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Ustica,il partito del missile

settembre 8, 1999 Da Rold Gianluigi

Il giudice Priore sta depositando gli atti delle indagini. Ma, dopo quasi vent’anni di inchieste sul disastro del Dc9 Itavia in cui morirono 81 persone, dai molti misteri sembra emersa una sola verità: l’aereo fu abbattuto nel corso di una battaglia sui cieli italiani. Un teorema che ha trovato da subito molti
sostenitori, ma nessuna verifica e prova (oltre alle nette smentite dei periti). Storia di uno dei più
clamorosi casi di depistaggio e disinformazione propagandistica nella storia dell’Italia del dopoguerra

Ha ripetuto più volte Aleksandr Solgenitsin che il comunismo è soprattutto “menzogna e cancellazione della memoria”: uccidere il passato, dimenticare, dopo aver disinformato e distorto, consapevolmente, cinicamente, la realtà. Tra i casi di sistematica disinformazione a tappeto, di sistematica menzogna e ora di un tentativo di “cancellare la memoria”, si può annoverare in Italia un caso clamoroso: la strage di Ustica del 27 giugno 1980. Dopo diciannove anni di inchieste, l’ultimo giudice istruttore sopravvissuto in Italia, Rosario Priore, sta per depositare gli atti conclusivi delle indagini, che sono complessivamente costate agli italiani circa 300 miliardi, per un processo che non vedrà alla sbarra gli accusati della strage, i presunti colpevoli per quell’aereo caduto in mare, un DC 9 Itavia I – TIGI numero IH – 870, in fase di atterraggio alle 20 e 59 minuti e 45 secondi verso l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, proveniente da Bologna con 2 ore di ritardo.

Se oggi un trentenne dovesse parlare o scrivere sulla tragedia di Ustica, in base agli articoli, ai reportage giornalistici della cosiddetta grande stampa italiana, o rivedendosi le trasmissioni televisive di quasi tutti i network (talk show e ricostruzioni ipotetiche), avrebbe una risposta pronta da dare: l’aereo fu abbattuto da un missile, mentre si svolgeva una battaglia aerea sul mar Tirreno. Naturalmente, secondo questa tesi, il missile proveniva da un aereo o da una nave della Nato, da francesi o americani che cercavano di abbattere un Mig libico, o addirittura una scorta di Mig che proteggeva un altro aereo con il leader libico Gheddafi a bordo. Il DC 9 Itavia si sarebbe trovato in mezzo a questa battaglia.

Nessuno ha prove, verità di fatto, ipotesi credibili su questo avvenimento. Ma tale è la “verità” lanciata e imposta in questi anni sui grandi media, dalla Tv alla carta stampata. Questa è la “verità” sostenuta da molti esponenti politici. Una “verità” ideologica, granitica, arrogante, straripante che ha escluso qualsiasi ricerca di un’altra verità più attendibile. Si è costituito così un “partito del missile”, un partito ideologico, con interessi finanziari, politico-strategici o semplicemente carrieristici che ha dettato legge. La legge della disinformazione, la notizia del Diavolo, che ha depistato tutto e tutti, non rendendo giustizia a nessuno, tanto meno alle povere vittime del DC 9 Itavia e ai loro parenti.

Va dato atto invece al giornalista Paolo Guzzanti di aver scritto un libro ottimo “Ustica, verità esemplare” e a un altro uomo, Giuseppe Zamberletti, un politico della Prima Repubblica, di aver pubblicato, dimenticato ovviamente da tutti, un altro libro in controtendenza, “La minaccia e la vendetta”. Andiamo per punti.

Il fronte armato dei pacifisti italiani Punto primo, l’anno 1980. Per comprendere quel 1980 bisogna risalire al vertice atlantico di Guadalupa, nel 1977. Fu il cancelliere tedesco Helmuth Schmidt a denunciare un pericolo mortale: “I russi – disse solennemente Schmidt – hanno alterato così profondamente l’equilibrio militare che non possiamo stare fermi. I russi sono in grado di tagliare l’alleanza tra Europa e Stati Uniti. La minaccia ha assunto un aspetto enorme”. La Nato, dopo quel vertice, decise di fronteggiare la sfida e riequilibrare i rapporti di forza, installando contro gli SS20 sovietici i nuovi Pershing e Cruise. La battaglia divenne esclusivamente propagandistica e psicologica e il terreno di scontro furono le opinioni pubbliche dei paesi europei: avrebbero consentito ai parlamenti nazionali di ratificare l’installazione dei missili sui propri territori? L’Italia fu subito individuata come il punto debole dello scontro propagandistico: dopo il 1987 lo riconobbero pubblicamente l’ex consigliere sovietico Ambartzumov e l’ex segretario di Stato americano Brezinski. I russi, pur ricchi di “fede” comunista, facevano un ragionamento molto laico: “Un Mig da combattimento costa 50 miliardi e l’Urss ne ha migliaia. Rende di più un nuovo Mig o un movimento pacifista come quello italiano?”. Contro l’installazione dei missili in Italia, contro la decisione della Nato, si schierarono i pacifisti storici e di complemento, i vari Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio. Mentre Achille Occhetto, forse in cerca di un Nobel per la pace, arriverà, nel 1984, a proporre una consultazione popolare per bloccare i missili.

