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Una, santa, cattolica o comunista

luglio 2, 2017 Leone Grotti

In Cina la persecuzione contro i cristiani fedeli a Roma non si è mai fermata, si è solo fatta più sottile. Parla l’arcivescovo Savio Hon

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Restare fedeli alla Chiesa cattolica e al Papa in Cina non è un pranzo di gala. Non sono più gli anni Cinquanta e Sessanta, ma la persecuzione non si è fermata, solo il governo è diventato più sottile, ha imparato a dosare bastone e carota, così da costringere quell’enorme fiume di fedeli che non volevano obbedire a una Chiesa patriottica, ma al Papa, a diventare carsico, praticando la fede in clandestinità o semi-clandestinità. E mentre il partito creava organismi statali per offrire ai cinesi un surrogato della Chiesa cattolica a cui aderire – l’Associazione patriottica (Ap) e la cosiddetta Conferenza episcopale cinese, non riconosciuta dalla Santa Sede –, le comunità sotterranee aumentavano di numero conducendo una vita parallela rispetto alla Chiesa ufficiale.

È questo lo schema, foriero di divisioni e invidie tra i fedeli, che dieci anni fa Benedetto XVI ha cercato di correggere inviando una lettera pubblica ai cattolici della Repubblica popolare. Richiamando al perdono e alla riconciliazione reciproca, il Papa emerito si è rivolto ai fedeli, senza distinzioni tra sotterranei e ufficiali, con un forte appello all’unità. Al contempo, dopo aver invocato un «dialogo aperto e costruttivo» tra cattolici e autorità, ha condannato senza mezze misure «la dichiarata finalità» dell’Ap e degli altri organismi statali di «attuare “i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa”», ritenuti «inconciliabili con la dottrina cattolica, che fin dagli antichi Simboli di fede professa la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”».

La lettera ha avuto un impatto sulla vita dei cattolici in Cina ma, come si diceva, Benedetto XVI non ha apparecchiato un pranzo di gala. Anzi. Ma Daqin, vescovo di Shanghai, il giorno stesso della sua ordinazione episcopale nel 2012, è stato arrestato per aver dichiarato pubblicamente la sua intenzione di abbandonare l’Ap. Monsignor Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou riconosciuto da Roma ma non da Pechino, è scomparso da oltre un mese, come denunciato anche dal Vaticano. «Ho molti amici a Wenzhou, ma anche loro sanno poco o niente. L’unica cosa certa è che sono state le autorità comuniste ad arrestarlo: stanno cercando di convincerlo ad entrare nella Chiesa ufficiale». Monsignor Savio Hon, arcivescovo di 67 anni, è il primo cinese arrivato a coprire un incarico superiore nella Curia romana.

Nato a Hong Kong nel 1950, ordinato sacerdote nell’ordine dei salesiani nel 1982, è stato nominato nel 2010 segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli da Benedetto XVI. Propaganda Fide ha competenza su tutti i territori di missione, Cina compresa, e monsignor Hon è coinvolto nella scelta dei candidati da presentare al Papa per la nomina di un terzo di tutti i vescovi del mondo. Con il suo fisico asciutto e i modi gentili, l’arcivescovo accoglie Tempi nelle stanze del maestoso Collegio Urbano, per parlare del decimo anniversario della Lettera e della situazione della Chiesa in Cina. E bastano pochi minuti per capire perché si autodefinisce un «teologo poco diplomatico» per quanto riguarda i principi ecclesiali. «Anche se il partito ha cercato di limitare la diffusione della Lettera, le comunità, soprattutto quelle non ufficiali, l’hanno accolta con grande entusiasmo perché esorta i fedeli a rimanere saldi nella fede e a non partecipare a quegli organismi statali che, sotto il nome della Chiesa, attuano la volontà politica di un governo ateo».

