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Una goccia di bene per Sada. Aiutateci a pagarle le medicine per un anno

agosto 23, 2016 Rodolfo Casadei

Ha cinque anni, è malata, ha bisogno di cure. Il nostro inviato l’ha conosciuta nel campo profughi di Erbil in Kurdistan, dove si è rifugiata con la famiglia per fuggire dall’Isis.

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). Al termine dell’articolo trovate i riferimenti bancari per aiutare Sada – Era l’ultimo giorno della mia missione pasquale ad Erbil, e Ashty 1 era malinconico tale quale la prima volta che lo avevo visitato, il martedì precedente. Questo campo di sfollati cristiani, quasi tutti originari di Qaraqosh, la capitale irachena dei siriaci (sia cattolici sia ortodossi), ospitava allora 250 famiglie sistemate dentro a container di tre metri per cinque, una finestrella e una confusione fra l’allegro e lo sciatto di oggetti della vita quotidiana a interrompere la monotonia delle superfici color ghiaccio delle pareti esterne. Panni stesi ad asciugare, fornellini, boccioni dell’acqua, rudimentali mobiletti di legno, scarpiere improvvisate e altro ancora nei viottoli fra le file di prefabbricati – che i profughi chissà perché chiamavano caravan, forse per il desiderio che avessero davvero ruote e li si potesse far viaggiare e vincere quell’immobilità innaturale che inchiodava la vita da troppi mesi – in parte sistemati sotto verande posticce, in parte allo scoperto, comunicavano precarietà e assenza di privacy. Ma anche l’irriducibile resistenza di vite che non si lasciavano travolgere dal furore jihadista.

Erano quasi completamente assenti gli uomini in quel paesaggio di donne e bambini, certamente per la necessità di complementare gli aiuti materiali provenienti dalla Chiesa e dagli enti internazionali con un po’ di reddito per le spese diverse da quelle dei generi di prima necessità. Forse però anche per sfuggire quel senso di umiliazione persistente che si avvertiva dentro e fuori i container. Gli uomini che non avevano potuto, più che saputo, combattere per difendere la città natìa dall’attacco dei miliziani dello Stato islamico erano ridotti a combattere le incursioni dei topi che nottetempo rosicchiavano sacchi e addirittura taniche in materiale plastico per approfittare del riso e dell’olio alimentare.

La Tenda della Trasfigurazione
Mi accompagnava padre Jalal Yako, un rogazionista iracheno che aveva vissuto a lungo in una delle case della congregazione a Shikak, il quartiere più povero di Qaraqosh. Era il direttore e assistente spirituale del campo, attrezzato nell’ottobre 2014 per accogliere le famiglie fuggite in agosto e vissute fino ad allora sotto le tende o nei saloni delle parrocchie. Fin dall’inizio si era preoccupato di creare l’equivalente di una chiesa, che facesse da luogo di culto ma anche da salone comunitario per feste, assemblee e altre cerimonie pubbliche. L’aveva chiamata Tenda della Trasfigurazione, e mai nome era stato scelto più appropriatamente: i cristiani di tutta la piana di Ninive erano stati costretti ad abbandonare le loro case davanti all’avanzata dei combattenti dell’Isis la notte del giorno della festa della Trasfigurazione, che cade il 6 agosto, episodio miracoloso della vita di Gesù che registra l’intervento di Pietro, presente sulla scena insieme a Giacomo e Giovanni. L’apostolo si dichiara disponibile a erigere tre tende, una per Cristo, una per Mosè e una per Elia, che sono apparsi sull’“alto monte” dove il gruppo è stato portato da Gesù.

La chiesa di padre Jalal effettivamente consisteva all’inizio in due grandi tendoni collegati fra loro. Nell’agosto dell’anno seguente un temporale abbatté rovinosamente la chiesa-tenda, che fu sostituita grazie all’intervento della diocesi di Padova e della francese Fraternité Iraq da un grande prefabbricato che avrebbe resistito ai venti e alle piogge torrenziali. Un ellittico campanile completamente cavo e le pareti esterne traforate in forma di ovali, ma con una campana vera sotto il tetto di copertura sormontato da croci, completava l’edificio che aveva preso il posto delle tende gemelle.

