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Una pace giusta ,per tutti

maggio 19, 1999 Thiry Jean Francois

Sospensione delle ostilità, disarmo bilaterale
(Uck compreso), rientro dei profughi sotto l’egida e il
controlllo internazionale, rispetto dell’integrità territoriale della Repubblica Jugoslava e dunque no all’indipendenza del Kosovo. Questa è la via della pace. Parola della maggiore autorità religiosa del mondo ortodosso che al Papa e ai cattolici dice: “Voglia Dio che la voce di tutti i cristiani del mondo risuoni unanime, richiamando gli uomini divisi”

Eccellenza, lei è stato a Belgrado, qual è il suo giudizio su questa guerra?

Suscitano profondo dolore i tragici avvenimenti del Kosovo, che si protraggono ormai da tempo, dove i contrasti tra serbi e albanesi hanno condotto ad uno spargimento di sangue da entrambe le parti e costretto pacifici civili ad abbandonare le proprie case. La difficoltà della situazione nella regione e nel circondario è stata ripetutamente aggravata dai colpi inferti dalle bombe Nato. Queste azioni di un gruppo di stati, che non avevano ricevuto il benestare delle strutture internazionali che ne hanno la facoltà, non hanno semplicemente creato innumerevoli vittime e reso più difficile la strada verso la pace. Sotto gli occhi di tutta l’umanità si è tentato di dimostrare che il diritto del forte viene prima del volere di un intero popolo, ora soffocato dalla forza delle armi. Viene messo in forse il giusto equilibrio mondiale, che per cinquant’anni ha preservato l’Europa e il mondo da un conflitto su vasta scala. Le conseguenze di tutto ciò sono estremamente tristi: molti paesi, non solo nel mondo slavo e ortodosso, ma in tutto il pianeta hanno cominciato a temere per la libertà della propria scelta storica, per la propria indipendenza, e i movimenti separatisti hanno preso nuovo slancio. Il risultato può essere un brusco aumento delle tensioni internazionali. Al tempo stesso sono profondamente convinto che esista una soluzione dignitosa alla situazione creatasi.

Dopo più di un mese dall’inizio dei bombardamenti su Belgrado, in questi ultimi giorni si è finalmente profilata l’ipotesi di una soluzione negoziale del conflitto. Cosa ne pensa di queste ipotesi che si sono affacciate grazie anche alla mediazione russa?

La nostra Chiesa, altre Chiese e comunità cristiane si sono ripetutamente appellate alla leadership dei paesi della Nato e della Repubblica Federale della Jugoslavia perché cessassero immediatamente la strage e avviassero trattative di pace. Naturalmente, la sospensione delle ostilità deve significare anche una cessazione delle azioni belliche da parte dell’”Esercito di liberazione del Kosovo”. Non voglio entrare nel merito del modello di regolamentazione cui dovrebbero condurre le trattative, ma ritengo che sia indispensabile diminuire decisamente il numero delle armi nella regione, comprese le armi in possesso di civili. Occorre assicurare la possibilità di ritornare in patria ai profughi in possesso della cittadinanza jugoslava. In tutto ciò si renderà certamente necessario un preciso controllo internazionale, ma questo deve essere assicurato dalle strutture internazionali a questo deputate, tenendo conto dei legittimi interessi di tutti gli abitanti del Kosovo e del principio dell’integrità territoriale della Jugoslavia: infatti la separazione di questa regione non solo è diventata una tragedia per l’autocoscienza nazionale del popolo serbo, ma è stata realizzata senza alcun fondamento giuridico e morale.

Giovanni Paolo II le ha inviato una lettera personale e, fin dagli inizi della guerra, ha rivolto a tutti le parti in causa numerosi e accorati appelli per la pace. Quale eco hanno avuto le parole del Papa nel mondo ortodosso?

Devo notare con soddisfazione che le nostre iniziative di pace sono per molti aspetti consonanti con la voce risuonata da Roma, sebbene le nostre Chiese abbiano operato e riflettuto in modo completamente autonomo una dall’altra. Il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa aveva espresso fin dal 31 marzo la sua disponibilità a collaborare con cristiani di altre confessioni, compresa la Chiesa cattolica romana, per la pace nei Balcani. Voglia Dio che la voce di tutti i cristiani del mondo risuoni unanime, richiamando gli uomini divisi dall’attuale conflitto a dirigere i propri piedi “sulla via della pace” (Lc 1,79).

Il profondo legame storico e spirituale tra i popoli russo e serbo escludono la possibilità che la Chiesa ortodossa condanni le azioni di “pulizia etnica” effettuate dai serbi in Bosnia e nel Kosovo?

Il peccato è sempre peccato, ed è particolarmente doloroso per noi che a commetterlo siano i figli di un popolo che ci è vicino per spirito e per fede. Noi piangiamo le vittime e aiutiamo quanti soffrono indipendentemente dalla nazionalità e dalla confessione religiosa. Quando recentemente sono stato a Belgrado, nella mia omelia in piazza dopo la celebrazione della liturgia, davanti a cinquantamila serbi ortodossi ho detto: “Vi chiedo e vi supplico: fate di tutto affinché i popoli vedano la bontà del vostro cuore, affinché l’antico Kosovo, sacra terra storica del popolo serbo, non venga più profanato da lotte fratricide. Aiutate a ritornare le persone pacifiche e ben intenzionate, costrette ad abbandonare le proprie case. Fate in modo che la riconciliazione e l’accordo trionfino. Allora nessuno potrà rimproverarvi di aver peccato, per giustificare i propri peccati”. Del resto, non dobbiamo dimenticare che nella zona del conflitto balcanico le crudeltà non sono state e non sono tuttora perpetrate certo solo dai serbi, come talvolta vogliono far credere i mass media occidentali. Sia nel Kosovo che soprattutto in Bosnia, i serbi, i loro santuari e le loro case sono stati sottoposti ai più barbari atti di violenza; anche oggi la violenza continua ad essere messa in atto da paesi che si fanno chiamare civilizzati. Per questo, vorrei appellarmi ancora una volta a giornalisti e politici per richiamarli ad essere obiettivi e a rinunciare alla prassi del “doppio binario”, che genera enormi ingiustizie. Solo la verità e un atteggiamento di rispetto verso ogni uomo, per quanto diverso da noi, possono costituire le basi di un’autentica riconciliazione.

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