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Un’orchestra accompagna Vasco nel racconto delle sue donne

aprile 3, 2012 Carlo Candiani

L’altra metà del cielo è un prodotto spiazzante. Il disco, colonna sonora del balletto omonimo in scena con il corpo di ballo del Teatro alla Scala, rivela un Vasco inedito e intimo che reintepreta in chiave sinfonica alcune delle sue canzoni più belle.

Colonna sonora del balletto omonimo, in scena con il corpo di ballo del Teatro alla Scala, L’altra metà del cielo è una tappa della carriera di Vasco Rossi veramente sorprendente e spiazzante. Non tanto per la riproposizione in chiave “sinfonica” di alcune sue canzoni, come gia diversi rocker e icone pop hanno fatto. Quello che lascia basiti e perplessi è tutta l’operazione, che coinvolge uno dei teatri lirici più prestigiosi del mondo (il Teatro alla Scala di Milano) impegnato in un balletto classico pensato e realizzato partendo dalle musiche del Blasco. Curioso vedere come questa commistione tra pop e danza sarà digerita dai fini e spesso rigidamente esclusivi palati dei melomani. Certo è che questa operazione “crossover” solo pochi anni fa avrebbe fatto gridare allo scandalo, sarebbe stato inammissibile contaminare la purezza dell’arte classica con l’istintività del rock, nato proprio come elemento di rottura con tutto ciò che è “predefinito”. Chi difende questo tipo di produzioni lo fa perché spera che possano avvicinare il pubblico dei più giovani a luoghi di spettacolo a loro misconosciuti, se non addirittura rifiutati.

La domanda da porsi, conoscendo il senso del bello piuttosto basso a cui le nuove generazioni sono state educate, è in che modo si potrà coltivare l’iniziale interesse a queste forme d’arte aldilà della passione per un cantante rock. Perché il rischio di ridurre tutto a una puntata “extralusso” di un talent stile Amici è molto concreto. Tornando alla musica, però, è curioso notare come la voglia di “sinfonico” abbia sempre attizzato il mondo pop/rock mondiale: tutti i grandi interpreti, anche quelli più lontani dalla “versione orchestrale”, vuoi per un volontario “raschiamento del barile”, vuoi per stuzzicare il proprio ego artistico, hanno fatto i conti, prima o poi, con un’operazione del genere. Nel mondo anglofono gli ultimi che si sono cimentati sono stati Sting e Peter Gabriel, due tra i rocker più portati alla sperimentazione e alla contaminazione, tanto da rinnegare, con dichiarazioni esplicite, lo stesso concetto di “rock”. Tra i nostri confini, un’icona rock come Ligabue (una interminabile serie di concerti all’Arena di Verona) e Lorenzo Jovanotti, in una data in Sicilia, del suo ultimo tour, hanno provato l’esperienza orchestrale. Eventi episodici però che poco hanno a che fare con Vasco, che ha seguito tutto lo sviluppo di questo progetto nella tribolata estate trascorsa tra ricoveri in ospedale, urgenti e reiterati, a cui ha fatto seguito una lunga convalescenza, che è ancora misteriosamente lungi dall’essere conclusa.

Tutte queste vicissitudini nel risultato del lavoro si notano eccome: il Blasco canta, reinterpretando con un’inusuale densità vocale, alcune tra le sue canzoni più belle dedicate all’universo femminile, seguendone le stagioni della vita: partendo, naturalmente da Albachiara, passando per Brava Giulia, Jenny è pazza, Laura e la classica Sally. Non passano inosservati due titoli, Anima fragile e il capitolo conclusivo Un senso, che in questo contesto acquistano una profondità inedita. Un’interpretazione appassionata quella del cantautore di Zocca, tra frasi sussurrate ed esplosioni drammatiche, che convincono chi ascolta e scoprono il lato del Vasco più attuale: quello della maturità e della riflessione davanti alle intemperie della vita, attraverso il rapporto con “l’altra metà del cielo”. Se sulla reinterpretazione dei brani non c’è quasi nulla da eccepire, qualche dubbio affiora su alcuni passaggi orchestrali. Le partiture di Celso Valli sono trascinanti, anche se spesso un po’ scontate: l’apertura con Albachiara è decisamente brutta e piatta, alla fine si arriva moderatamente soddisfatti, ma un po’ stanchi. Anche per quanto riguarda questi grandi arrangiatori pop che con una punta di megalomania si cimentano con il sinfonico, bisognerebbe fare un discorso a parte. Il Blasco, invece, ha passato l’esame.

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