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«Che cos’ha la bambina?»
Padre Jalal mi fece visitare le due sezioni del campo, separate da una strada comunale che porta alla circonvallazione di Ankawa. Parte dei container sono all’aperto, ma parecchi sono installati all’interno di due grandi capannoni industriali, uno di qua e l’altro di là dalla strada. Chi vive in quelle aree di Ashty 1 è più protetto dagli agenti atmosferici, avendo sulla testa non uno ma due tetti, ma è tagliato fuori dalla luce diretta del sole. È stato in uno di questi rioni al coperto che ho incontrato Sada, cinque anni, sguardo dolente e silenzioso.

Quando vi vedono maneggiare una macchina fotografica o una videocamera, i bambini hanno due reazioni: o si avvicinano e si mettono in posa sorridendo, magari sgomitando un po’ fra loro per mettersi in favore di obiettivo, e questa è la grande maggioranza; oppure – ed è una piccola minoranza di timidi o impauriti per shock patiti – si aggrappano alle gambe dei genitori e nascondono lì la faccia per non farsi riprendere. Sada non faceva né l’una, né l’altra cosa. Se ne stava incerta sulle gambe, a due passi dalla mamma, guardando un punto indefinito di me. Ogni tanto si passava una mano sulla fronte o sulla tempia, apriva leggermente la bocca senza emettere nessun suono. Gli occhi scuri traboccavano un dolore triste e introverso, esprimevano una rassegnazione impropria per un bambino.

«Che cos’ha la bambina, è malata? Ha la febbre?», chiese padre Jalal alla mamma. «È malata da quando aveva un anno e mezzo, è epilettica», rispose lei. Era una donna minuta dal contegno misurato, stridente rispetto all’abbigliamento: una maglia a maniche lunghe interamente leopardata, e pantaloni con motivi neri fra il tigrato e il fiammeggiante. Portava orecchini piccoli e dorati che risaltavano per i capelli raccolti dietro la nuca. Il volto di Sada invece era incorniciato da due trecce sbarazzine, materno tentativo di rallegrare il suo visino afflitto. La mamma si chiamava Sana, aveva 29 anni e quella era la seconda dei suoi quattro figli. A tutti era stato imposto un nome che iniziava con la lettera “s” come quello della madre: Stabro il maschietto primogenito di 7 anni, dopo Sada c’era la sorellina Sandra di 3 anni e infine Savio, un anno e mezzo appena, nato dopo la fuga. Sì, Sana era fuggita da Qaraqosh che era incinta di Savio, era salita su di una corriera da cinquanta posti messa a disposizione dalla parrocchia e alle tre di notte era partita, come altre trecentomila persone abitatrici della piana di Ninive quella notte maledetta, insieme al marito Saddam e al resto della famiglia alla volta di Erbil.

Un viaggio che normalmente richiede due ore, ma quella notte ce ne vollero cinque e i viaggiatori potevano considerarsi fortunati: altri ci misero molto di più, o dovettero concludere l’esodo a piedi, perché i peshmerga non lasciavano più passare veicoli o perché l’eccesso di traffico aveva bloccato completamente le strade. A Erbil avevano trascorso un giorno e una notte all’aperto, nel cortile della chiesa di Mar Shmoni, poi per due mesi sotto una tenda. In ottobre come molti altri erano stati trasferiti ad Ashty 1.

Senza flettere la sua compostezza Sana fece tre passi dentro al suo monolocale e da sotto una pila di cose tirò fuori un pacco di referti, lastre e tracciati. Anni di visite ed esami. Padre Jalal traduceva i suoi commenti: «Dice che le medicine prescritte non sono servite a niente, ha continuato ad avere crisi ogni giorno fino ad oggi». Fra le carte spuntavano un paio di foto di Sada con bendaggi e le palpebre chiuse. «Dice che le hanno detto che forse una vena del cervello è occlusa e che bisognerebbe operarla all’estero».

Effettivamente in mezzo a tanti referti in arabo ce n’era uno dove in inglese potevo leggere molto chiaramente: «La bambina necessita di cure che non possono essere somministrate in Iraq». Sada continuava a toccarsi la tempia, a muovere passi incerti come un bambino di due anni, ad aprire la bocca senza emettere suoni. La prossima crisi epilettica sembrava imminente. «Forse voi in Italia potete fare qualcosa», concluse padre Jalal.