Ma l’Italia ce la fece: i missili furono installati. Tuttavia, nel 1979 e nel 1980, la cosiddetta “guerra fredda” rischiò di diventare guerra calda. Era esploso il fondamentalismo sciita in Iran; i sovietici avevano invaso l’Afghanistan; gli americani decisero di non andare alle Olimpiadi di Mosca; scoppiava la guerra tra Iran e Iraq; Gheddafi spopolava e gli esuli libici in Europa suoi oppositori venivano liquidati dai servizi segreti di Tripoli. Uno scacchiere internazionale da thrilling. La “partita finale” tra Urss e Occidente, complicata da vicende “regionali” di difficile soluzione. In Italia, il partito comunista più forte dell’Occidente sosteneva un imponente movimento pacifista che si batteva, di fatto, al fianco dei russi, contro i missili di difesa a Comiso. Questo era il quadro internazionale di quell’anno orribile.

Un fantasma sul radar Punto secondo. La tragedia di Ustica avviene il 27 giugno del 1980 alle ore 21. Il DC 9 Itavia volava con rotta Nord-Sud (1808). Alle 20 e 57, il controllore di volo Umberto Corvari lo prese in consegna scrivendo sulle strisce di volo l’ora di assunzione di carico e la posizione dell’aereo: “Immediatamente il pilota mi chiamò sulla frequenza radio, comunicandomi di essere a una distanza stimata, attaverso due strumenti di bordo, da Palermo, a 115 miglia”. Tempo previsto per l’atterraggio 13 minuti. Pochi minuti dopo Corvari cerca di parlare di nuovo con i piloti, per far scendere l’aereo a 8mila piedi e farlo prendere in carico dalla torre di controllo di Punta Raisi. Ma i piloti non rispondono più. L’aereo sparì da un istante all’altro, in un centesimo di secondo. La serata era bella, non c’erano tracce di nessuna battaglia aerea, non ci fu alcun paese della Nato che segnalò l’improvvisa “fuga” di un missile da un suo aereo o da una sua nave. Eppure quel missile immaginario, un missile Nato s’intende, diventa l’architrave della spiegazione “logica” di una tragedia, anzi crea un “partito” e s’innalza a monumento-atto di accusa contro l’Aeronautica militare italiana e le forze della Nato. Tutto questo in piena campagna anti-missili, in pieno pacifismo filosovietico. I russi furono talmente felici della “teoria del missile” che la “liberissima” rivista dell’epoca “Novi Mir” dedicò uno sprezzante articolo al “nuovo triangolo delle Bermude scoperto nel mar Tirreno”. Evidentemente la stampa sovietica, in quel 1980, aveva più influenza in Italia del New York Times. Il “partito del missile” decolla letteralmente sui nostri media nazionali. Il missile diventa una realtà palpabile, tanto che ci si oppone addirittura al recupero del relitto dell’aereo caduto. Il 30 settembre 1986, l’avvocato che rappresenta le famiglie delle vittime, ma più che altro rappresenta le idee della senatrice Daria Bonfietti, ritiene giusto lasciare l’aereo dove sta, in fondo al mare, perché tanto tutti sapevano benissimo cosa era successo. Si è arrivati così all’assurdo di far passare anni prima di incaricare un’azienda per ricuperare il vero “testimone” del disastro, come dicono gli esperti: il relitto dell’aereo. E le manfrine non finiscono neppure quando, finalmente, si incarica nel 1987 la società francese Ifremer per il recupero. È l’ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi italiani, che prima informa della competenza dell’Ifremer, ma poi, l’11 giugno del 1987, manda una nota al ministro della Difesa in cui afferma “che l’affidamento del recupero del DC 9 alla società Ifremer, nonostante i suoi legami con i servizi francesi, si iscriveva in un contesto tale da creare le premesse affinché le indagini si concludessero con l’accertamento della responsabilità libica e lo scagionamento definitivo dei francesi”. Una nota che lascia molti sbalorditi. Una sorta di delirio allusivo che viene ripreso dal sottosegretario Giuliano Amato, che pure in un primo tempo aveva spinto per il recupero dell’aereo nel mare di Ustica. Il risultato finale è che il contratto con l’Ifremer sarà limitato nel tempo e si ritroveranno solo poche parti dell’aereo. Su questa storia i francesi ironizzano ancora adesso. Occorreranno altri anni perché venga incaricata la società inglese Winpol del recupero. Quando finalmente di può esaminare l’aereo “ricomposto”, due grandi esperti, l’italiano Ermanno Bazzocchi e l’inglese Frank Taylor, arrivano alla conclusione che il disastro è dovuto a una bomba, collocata nella toilette posteriore dell’aereo. I dettagli trovati dagli esperti sulle poltrone, i calcoli, le tracce precise vanno a combaciare con l’ipotesi che era sempre stata la più credibile, quando il DC 9 Itavia sparì in un centesimo di secondo da tutti i radar e collegamenti possibili.

