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Università: da dove si riparte. Spunti e urgenze per il futuro del paese

febbraio 19, 2013 Giovanni Ferrari

Pubblichiamo il documento di Ateneo Studenti, gruppo dell’Università Cattolica di Milano, sulla situazione della nostra università

Mentre ogni candidato cerca di ottenere sempre più consensi, tra battaglie di tweet e apparizioni televisive sembra essere stata dimenticata una parola: università. Alcuni ragazzi di Ateneo Studenti della Cattolica di Milano hanno stilato un documento che, con numeri e interessanti paragoni internazionali, cerca di dare alcuni spunti per incrementare lo sviluppo e l’autonomia di quello che può (e deve) essere uno dei punti di partenza per la crescita del nostro paese. Pubblichiamo il testo del documento.

2 fatti:

-Nessuno dei maggiori partiti politici ha commentato, se non di sfuggita, il dato relativo alle 58.000 immatricolazioni in meno nelle università italiane negli ultimi 10 anni.

-Lunedì 4 febbraio il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari non ha potuto dare il suo parere richiesto in merito al decreto attuativo della riforma del Diritto allo Studio Universitario, poiché quasi la totalità dei gruppi consigliari legati a logiche partitiche ha boicottato i lavori.

Bastano questi fatti gravi a mostrare inequivocabilmente il totale disinteresse dei maggiori partiti politici italiani nei confronti dell’università, le quali (fatalità!) sono puntualmente escluse dai proclami elettorali di questi giorni.

Nulla di strano – dirà qualcuno – se all’assordante silenzio della politica risponde quel 40% di giovani che, secondo i dati del Corriere della Sera e dell’Istituto Toniolo, si dividerà tra un astensionismo disilluso e un voto di protesta inutile se non addirittura pericoloso.

Ma questo è tutto? È vero che noi studenti non abbiamo altro da dire alla politica?

Non serve essere esperti opinionisti o politologi affermati: basta guardare a quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Dalla nostra vita in università, dalle lezioni alla rappresentanza studentesca, emerge un giudizio chiaro che vogliamo sottoporre a chiunque e che ci permette di districarci nel labirinto delle promesse elettorali.

Siamo consapevoli che lo scenario attuale è complesso da ogni punto di vista; ma c’è forse qualcuno che può negare l’irrinunciabile ruolo educativo che l’Università ha e deve avere nel Paese, soprattutto in questo momento di crisi?

Abbiamo molto da dire alla politica!

Per questo di fronte all’imminente scadenza elettorale, e coscienti che senza risorse non si fanno le riforme, non possiamo rinunciare a far emergere alcune questioni urgenti:

1) Autonomia. La retorica dominante sostiene che il problema dell’Università italiana sia esclusivamente economico: ma allora come spieghiamo il fatto che l’Inghilterra spende per l’istruzione universitaria lo 0,2% del PIL (circa 2 miliardi di euro) euro in meno rispetto al Belpaese?

E come mai in tutti i ranking mondiali gli atenei britannici umiliano quelli italiani?

E ancora, come si giustifica il fatto che il continuo aumento dell’FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) dal 1996 al 2009 (circa 2700 milioni di euro) è coinciso con il momento di maggior proliferazione di corsi di laurea e insegnamenti inutili e bizzarri?

Con tutte le diversità dei modelli italiano e inglese (che si avvale di un cospicuo apporto del finanziamento privato), questi dati mostrano come un aumento del finanziamento pubblico non sia l’unica soluzione possibile per un miglioramento dell’università.

Non vogliamo certo negare la gravità dei tagli che hanno azzoppato l’FFO negli ultimi anni; semplicemente ci sembra evidente che, in una situazione economica che difficilmente consente un maggior aggravio della spesa pubblica, sia fondamentale rilanciare l’autonomia universitaria.

Infatti le soluzioni adottate finora, come i finanziamenti a pioggia, non hanno sortito alcun effetto sensibile sulla qualità del sistema universitario (come ci auguriamo dimostrino presto le valutazioni dell’ANVUR).

Si può realisticamente pensare che un ateneo, pur con i debiti finanziamenti, ma ingabbiato in logiche centraliste che, pretendendo di organizzare tutto ne mortificano l’identità, possa dimostrare quanto vale?

È necessaria:

– una vera autonomia didattica che consenta alle università una maggiore libertà nel proporre la propria offerta formativa. Un ateneo deve essere libero di proporre i corsi di laurea che più ne caratterizzano la proposta culturale, senza requisiti minimi opprimenti; lo studente deve poter scegliere il piano di studi che più risponde ai suoi interessi, senza ordinamenti didattici di strette vedute che indirizzano verso scelte univoche. Un’autonomia che non può pienamente realizzarsi senza una maggior libertà anche nelle scelte economiche e gestionali delle università.

Chiediamo forse un’autonomia selvaggia?

No! Tale autonomia richiede un serio processo di autovalutazione attraverso il quale gli Atenei possano dar ragione delle scelte compiute, ed essere pronti a pagare per le scelte azzardate e che non portano ad un vero incremento della qualità. Allo stesso modo è urgente che questo processo si coordini con una seria valutazione esterna che accompagni l’inizio di questo meccanismo virtuoso. In questa linea è auspicabile che il lavoro intrapreso dall’ANVUR prosegua senza allontanarsi dal proprio scopo.

2) Diritto allo studio. Possiamo immaginare una autonomia a senso unico? È chiaro che a tale autonomia deve concorrere una efficace riforma del diritto allo studio, affinché anche in una situazione di crisi economica non sia preclusa ai “meritevoli ancorché privi di mezzi” la formazione universitaria. Possiamo ancora accettare un sistema nel quale, per molti, la condizione economica e sociale è ancora un ostacolo, tanto nell’accesso all’università quanto nella possibilità di una reale libertà di scelta?

3) Abilitazione insegnanti. Se solo un anno fa rischiavamo di escludere dall’abilitazione all’insegnamento le ultime tre generazioni di laureati, ora rischiamo di avere 20.000 giovani che, dopo varie peripezie per ottenere l’abilitazione, hanno di fronte a loro un futuro altrettanto incerto.

È il momento di prendere finalmente posizione su uno snodo cruciale del nostro sistema scolastico: una reale riforma del reclutamento degli insegnanti meno centralista e con un occhio per i giovani.

4) Ricerca. Se, per stare sull’esempio, l’Inghilterra investe meno per l’istruzione universitaria, è anche vero che investe circa il doppio del Pil all’anno sulla ricerca.

Che i cervelli italiani siano tra i piú stimati nel mondo lo dimostrano le centinaia di giovani ricercatori accolti a braccia aperte nelle maggiori università straniere. Vogliamo continuare a perdere le migliori risorse necessarie per il rilancio del paese? È fondamentale che l’Italia inverta il trend negativo degli ultimi anni e torni ad investire nella ricerca.

Ateneo Studenti Cattolica

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