggio dei docenti dell’ora di religione che alza la graduatoria anche in altre materie.

      • Filomena scrive:

        Caro Menelik,
        Non serve alzare la voce per dire che l’ora di religione è facoltativa, l’ho già premesso io che dagli anni 80 con la modifica del Concordato non è più obbligatoria e questo lascia che invece sia io a sottolinearlo è un fatto minimo di civiltà. Sui numeri io non ho detto che l’ora di religione non viene più frequentata anche se ci sono differenze significative tra Nord e Sud e tra scuole elementari, medie e superiori. La tendenza comunque è in generale calo come conferma, non i pericolosi atei, ma guarda caso la conferenza episcopale di cui ti riporto le conclusioni.
        L’ora di Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole italiane di ordine e grado è in calo da vent’anni, ma continua a essere frequentata in media dall’88.9% degli studenti. A scegliere di non frequentarla sono, in prevalenza, gli studenti delle scuole superiori e un dato curioso è che il fenomeno di coloro che non frequentano l’IRC è pressoché inesistente nel sud d’Italia.
        Il calo di studenti ammonta a circa 5 punti percentuali. Così, se la frequenza all’IRC si aggirava intorno al 94% verso la metà degli anni novanta, nell’anno scolastico 2012/2013 ha toccato il minimo storico: 88.9%.
        L’analisi per tipo di scuola, inoltre, mostra come la frequenza sia (da sempre) decisamente più bassa nelle scuole superiori, dove a frequentare è solo l’82.1% degli studenti, mentre rimane sopra il 90% nelle scuole di ordine inferiore, con il valore massimo che si registra nella scuola primaria (le vecchie “elementari”): 92.9%.
        Così, negli ultimi 20 anni, gli studenti che scelgono di non frequentare l’IRC sono quasi raddoppiati, passando dal 6% di metà anni novanta all’11.1% dell’ultimo anno. L’incremento maggiore rispetto all’anno scolastico 1993/94 si è registrato nelle scuole materne e superiori.
        Interessante, poi, è la diversa composizione del fenomeno rispetto all’area geografica: la frequenza dell’IRC è più bassa al nord, dove il 17.1% degli studenti sceglie di non frequentarla, mentre al sud ben il 97,9% degli studenti la frequenta. Nel centro Italia il dato medio parla di un 11.9% di studenti che non frequentano l’IRC, ma non dà conto delle forti differenze che caratterizzano quest’area: si va dal 20.2% della Toscana (prima regione italiana per percentuale di non frequentanti) al 9.4% dell’Umbria.
        In conclusione, l’ora di religione cattolica viene frequentata da sempre meno studenti, ma continua comunque a riscuotere un certo successo se confrontata con altri indicatori della disaffezione degli italiani nei confronti della religione cattolica. Viene da pensare, insomma, che molti genitori di fatto non cattolici continuino a far frequentare ai figli l’IRC, vuoi perché spesso la scuola non garantisce l’ora alternativa (nonostante sia suo dovere farlo), vuoi per conformismo. Il rifiuto dell’IRC si manifesta soprattutto nelle scuole superiori, dove lo studente ha più voce in capitolo sulla decisione di frequenza, e nelle regioni più secolarizzate del centro-nord; fenomeno, quest’ultimo, che pare ragionevole attribuire sia alla maggiore secolarizzazione delle regioni centro-settentrionali, sia alla presenza, sul loro territorio, di una quota più consistente di popolazione immigrata, composta in misura non trascurabile da immigrati non cattolici.
        Come vedi la tendenza e quella che ho evidenziato, ciò non toglie che nella tua scuola i dati siano diversi ma questi sono nazionali.

      • beppino scrive:

        ***Non ho mai trovato un ateo che dica la verità, mischiano dati veri inserendoli in contesti fuorvianti in maniera da ingannare dicendo “il vero”, come la faccenda del punteggio dei docenti dell’ora di religione che alza la graduatoria anche in altre materie.***

        Anch’io mi sono fatto (purtroppo) questa convinzione, e non solo per mero dato oggettivo… Del resto l’ateo esiste solo perché ci sono persone con sensibilità religiosa; il contrario non vale.

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