In qualsiasi paese democratico e occidentale basterebbe questa perizia per concludere la ricerca delle cause di una tragedia come quella di Ustica. Così avvenne in Scozia nel disastro di Lockerbie; così è avvenuto per l’aereo caduto dopo il decollo dall’aereoporto Kennedy nel luglio 1996. Gli esperti studiano, fanno i loro calcoli e poi illustrano con fotografie, grafici, conferenze stampa. In Italia, l’ultima parola l’ha il magistrato, che è considerato peritus peritorum. È una stranezza, ma sarebbe solo un fatto burocratico in più se tutto funzionasse velocemente. Invece, nel caso di Ustica, il “partito del missile” ha già vinto la sua battaglia propagandistica senza rifarsi a un dato di fatto reale e influenzando tutto. Così, per diciannove anni, anche se il giudice istruttore Rosario Priore scriverà nel suo rinvio a giudizio (come è probabile) che la causa del disastro fu una bomba, i veri colpevoli hanno potuto tranquillamente assistere a una fiction messa in onda dai media, a una sceneggiata senza capo né coda.

1980: Malta, Ustica, Bologna…

Punto tre. Esistevano i presupposti per indagare nella direzione dell’attentato, piuttosto che ricercare le ipotesi sulla battaglia aerea? Per cercare, insomma, chi avesse messo quella maledetta bomba sul DC 9 allo scalo di Bologna? Leggete questa sintesi su un retroscena che avviene nella prima metà del 1980.

Nei primi mesi di quell’anno, il pirotecnico premier di Malta, Dom Mintoff, vuole ribaltare la sua politica filolibica, vuola rompere con Tripoli, a causa di un contrasto su una zona di mare (i banchi di Medina) ricca di petrolio. Per fare questo Mintoff chiede e ottiene collaborazione dall’Italia. Viene siglato un accordo per cui, si legge, “la Repubblica Italiana, accogliendo con soddisfazione la dichiarazione con la quale la Repubblica di Malta ha fatto conoscere, nell’esercizio della propria sovranità, di avere assunto una stato di neutralità, si impegna a garantire tale status con ogni mezzo politico e diplomatico, compresa ogni altra misura, non esclusa l’assistenza militare che giudicherà necessaria per far fronte alla situazione”. La data e l’ora della firma di quest’accordo sono indimenticabili: poco dopo le dieci di mattina del 2 agosto 1980, quando la delegazione italiana, a Malta, ha appena saputo che alla stazione di Bologna è esplosa una bomba che ha causato una strage orribile. Il capo del “contenzioso diplomatico” alla Farnesina dell’epoca, Arnaldo Squillante, mentre Mintoff e Giuseppe Zamberletti (allora sottosegretario agli esteri) firmano, non riesce a trattenere una considerazione: “Che coincidenza!”. Anche se la strage è stata consegnata alla storia come “fascista e destabilizzante” (naturalmente i colpevoli sono ancora sconosciuti), quella coincidenza con l’accordo tra Malta e Italia avrebbe dovuto incuriosire un po’ di più: magari i nostri servizi, qualche magistrato “impegnato”, qualche vera commissione parlamentare. Nulla invece avvenne in quella direzione. Anche se Giuseppe Zamberletti continuava a ricordare gli ostacoli e gli avvertimenti che gli erano arrivati prima della firma dell’accordo.

