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Vaclav Havel e “Il potere dei senza potere”. «Solo Dio ci può salvare»

dicembre 20, 2011 Carlo Candiani

Alcuni pensieri tratti dal “pamphlet” più famoso del dissidente ceco: Il potere dei senza potere, distribuito in Italia dalla piccola casa editrice Cseo, fondata da don Francesco Ricci, un sacerdote forlivese amico dell’allora cardinale di Cracovia Karol Wojtyla e di don Luigi Giussani

Sono state le troppe sigarette a portarlo verso una malattia alle vie respiratorie che l’ha stroncato, all’età di 75 anni, domenica 18 dicembre. Le sigarette senz’altro ma anche le persecuzioni e il carcere inflittogli, come dissidente, dal regime comunista cecoslovacco. Vaclav Havel, drammaturgo e attivista per i diritti umani, nato a Praga il 5 ottobre 1936, divenne il simbolo del dissenso contro l’oppressione del regime comunista di Mosca, che già aveva avuto profetici scossoni nei moti della “Primavera di Praga”, nel 1968.
È proprio partendo da questa esperienza, soffocata dai carri armati sovietici, che fonda “Charta 77”, un manifesto e una serie di trame di rapporti tra intellettuali e uomini di cultura, una specie di “samizdat”, che aiutò l’Occidente a conoscere cosa stava accadendo al di là della “cortina di ferro”. Ed è proprio in questi anni, cinque, tra carcerazioni e scarcerazioni, che scrive il suo “pamphlet” più famoso: Il potere dei senza potere, che fu distribuito in Italia dalla piccola casa editrice Cseo (Centro Studi Europa Orientale) fondata da don Francesco Ricci, un sacerdote forlivese amico dell’allora cardinale di Cracovia Karol Wojtyla e di don Luigi Giussani.

Alla fine del 1989, all’indomani del crollo del Muro di Berlino, le manifestazioni di protesta fanno crollare anche a Praga il regime. La cosiddetta “Rivoluzione di velluto” lo elegge presidente della Repubblica. Primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista e primo presidente, nel 1993, della Repubblica Ceca, dopo la secessione della Slovacchia. Nel 2003, lui, fervente sostenitore dell’unità europea, lascerà la carica a favore di un conservatore euroscettico, Vaclav Klaus.

Per onorare la figura e l’opera letteraria e sociale di Vaclav Havel, vi proponiamo alcuni passaggi dal pamphlet del 1975 Il potere dei senza potere, nel quale, oltre a contestare dall’interno la dittatura comunista, metteva in guardia dai rischi di un capitalismo che non mette al centro la dignità della persona umana. Havel si appellava alla costruzione di una sorta di “capitalismo dal volto umano”, memore del profetico, ma soffocato nel sangue, “socialismo dal volto umano” immaginato da Dubcek, in quel tragico 1968.

Da “Il potere dei senza potere” (ed.CSEO, 1979)
«Patocka diceva che quello che è più stimolante nella responsabilità è che la portiamo con noi ovunque. Questo vuol dire che abbiamo e dobbiamo assumerla qui, ora, in questo spazio e in questo tempo in cui il Signore Dio ci ha posto e non possiamo infischiarcene dirigendo la rotta altrove, magari verso un monastero indiano o verso “la polis parallela”. Che la fuga nel monastero indiano così spesso non funzioni, come punto di partenza individuale o di gruppo, fra i giovani occidentali dipende solamente dal fatto che a un tale punto di partenza manca l’elemento dell’universalità (non tutti gli uomini possono rifugiarsi in un monastero indiano). Un esempio di un punto di partenza opposto è il cristianesimo: è un punto di partenza per me ora e qui, ma solo perché è un punto di partenza per chiunque dovunque e qualunque volta».

«Solo un Dio ci può salvare, dice Heidegger, e sottolinea la necessità di un “altro pensiero”, quindi una rottura con la filosofia in quello che essa è stata per secoli, e di un cambiamento radicale di tutto il modo con cui l’uomo comprende se stesso, il mondo e la sua posizione in esso: non conosce il punto di partenza, l’unica cosa che è capace di raccomandare è di “preparare l’attesa”».

«Io vedo la sterzata dell’attenzione politica verso l’uomo concreto come qualcosa di sostanzialmente più profondo del semplice volgersi di meccanismi consueti della democrazia occidentale (o – se volete – borghese). E se nel 1968 pensavo che il nostro problema sarebbe stato risolto dalla fondazione di un partito d’opposizione che contendesse pubblicamente il potere al partito finora dominante, ormai da tempo so che questo non succederà facilmente e che nessun partito d’opposizione di per se stesso – come pure nessuna legge elettorale di per se stessa – può garantire che la società non resterà vittima di qualche nuova violenza. Questa garanzia non è questione di “aride” disposizioni organizzative; è davvero difficile cercare in esse quel Dio che è ormai l’unico che ci possa salvare».

«Si tratta quindi di riabilitare valori quali la fiducia, la sincerità, la responsabilità, la solidarietà, l’amore. Io credo in strutture che siano orientate non all’aspetto “tecnico” dell’esercizio del potere, ma al significato di questo esercizio. (…) Possono e devono essere strutture aperte, dinamiche e piccole: i legami umani, quali la fiducia personale e la responsabilità personale, non possono funzionare oltre un certo limite. (…) Strutture non come organizzazioni, ma come comunità. Strutture che fondano la propria autorità non su tradizioni da tempo vuote, (come i tradizionali partiti politici di massa), ma sull’affronto concreto della situazione. (…) L’autorità dei capi dovrebbe scaturire dalla loro personalità e non dalla loro posizione nella scala gerarchica. (…) Queste strutture dovrebbero naturalmente nascere dal basso, come esito di una autentica “autorganizzazione” sociale. (…) Io credo nel principio dell’autonomia, cioè la partecipazione reale (quindi non formale) dei lavoratori alle decisioni economiche e un senso di reale responsabilità verso i risultati del lavoro comune. Il principio del controllo e della disciplina dovrebbe essere spontaneamente definito dall’autocontrollo e dall’autodisciplina degli individui».

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