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Usa, debito: «L’America sembra la Grecia e la gente non lo sopporta»

luglio 26, 2011 Leone Grotti

Secondo Mattia Ferraresi, corrispondente da New york per il Foglio e collaboratore di Tempi, repubblicani e democratici faranno entro il 2 agosto un «accordo veloce sull’innalzamento del tetto del debito. Tagli e tasse rimandati. Sembra che Washington sia come la Grecia, si insinua l’idea, insopportabile per gli americani, di essere diventati come Bruxelles»

«Repubblicani e democratici sono molto vicini a un accordo veloce sull’innalzamento del tetto del debito. Nessuno sembra accettare la proposta dell’altro e quindi lasceranno tutto com’è, prolungando il dibattito di 6-8 mesi». Gli Stati Uniti hanno tempo fino al 2 agosto per decidere l’innalzamento del tetto del deficit, altrimenti saranno tecnicamente in default, cioè senza la possibilità di pagare gli interessi sul suo indebitamento, né le spese correnti.  Come spiega a Tempi.it Mattia Ferraresi, corrispondente da New York del Foglio e collaboratore di Tempi, «in alternativa si sarebbe dovuto fare un accordo gigantesco, mettere in campo una finanziaria decennale, con tagli e tasse. Invece verrà scelta la via che Obama voleva evitare: rimandare il dibattito alla campagna elettorale».

Repubblicani e democratici hanno due ricette diverse per rimettere in sesto i conti americani e rilanciare l’economia a stelle e strisce: i primi non intendono aumentare le tasse mentre vorrebbero dare una netta sforbiciata alla spesa pubblica e al Welfare. I democratici, con Obama in testa, puntano invece sull’aumento delle entrate erariali, inasprendo la fiscalità sui redditi più alti. Posizioni distanti che, però, alla fine dovranno convergere: «E’ impossibile che non si mettano d’accordo – continua Ferraresi -. Il tetto del debito verrà alzato di certo, nessuno si può permettere che le più grandi agenzie di rating, come Moody’s e Standard and Poor’s, declassino il debito pubblico americano togliendo la tripla A. Io poi non penso che senza l’accordo questo avverrebbe in automatico». Cioè? «La minaccia è un po’ strumentale, perché il problema è tutto politico e gli investitori si fidano ancora della solidità dell’economia americana. Se però avvenisse davvero il downgrade, a guadagnarci sarebbe la Cina, che acquisterebbe il debito venduto dagli investitori».

L’opinione pubblica in America segue il dibattito economico e anche se non si divide sui contenuti, «sul numero dei tagli» perché «alla fine è solo un gioco di palazzo», si percepisce un certo «nervosismo» per la nuova immagine che gli Stati Uniti stanno dando di se stessi: «Sembra che Washington sia come la Grecia – dichiara Ferraresi -, un paese che gli americani considerano del Terzo mondo. All’interno di un clima da fine impero che si respira ormai da un po’, con il paese che all’estero diventa più debole, si insinua anche l’idea, insopportabile per gli americani e per la loro cultura pragmatica, di essere diventati come Bruxelles. Il peggio del peggio».

Quello tra repubblicani e democratici è dunque un braccio di ferro che indebolisce l’America, ma c’è un partito che sta guadagnando voti in vista delle elezioni del 2012? «Da queste situazioni nessuno può guadagnare – conclude il corrispondente da New York – il gioco è a perdere ma qualcuno può perdere più dell’altro. Di sicuro scende la credibilità di entrambi i partiti ma, come succede sempre in questi casi, è il presidente in carica a rimetterci di più. La sensazione è che la leadership di Obama sia sempre più fragile e debole. Per questo i repubblicani possono tirare di più la corda e permettersi anche di abbandonare i tavoli sbattendo la porta».

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