Nella bella primavera romana del 1980, il capo del Sismi dell’epoca, generale Giuseppe Santovito, incontra a una festa, in un’ambasciata orientale, Zamberletti, e gli dice: “Eccellenza, dovrei parlarle”. Santovito comincia: “Come va questa storia di Malta? Ma lei, ma lei ha proprio deciso di grattare la schiena alla tigre? Abbiamo già irritato Gheddafi pochi mesi fa con la nostra decisione di piazzare i missili a Comiso. La risoluzione del governo italiano di schierare i missili nucleari di teatro, proprio di fronte al Nord Africa, non è stata letta a Tripoli solo come una decisione della Nato di riequilibrare il rapporto Est-Ovest nel campo della difesa nucleare, ma anche come una minaccia in direzione della Libia. Ora con l’accordo che si profila con La Valletta ci prepariamo a buttare i libici fuori da Malta. Non le pare un po’ troppo?”. È veramente preoccupato l’ex piduista Santovito, non guarda in faccia a nessuno, nemmeno alla Nato e tanto meno al contenimento della politica di Gheddafi. E continua: “Non dimentichi che a noi la Libia, in tutti questi anni, non ha mai fatto scherzi, che i nostri rapporti economici sono eccellenti. E, mi permetta, sono buoni anche sul versante della sicurezza. Gheddafi è attivissimo sulla scena internazionale nell’area mediterranea. Tiene i rapporti diretti e indiretti con quasi tutte le centrali del terrorismo arabo ed europeo, di sinistra e di destra. Per noi, guastare, senza una ragione seria, questo rapporto, è pericoloso. L’accordo sui missili nucleari di teatro era inevitabile, ma Malta a cosa ci serve? Per cominciare una politica di maggior influenza sul Mediterraneo? Se fosse così avrebbe un senso. Ma lei sa che, per reggere una simile politica, ci vuole ben altra forza e una continuità politica che non c’è e non ci sarà. Questa partita sta accrescendo inutilmente i sospetti del colonnello Gheddafi nei nostri confronti. Ci creerà dei problemi. E basta. Lo dico a lei, perché i socialisti spingono per l’accordo, solo per compiacere Mintoff e aiutarlo in vista della prossima campagna elettorale. Il loro è un obiettivo di politica interna e di solidarietà socialista. Ma è lei che sta dando alla cosa un taglio, posso dire? ‘espansionista’, che non può non provocare reazioni. Loro vogliono solo aiutare Mintoff. Lei vuole approfittare di Mintoff e delle sue difficoltà attuali, per raggiungere un altro obiettivo: estendere il controllo italiano su Malta”. Alla fine il generale sgrida pure il sottosegretario agli esteri: “Lei sta facendo una conversione a U sull’autostrada in un momento di grande traffico e mi chiede se so che cosa può succedere? Le dico che quasi certamente succederanno guai. Quali e di che tipo non lo so. Come vedrà che si faranno vivi anche con lei…”.

Santovito, come tutti i suoi fratelli devoti al venerabile Licio Gelli, era evidentemente un veggente. Infatti, ai primi di giugno, una delegazione della Giamahiria libica si presenta alla Farnesina da Zamberletti e notifica formalmente tre cose: l’Italia non deve concludere un accordo bilaterale con la Repubblica di Malta; l’accordo non può che essere interpretato dalla Libia come un atto di ostilità; la Libia aveva già visto con preoccupazione l’orientamento italiano di destinare la dislocazione dei missili nucleari a Comiso. Ricorda Zamberletti: “Dopo quella visita, sulla Farnesina calò il terrore”. Tutto questo avviene ai primi di giugno. Il 27 giugno cade l’aereo di Ustica, partito da Bologna, mentre si sta concludendo l’accordo tra Malta e Italia. Il 2 agosto salta la stazione di Bologna, nella stessa ora in cui si firma l’accordo tra Malta e Italia. I periti trovano tracce, sia per la tragedia del DC 9 Itavia, sia per la strage della stazione del 2 agosto, dello stesso materiale esplosivo: il TNT-T4. L’esplosivo è dello stesso tipo, solo per gli inneschi c’è differenza. La sera del 22 giugno 1993, il capo della polizia Vincenzo Parisi, nel corso di una riunione della Commissione stragi, dirà: “Da un punto di vista qualitativo non avevo escluso la possibilità che l’episodio dell’abbattimento dell’aereo di Ustica potesse rappresentare un segnale non percepito. Quando i messaggi non sono percepiti vengono replicati e reiterati, finché non si capisce. Quindi potrebbe essersi trattato il 2 agosto, purtroppo, di una tragica replica stragista”. Chi ha sentito per televisione questa dichiarazione e tutto il resto? Chi ha letto sui giornali italiani questo retroscena? Dirà l’inglese Frank Taylor: “Due bombe entrambe piazzate a Bologna e a distanza di alcune settimane l’una dall’altra, avrebbero dovuto fare affiorare dei sospetti. Chi è stato a fare il lavaggio del cervello a così tante persone e così efficacemente?”. Ma tutto questo, ancora oggi, non merita un’indagine o un’inchiesta. Ci si limita solo a criticare la vaghezza della Commissione stragi e ad aspettare le conclusioni di Rosario Priore per un processo che non avrà alla sbarra gli autori della strage di Ustica.

