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Una passeggiata nell’apocalisse siriana

aprile 16, 2017 Sebastiano Caputo

«Niente qui sarà più lo stesso, ma almeno non vivremo con la paura di avere l’Isis come vicino di casa». Per le strade di Aleppo

aleppo-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A passeggio nei quartieri orientali di Aleppo si respira un’aria post-apocalittica. La millenaria cittadella, costruita in cima alla collina, è rimasta illesa dai combattimenti ma tutto intorno è un cumulo di macerie. La Moschea degli Omayyadi è irriconoscibile senza quel minareto quadrato crollato su stesso, così come il grande bazar della città vecchia. Neanche le abitazioni sono state risparmiate, sono pochi gli edifici ancora in piedi. In alcuni di loro appare la scritta in rosso “min niet”, a segnalare un’area che è stata interamente sminata. Sono le tracce dei genieri russi che da mesi, quartiere dopo quartiere, favoriscono per quanto possibile, il ritorno nelle proprie abitazioni dei civili fuggiti prima o durante la guerra urbana, casa per casa, tra i miliziani jihadisti e i soldati dell’esercito siriano.

La maggior parte di loro si trova a Jibrin, nella periferia di Aleppo, a pochi chilometri dall’aeroporto. Migliaia di famiglie disintegrate – principalmente vedove, orfani e anziani – sono state accolte in questo enorme complesso industriale convertito in campo per i rifugiati dal governo di Damasco. In giro non si vedono uomini, per la maggior parte si sono arruolati, hanno impugnato le armi per servire la causa dei ribelli. «La vita era un inferno, non eravamo abituati a uno stile di vita dettato da codici etici e comportamentali», racconta una donna a Tempi mentre stringe suo figlio. «Appena abbiamo avuto la possibilità abbiamo sfruttato un corridoio umanitario per andarcene».

La verità sui civili omessa in tutti questi anni di guerriglia è proprio questa: nessuno ha lasciato le zone governative per andare in quelle controllate dai jihadisti, eccetto i combattenti; il flusso invece è stato inverso, e c’è chi dall’altra parte è sempre stato disposto ad accogliere gli sfollati.

«Questa sera non tornare»
Ma c’è stata un’altra verità omessa da quasi tutti i mezzi d’informazione durante l’assedio per la riconquista della parte orientale della città: ad Aleppo, nel sottile gioco di alleanze tra gruppuscoli anti-governativi più o meno fondamentalisti, c’erano anche terroristi simpatizzanti, alleati o membri veri e propri dell’Isis (nonché di Al Qaeda, che in Siria prima si faceva chiamare Jabhat al Nusra e ora ha preso il nome di Tahrir al Sham). Le prove sono sotto gli occhi di tutti, tra una bandiera dello Stato islamico e l’altra, dipinte o affisse sui muri. Non a caso, periodicamente, l’aviazione siriana lanciava nei quartieri occupati dai ribelli dei biglietti che ancora oggi si trovano disseminati per terra: si invitavano i cittadini a rifiutare la legge dell’Isis e gli insorti di nazionalità siriana a deporre le armi per unirsi contro il vero nemico, illustrato da un bersaglio mobile che punta sul volto di un miliziano incappucciato. Sono storie, queste, che prima della battaglia finale del dicembre del 2016 non sono mai state raccontate. La narrazione ufficiale doveva discreditare l’offensiva russo-siriana sul piano internazionale e tornare funzionale a un disegno molto preciso: la caduta definitiva di Bashar al Assad.

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È la stessa narrazione che si incontra nuovamente nella tragedia di Idlib, enfatizzata dalla notizia non verificata – ma diffusa dalla gran cassa mediatica – dell’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Damasco nelle zone occupate dai jihadisti e che ha portato per la prima volta dall’inizio del conflitto siriano gli Stati Uniti a colpire unilateralmente le zone governative con 59 missili lanciati da due navi di stanza nel Mediterraneo.

La paura condivisa dai siriani ora è che questi attacchi possano moltiplicarsi nelle prossime settimane aprendo un’autostrada ai terroristi. Se il Pentagono ha violato la sovranità territoriale una volta, perché non dovrebbe farlo di nuovo? Maria, una giovane ragazza cristiana di 21 anni racconta con voce tremolante le ore di terrore vissute quando Aleppo era ancora divisa in due: «Ero a casa di una mia amica che abitava in un quartiere diverso dal mio, all’improvviso ricevetti una telefonata da mio padre. A voce bassa mi disse di non tornare a casa. Aveva paura, lo sentivo. Con lui c’erano mia madre e i miei fratelli. I jihadisti erano a poche centinaia di metri da dove abitavamo. Rimasi lontana dalla mia famiglia per tre giorni, è poco lo so, ci sono persone che hanno sofferto molto più di me e di noi, ma il tempo sembrava non passare mai. Rischiavo di non rivederli più se i jihadisti avessero occupato la zona. Per fortuna l’esercito siriano riuscì a respingerli e tornai a casa con la paura che un giorno ci avrebbero riprovato. Ma amavamo la vita ad Aleppo e mai l’avremmo abbandonata».

La città più bella dell’Impero
A Maria luccicano gli occhi mentre racconta la sua storia personale. La sua è solo una delle tante testimonianze che si possono raccogliere in città. «Passeggiare per queste vie distrutte, dopo quello che abbiamo vissuto fa un certo effetto», aggiunge la giovane cristiana. «Però stiamo tornando alla normalità, anche se molti di noi hanno perso amici e parenti. Le cose non saranno più le stesse ma almeno non vivremo con la paura di avere un terrorista come vicino di casa». È una paura che viene percepita quotidianamente da chi vive ancora nella periferia dove si continua a combattere.

La vita nel campo profughi di Jibrin, a pochi chilometri dall'aeroporto

La vita nel campo profughi di Jibrin, a pochi chilometri dall’aeroporto

La Siria non sarà il migliore dei mondi, ma prima della guerra le giovani generazioni potevano vantarsi di vivere in un paese che con tutti i suoi problemi interni conosceva la pace e la tolleranza religiosa. Tutto è cambiato quando le ambizioni delle cancellerie occidentali e regionali, mescolate alle mire espansionistiche dello Stato islamico e dei gruppi legati ad Al Qaeda, si sono concentrate in questa porzione di territorio cruciale per la stabilità del Medio Oriente. Così gli interessi hanno prevalso sul patrimonio materiale e immateriale di un’intera civiltà.
Nel 1683 un console descrisse Aleppo come «la più vasta, la più bella e la più ricca città dell’Impero ottomano dopo Costantinopoli e Il Cairo». Nel 2017 Aleppo è tutta da ricostruire.

Foto Ansa

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