Chi gestisce il ristorante
Gli esempi appena citati dei vescovi Ma e Shao fanno capire quanto questo sia difficile. In particolare il vescovo di Shanghai, dopo oltre quattro anni di reclusione forzata e indottrinamento nel seminario di Sheshan, è rientrato nei ranghi dell’Ap e ha concelebrato la domenica di Pasqua con un vescovo illegittimo, ordinato cioè per volere del partito e senza l’autorizzazione del Papa. «Ogni caso va valutato singolarmente e io non posso giudicare la coscienza di monsignor Ma. Pur non sapendo perché ha cambiato idea, devo dire che le sue azioni pubbliche hanno rappresentato un grande scandalo per i fedeli cinesi. Chi aderisce all’Ap, infatti, sposa una visione della Chiesa indipendente dal Papa».

Per quanto il ruolo dei laici sia fondamentale, è ai vescovi che spesso è chiesto un atteggiamento eroico. E non a tutti è dato. Attualmente in Cina ci sono sette vescovi illegittimi, di per sé tutti scomunicati a vario titolo. Sono loro al cuore di una serrata trattativa tra Pechino e Roma per raggiungere un’intesa sulla nomina dell’episcopato cinese. Nonostante molti organi di stampa continuino a parlare di «accordo storico e imminente», è da due anni e mezzo che il dialogo va avanti senza dare (apparentemente) risultati. «Quello che posso dire», pesa le parole il segretario, «è che questo accordo non è onnicomprensivo ma riguarda solo la nomina dei vescovi, come inizio di un cammino futuro. Posso testimoniare che il Papa ha dimostrato un grande amore per il popolo e i cattolici cinesi. Bisogna poi distinguere il bene della persona singola da quello della comunità: togliere la scomunica a un vescovo illegittimo significa permettergli di accedere ai sacramenti per il suo bene, ma non vuole dire affidargli una diocesi, che invece riguarda il bene della comunità».

Anche la misericordia invocata per questi vescovi illegittimi non è così semplice da amministrare: «L’orientamento resta quello della Lettera: i vescovi devono ammettere di avere sbagliato. Senza pentimento che perdono sarebbe? E deve avvenire davanti alla comunità. L’ordinazione illegittima è stata di pubblico dominio, dunque anche la richiesta di perdono e la sua concessione devono esserlo. Sento tante voci sull’imminente conclusione dell’accordo, ma dove sono le manifestazioni pubbliche di pentimento e di perdono? Io non le vedo».

La libertà religiosa è apparentemente garantita in Cina. «Possiamo fare un parallelo con la democrazia, che è come un ristorante», spiega Hon. «Se ti piace la cucina francese, vai in un locale francese, se ti piace quella italiana, vai in un ristorante italiano, e così via. In Occidente puoi andare dove vuoi e anche in Cina: la differenza è che in Cina lo chef è sempre comunista». Lo stesso vale per la religione: «I cinesi sono liberi di andare in chiesa o al tempio o in pagoda, ma chi gestisce la chiesa, il tempio e la pagoda? Il partito comunista. Si può dire che c’è libertà religiosa quando Pechino manipola la Chiesa cattolica fino a snaturarla? Una Chiesa costretta ad obbedire al partito e non al Papa non è più cattolica».

Non vedi dove tira il vento?
Il governo cinese non sembra intenzionato a cambiare direzione, a giudicare dal discorso programmatico tenuto dal presidente Xi Jinping nel maggio del 2015, nel quale affermava che «le religioni devono sinicizzarsi, essere libere da ogni influenza straniera» per «integrarsi nella società socialista e servire lo sviluppo della nazione». Dentro e fuori la Repubblica popolare, il discorso è stato accolto con entusiasmo ma, come raccontato da un sacerdote cinese al segretario di Propaganda Fide, la realtà è più fosca: «Alcuni hanno interpretato le parole del presidente come un appello al reciproco arricchimento tra Vangelo e cultura cinese. Ma sono stati gli stessi ufficiali del partito a spiegare ai fedeli che non è così: “sinicizzazione della religione” significa che i cattolici devono sottomettersi al partito. La formazione dei preti e delle suore, la teologia, perfino la liturgia e le leggi ecclesiastiche devono seguire l’ideologia comunista».