Il film di un film Punto quarto. I sostenitori, i propagandisti, gli iscritti al “partito del missile”. Certo, la stoccata di un grande esperto come Frank Taylor, scienziato della Cranfield University, “Chi è stato a fare il lavaggio del cervello?” fa amaramente sorridere chi ha un po’ di dimestichezza con la logica dell’informazione in Italia. Probabilmente una specie di maccartismo rovesciato che vede la sinistra protagonista di una lettura a senso unico, politicamente corretta delle stragi. Persino il mondo dello spettacolo conosce questa forma di maccartismo. Si prende seriamente pure un film come “Il muro di gomma” di Marco Risi, dove si fa la fiction di una fiction e si riesce a ottenere successo e la patente di “essere contro”, anticonformisti.

In tutta la storia della propaganda vincente del “partito del missile” ci sono vari gradi di “riso amaro”. C’è infatti da sorridere a leggere il libro di Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori “A un passo dalla guerra”, dove si parla dell’ipotesi dell’abbattimento del DC 9 per “quasi collisione”. C’è sempre da sorridere amaramente a vedere talk show, di esclusiva competenza degli “iscritti al partito del missile”. Se non si fosse trattato di una grande tragedia, che cosa si doveva fare, in una serata del settembre 1991, quando Bruno Vespa, per uno speciale del Tg1, convocava due parlamentari? Motivo? Sarebbe stata fotografata la testata di un missile dove è caduto l’aereo. Quando la “testata” viene recuperata, ci si trova di fronte a un cilindro arrugginito di una boa di segnalazione marittima. Ma si deve sorridere un po’ meno, anche amaramente, quando si guardano le collezioni del Corriere della Sera, della Stampa, di Repubblica, dei grandi organi di informazione nazionale che hanno sempre spalleggiato con maggior o minor lungimiranza il “partito del missile”. Come tutta la stampa di sinistra. Oppure quando si assisteva alle trasmissioni del compassato Corrado Augias.

E non si può già più sorridere, quando si sente parlare la senatrice Daria Bonfietti, per cui non c’è altra verità che il missile. E che dire dell’avvocato Aldo Davanzali, ex amministratore della scomparsa Itavia, autentico inventore della teoria del missile, per cercare, invano, di salvare una compagnia aerea criticatissima e per ribattere alla prima tesi, il cedimento strutturale, che avrebbe comportato un onere finanziario catastrofico per quella compagnia aerea? Che dire del ministri dei Trasporti dell’epoca, il socialista Rino Formica, non solo “noto commercialista barese”, ma pure appassionato di letteratura gialla, che sposa subito la tesi di Davanzali, suo conoscente? Che dire del ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, che non ha ordinato indagini sull’attentato? Che dire del “dottor sottile” Giuliano Amato, che prende per buona la tesi dell’ammiraglio Fulvio Martini sull’Ifremer e causa, per un contratto troppo ridotto, un ritardo sul recupero dell’aereo caduto? E dall’Ifremer arriva un commento sarcastico: “Abbiamo capito che davamo fastidio e non si fidavano di noi”. Che dire del comportamento complessivo nella conduzione della Commissione stragi dell’ex presidente Libero Gualtieri? Che cosa ha ostacolato una inchiesta a vasto raggio e ha fatto trionfare solo la propaganda del “partito del missile”? Il generale Santovito ricordava a Zamberletti, in quel colloquio che abbiamo riportato, gli “eccellenti rapporti economici” tra Italia e Libia. E poi c’era quel piccolo dettaglio: il fatto che, dalla metà degli anni Settanta fino al 1986, Gheddafi era, niente meno, che socio della Fiat con un investimento di 450 milioni di dollari, una cifra quasi uguale a quella che, nella stessa epoca, il Fondo Monetario internazionale si apprestava a prestare all’Italia.

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