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Un’identità senza cultura

giugno 29, 2017 Riccardo Paradisi

Esiste un consenso ed esistono delle pulsioni, ma faticano ad emergere e a diventare progetto di governo. Parla il giornalista Antonio Polito

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In fondo a destra esce per Rizzoli nell’anno 2013 dell’èra Monti. Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, vi sostiene che una vera destra in Italia non è mai esistita. Per molti motivi contingenti e per uno sostanziale: l’assenza nella storia italiana di una vera borghesia. La borghesia italiana, dall’unità a oggi, ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente ed «è nella trattativa con lo Stato, non nella partecipazione allo Stato attraverso la politica – dice Polito – che si organizza la difesa dei propri interessi». Sarà per questo che la destra in Italia ha sempre giocato di rimessa, funzionando reattivamente rispetto alla sinistra. Tuttavia e malgrado questi limiti la destra italiana continua non solo a occupare la scena politica con un ruolo da protagonista ma anche a suscitare la risposta del consenso.

La crisi del centrodestra è oggi meno vistosa rispetto a quella del centrosinistra dove si continuano a generare scissioni, ma è una crisi che permane pur mascherata dai risultati di tenuta delle ultime amministrative. Rispetto al 2013 del suo In fondo a destra quale panorama vede oggi?
La mia opinione è che rispetto a quattro anni fa la situazione del centrodestra è, se possibile, peggiorata. Nel 2013 la distanza di Berlusconi e del suo partito dalla Lega era considerevolmente meno forte e i Cinquestelle non avevano ancora segnato nel discorso pubblico un divario così profondo tra moderatismo e tendenza antiestablishment. Dopo le elezioni del 2013 ci fu chi sottolineò che la mia tesi sulla crisi della destra era stata smentita dal protagonismo che lo schieramento di quell’area era riuscito a ricavarsi, in qualche modo costringendo Bersani a parlare di «non vittoria». Ci si dimenticò di ricordare tuttavia che il centrodestra in quella tornata elettorale aveva perso oltre 7 milioni di voti. Certo, con la «non vittoria» di Bersani e una riconquistata centralità parlamentare il centrodestra certificava la sua esistenza in vita ma non bastava e non basta certo questo a nascondere la sua crisi politica e di consenso.

Al centrodestra italiano manca un’identità?
No, questo non lo direi. Anzi direi che il centrodestra un’identità ce l’ha ed è proprio questa identità che, malgrado la crisi politica in cui continua a dibattersi il suo schieramento, rende quest’area ancora vitale.

Ernesto Galli della Loggia a proposito del codice di riconoscimento della destra parla di un’identità reattiva, polemica. La coscienza infelice hegeliana insomma: il senso di sé avvertito per contrapposizione.
Sì questo sentimento, questa condizione di coscienza infelice c’è a destra. Ma si spiega, secondo me, con la storia della borghesia italiana e soprattutto con il fascismo che ha condizionato la possibilità per la destra di presentarsi nel dopoguerra a viso aperto. In Francia, per dire, dove era stato De Gaulle a riscattare l’onore della patria dalla compromissione con il nazismo, è avvenuto il contrario. Diversamente in Italia la legittimità iniziale della repubblica è nata a sinistra. La stessa Dc si definisce con Alcide De Gasperi «un partito di centro che guarda a sinistra», il che mi pare significativo. Detto ciò questo complesso d’origine da cui è affetta la destra italiana – tanto che “destra” è stata per decenni una parola impronunciabile – non le ha tuttavia impedito di formarsi un’identità.

Quali sono i tratti di questa identità?
Due tra tutti: la diffidenza verso l’interventismo statale e la preferenza nazionale: “Il prima gli italiani” rispetto agli stranieri. Un dato questo che si è enormemente rafforzato negli ultimi anni sull’onda crescente dei flussi migratori. Questa identità di base è ciò che ancora lega, malgrado tutto, l’area moderata e liberale del centrodestra e quella sovranista di Salvini e Meloni.

Non è tuttavia un’identità ancora basica, istintuale? Non le sembra che alla destra serva più cultura politica?
È evidente: occorre una cultura politica che traduca queste pulsioni identitarie e il consenso che ne deriva in governo e cultura diffusa.

Marco Tarchi ha parlato recentemente di una costante della destra italiana: l’essere sempre sconfitta sul terreno culturale dei valori diffusi e della mentalità collettiva, dove il progressismo ha stravinto a tal punto da costringere i suoi avversari a continui cedimenti dei propri punti di vista.
Ha ragione. Se vogliamo è la curiosa parabola di Gianfranco Fini il quale, come ho sempre detto, non ha fallito perché alla capacità tattica non ha saputo legare una visione strategica – io ho sempre sostenuto il contrario rispetto al suo confronto con Berlusconi – ha fallito perché a un certo punto, proprio lui, riscontrando nel centrodestra l’infrangibilità dell’egemonia berlusconiana, ha cominciato a cercare protezione al centro e a sinistra, finendo con l’introiettare nel suo discorso pubblico la censura antifascista. Per qualche anno Fini era sembrato addirittura diventare l’idolo della sinistra.

Anche l’utile idiota…
Un po’ anche questo.
Il difetto della destra resta la disattenzione al pensiero.
Una volta si sarebbe detto all’egemonia. Al contrario di quanto avvenuto invece in America dove la destra ara da decenni il suo solco portando il successo politico di Donald Trump. Se c’è un limite del berlusconismo è stato proprio questa pressoché totale disattenzione alla sfera culturale e delle idee, le dimensioni dove si forma la mentalità diffusa e alla lunga anche il consenso.

Nel suo libro lei diceva che la destra italiana dovrebbe andare a cercarsi il suo modello in Germania.
Sì. La Cdu tedesca a differenza della Democrazia cristiana – partito che ha sempre lavorato in Italia per tenere ai margini la destra – nasce nel centrodestra e incarna una cultura politica conservatrice ma aperta all’economia sociale di mercato. Del resto è impensabile trasferire in Italia un modello di destra anglosassone per assenza di un’autentica borghesia come è utopico importare un modello francese, stavolta per assenza di senso dello stato.

Luca Ricolfi in Sinistra senza popolo sostiene che la sinistra ha perduto il consenso da quando ha smesso di integrare istanze popolari come il bisogno di protezione economica e sociale favorendo così l’esplodere dei populismi. È la stessa critica che muove alla destra di sistema, quella che si usa definire una destra normale.
Io credo che il centrodestra italiano corra un rischio minore da questo punto di vista. Proprio in virtù di quell’intesa di base su questi temi tra polo sovranista e area liberalconservatrice penso che l’area di centrodestra sia immune dal discorso mainstream liberal e progressista che per esempio definisce ogni anno come fisiologica la quota di ingressi nel nostro paese. Anche ora che si è superata la soglia dei 200 mila sbarchi.

Foto Ansa

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