Per resistere a questa nuova ondata repressiva i cattolici avrebbero bisogno di un maggior sostegno. Quello che ultimamente, purtroppo, non arriva dalla Santa Sede. In un dialogo tra un sacerdote cinese e un ufficiale del partito, riportato dall’arcivescovo Hon durante un simposio organizzato da AsiaNews a Roma il 24 maggio, l’ufficiale si è rivolto così al prete che si rifiutava di aderire all’Ap: «Sii ragionevole, non ti rendi conto che il Vaticano ha cambiato atteggiamento? Non hai notato che alla conclusione della Nona assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi non ha detto nemmeno una parola? Non vedi dove tira il vento?». L’ufficiale fa riferimento a un appuntamento, da sempre considerato da Roma come «incompatibile con la dottrina cattolica», al quale nel dicembre del 2016 hanno partecipato 59 vescovi ufficiali, fra quelli approvati da Roma e quelli illegittimi. In passato, il Vaticano aveva chiesto all’episcopato di non partecipare al raduno e di «evitare di porre gesti che contraddicono la comunione con il Papa».

Questa volta, invece, al termine della Nona assemblea, durante la quale sono stati fatti ripetuti appelli a una Chiesa indipendente dal Papa, il Vaticano non ha espresso nessuna condanna. «Contrariamente al passato, purtroppo nessun vescovo ha manifestato il minimo dissenso. Tutti hanno partecipato alla Messa presieduta da un vescovo illegittimo», sospira monsignor Hon. «La Santa Sede aveva detto che avrebbe atteso “fatti comprovati” prima di condannare il raduno. Ma anche dopo averli avuti, non ha parlato. La scelta di non intervenire purtroppo aiuta i funzionari comunisti a tentare i nostri sacerdoti, a spingerli contro il Papa. “Il Vaticano è d’accordo con noi”, dicono. Il partito comunista usa il silenzio del Vaticano, che è un silenzio cedevole».

Tutti questi fattori contribuiscono alla crisi di vocazioni nella Cina continentale. Se nel 2000 i seminaristi erano in continua crescita, nei dieci anni successivi sono crollati. Secondo dati dell’Holy Spirit Study Center di Hong Kong, a fronte di 2.300 seminaristi nel 1996, tra ufficiali e non, nel 2014 se ne contano appena 1.260. Le nuove vocazioni religiose femminili sono crollate dalle 2.500 del 1996 alle poche centinaia del 2014. Se nel 2000 sono stati ordinati 134 preti, nel 2014 solo 78. Hon ha insegnato a lungo nei seminari della Repubblica popolare e conosce la situazione: «È chiaro che la politica del figlio unico ha inciso, non solo dal punto di vista numerico, ma anche perché ha cambiato l’educazione dei giovani. Non sono più abituati a fare sacrifici, hanno avuto molto dai genitori e hanno meno spina dorsale. Nel 1989 gli studenti esprimevano sollecitudine per un’effettiva giustizia sociale, dopo 25 anni dove sono le voci dei giovani? Allo stesso modo, ce ne sono sempre meno che vogliono dedicare tutta la vita al sacerdozio, reso ancora più difficile dagli ostacoli che pone il partito e dal grigio pragmatismo a cui si prestano molti prelati, vescovi compresi. Se manca una testimonianza chiara da parte loro, chi darà la propria vita per diventare sacerdote o religiosa?».

Di chi è il futuro
C’è anche l’altra faccia della medaglia. Non solo i cristiani crescono e hanno ormai raggiunto un numero compreso tra i 90 e i 180 milioni (comunque più degli 80 milioni di iscritti al partito comunista), ma anche il dato degli appartenenti a una qualunque religione in Cina è in ascesa. Si calcola che siano ormai 400 milioni, quasi un terzo della popolazione in un paese che predica l’ateismo dal 1949. «È la dimostrazione che c’è un risveglio spirituale, che il materialismo propugnato dal governo non basta a soddisfare il cuore dell’uomo», commenta monsignor Hon. «In un ambiente dove tutti parlano di interessi immediati e di beni terreni, i cattolici possono essere il sale della terra cinese offrendo qualcosa di più. Ho in mente tanti testimoni della fede che sono stati purificati dalla persecuzione e la cui testimonianza risplende luminosa, comunità meravigliose che si spendono per il prossimo. Nonostante i rapporti di forza siano apparentemente squilibrati, la Chiesa cinese deve continuare ad essere un faro che illumina la via».

Foto Ansa

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