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L’uomo che defeca a Termini. Gli scogli di Ventimiglia. Meglio questi mali che la noia

giugno 22, 2015 Renato Farina

Certe cose offendono i fegati borghesi, sono vomitevoli, ma meritorie, semplicemente perché accadono. E strappano la nostra “felicità” dipinta su carta da parati

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Pubblichiamo la rubrica di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

L’amico Andrea Babbo di Eraclea mi ha inviato la fotografia della grande scritta su un muro dalle parti della stazione di Venezia- Mestre. «La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla». Mi ha fatto tornare in mente Leopardi che nello Zibaldone annota: «I mali sono meno dannosi alla felicità che la noia ec. anzi talvolta utili alla stessa felicità. L’indifferenza non è lo stato dell’uomo; è contrario direttamente alla sua natura, e quindi alla sua felicità».

Mi permetto un sillogismo. La noia è quando non accade nulla. La noia è la catastrofe. La catastrofe è l’indifferenza, perché è peggio ancora del fatto che non accade nulla: ed è quando non si aspetta niente, non c’è attesa. È la fine del desiderio. Questa è la sciagura del nostro tempo: la rinuncia al desiderio. Oppure la sua riduzione all’ambito della conservazione del niente.

Ehi, vorrei dire al Leopardi di Mestre: «Amico, hai scritto una grande verità, ma qualcosa accade, accidenti se accade. E sei tu, ed è il mio amico Andrea che mi svegliate dal torpore, e mi invitate a desiderare, ad aprire gli occhi per vedere se qualcosa accade davvero». E questa cosa che accade è “la natura dell’uomo” che non si acquieta se non in qualcosa di totale, bello, buono, vero. Si può dire la parola Dio? Non come termine dei pensieri, ma reale, vivo, personale, Gesù, gli amici di Gesù. Non vedo altra possibilità di questo accadere. Cosa dice il Papa se non questo?

Intanto segnalo che comunque alcune cose sono accadute, a scuoterci dal torpore: esse offendono il nostro fegato borghese, sono persino vomitevoli, ma meritorie, poiché strappano l’idea di una serenità-felicità concepita come un trompe-l’œil su carta da parati, con l’acquerello di «ragazze seriche che offrono il sorbetto» (T. S. Eliot, Il viaggio dei Magi). Ehi, realtà signori, non finzioni. Su questo si gioca il caso serio della vita.

1) La foto dell’anno è la visione di un uomo scuro, magro, che «defeca all’ingresso della Stazione Termini». Il giudizio unanime, e doveroso per carità, è che certe cose non devono accadere. Che è uno schifo. La colpa è del defecatore, certo, ma poi c’è stato un rimpallo di responsabilità tra le ferrovie e il sindaco di Roma, eccetera. Ecco, qualcosa non deve accadere, ma è accaduto. Come direbbe il Leopardi di Mestre, è meglio della catastrofe del niente. Quell’uomo era lì, solo, degradato a cane. Eppure è un uomo.

ventimiglia-migranti-ansaLa nostra vita buona, civile, felice è allora che quell’uomo defecasse, solo, sempre solo, ma di nascosto dai nostri occhi? Un water igienico e il mondo sarebbe un altro mondo? La cosa che dice il nostro degrado, molto più della defecazione indecorosa, è che il primo sentimento di tutti, anche il mio, non è stato di pietà, di compassione, ma di difesa del mio water, dei miei occhi, del mio naso sensibile, e di ricerca dei colpevoli. Non noi, qualcun altro.

2) Gli scogli di Ventimiglia. Mentre scrivo non so come finirà. La Francia terrà duro, saranno dispersi, rimpatriati, diventeranno delinquenti, e magari già lo sono. Ma almeno loro desiderano qualcosa, cercano una felicità, una vita nuova. Attendono che accada qualcosa.

Per questo qualsiasi politica sull’immigrazione, che dev’essere di contenimento, ci mancherebbe, deve essere mossa sempre e comunque dalla nostra decisione irrevocabile di non rinunciare alla pietà e alla voglia di imparare da queste persone che hanno attraversato il deserto e il mare alla ricerca della Terra Promessa, che anche noi siamo fratelli in questa ricerca. Rinunceremmo altrimenti alla nostra stessa essenza. E allora paternità, figliolanza, fraternità, amore alla nostra donna sarebbero finzioni sceniche.

Ho descritto due cose che sono male, molto male, per chi patisce direttamente quella situazione e per il bilancio dell’universo. Eppure «i mali sono meno dannosi alla felicità che la noia». Qualcosa accade, non dormiamoci su.

Migranti Ventimiglia, foto Ansa


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5 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    “Meglio questi mali che la noia”. Quale noia? Qualcuno mi sa dire che cosa è la noia? La noia forzata di coloro che magari vorrebbero lavorare e che il lavoro non ce l’hanno? La noia degli italiani che si alzano presto la mattina quasi a buio per rientrare la sera dopo aver trascorso giornate pesanti e difficili -sia in qualità di operai che di padroni?. Genitori che magari desidererebbero stare a casa coi propri figli ma le bollette chi le paga? La noia di preti e suore? Articolo discutibile. “Almeno loro cercano una felicita’ “..: la cercan tutti la felicità, anche le piccole formichine che ogni dì con il loro brulichio silenzioso, in orante silenzio, san costruire, giorno dopo giorno, un bel formicaio.

  2. alberto ferrari scrive:

    Egregio Dottor Farina, sarebbe disponibile a favorire l’ingresso del suddetto signore a casa Sua, per consentirgli di provvedere ai propri bisogni nel tinello buono? Perché, mi scusi, se la risposta è no, l’argomento non regge. Cordialmente.

  3. Antonio scrive:

    credenti o non credenti, bisogna farsi una ragione del fatto che infiniti immigrati,anche regolari, non si possono accogliere, specie gente senza identità nè fedina penale conosciute, senza lavoro, senz’arte nè parte… molti delinquenti o parassiti pretenziosi, quasi tutti maschi e giovani (che strano come popolo di profughi). Pretendono di andare dove gli pare e nel contempo di essere mantenuti a pensione completa. E si lamentano pure per il cibo, per l’alloggio, per il sussidio omaggio considerato scarso. Eh no, non va bene, non possiamo permettercelo e non è questione solo di soldi. Questi non hanno nulla da perdere e porteranno tutto il loro carico di miserie, conflitti, violenze, degrado, malattie anche gravi. E una volta accolti, o meglio una volta imposta l’accoglienza a tutti, molto difficilmnente ce ne libereremo.

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