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Visite ed esami
Tornai a Milano convinto che Sada aveva bisogno di un intervento chirurgico e bussai alle porte di chi ritenevo potesse dare una mano. Prima di tutto la Regione Lombardia, che da molti anni ha un programma per interventi chirurgici e cure speciali gratuiti per minorenni di paesi poveri. C’erano da seguire delle procedure molto rigorose, che prevedevano la sponsorship da parte di una Ong abilitata ad operare all’estero. Nel campo di Ashty 1 avevo visto gli adesivi della Focsiv all’ingresso della scuola materna che proprio durante il mio soggiorno aveva aperto i battenti. La Focsiv è in realtà una federazione (Federazione organismi cristiani per il servizio internazionale volontario) di 80 Ong. Al caso nostro faceva la Fondazione don Gnocchi, affiliata alla Focsiv, che per molti anni aveva organizzato trasferimenti di minorenni dai paesi poveri in Lombardia per interventi chirurgici non praticabili sul posto. Per procedere era necessario fare domanda a una commissione regionale producendo documentazione sanitaria aggiornata. Si trattava, in buona sostanza, di rifare gli esami che Sada aveva fatto prima della fuga da Qaraqosh.

Offrì la sua disponibilità Terry Dutto, il responsabile del team Focsiv nel Kurdistan iracheno che avevo incrociato per un attimo durante la mia missione. Terry prese a cuore la causa di Sada e fu instancabile. Prese appuntamento con il migliore neurochirurgo di Erbil, il professor Enjam, che visitò la bambina e prescrisse encefalogramma e risonanza magnetica. Visita ed esami confermarono la condizione di epilessia, diagnosticarono che il problema non era solo quello e che tutto faceva pensare a un trauma psichico da trattare al momento opportuno, ma soprattutto esclusero – sospiro di sollievo – che fosse necessario un intervento neurochirurgico: il cervello di Sada non presenta anomalie bisognose del bisturi. Si trattava di somministrare un medicinale che può essere molto efficace in circostanze simili: il Keppra, nome commerciale della molecola del levetiracetam.

È quello che i genitori di Sada hanno fatto, e i risultati si sono visti subito: nel giro di qualche settimana sono cessate le crisi epilettiche, le sonnolenze improvvise e i dolori alla testa. Anche il comportamento è diventato meno autistico. La cura dovrà essere continuata per almeno un anno, poi si valuterà se le condizioni sono migliorate al punto di poter passare alla fase 2: individuare il problema psicodinamico di Sada e scegliere una terapia psicologica o psichiatrica a seconda del problema.

Riesce a dire “mamma” e “papà”
Quel che s’è fatto finora non sarebbe stato possibile senza il supporto di Focsiv e in particolare di Terry Dutto. La famiglia di Sada era povera quando viveva a Qaraqosh ed è diventata ancor più povera a causa dell’esodo. Viveva in un appartamento ad affitto calmierato grazie all’aiuto della Chiesa, e papà Saddam sbarcava il lunario vendendo frutta e verdura al mercato. Da un po’ di tempo si è trasferito niente meno che a Baghdad per continuare il commercio al dettaglio, torna a casa ogni sei-sette settimane e durante tale periodo guadagna l’equivalente di 250 dollari americani, tolte le spese del viaggio di andata e ritorno ogni volta. Ora quelle entrate dovranno servire anche per pagare le bollette dell’acqua e dell’elettricità.

Perché – questa è la buona notizia – all’inizio di luglio la famiglia di Sada si è trasferita, come altre famiglie di Ashty 1, in una casa vera di Ankawa. L’affitto sarà pagato per un anno dalla Chiesa, dopodiché si spera che la piana di Ninive sarà riconquistata e che i profughi interni possano tornare dove abitavano prima della crisi dell’estate 2014. La notizia meno buona è che ora si dovranno pagare le bollette, mentre prima acqua ed elettricità erano fornite gratuitamente. Perciò è evidente che di soldi per le cure di cui Sada ha bisogno ce ne sono pochi o niente. In passato la famiglia è stata spolpata dai medici a cui era ricorsa: per una Tac che un pediatra voleva hanno speso 500 mila dinari a Mosul, vale a dire 400 dollari; le medicine che sono state somministrate dietro prescrizione di vari pediatri non sono giovate a nulla.

I miglioramenti sono avvenuti tutti dopo che è cominciato l’interessamento di Focsiv. Racconta Dutto: «Sada generalmente gioca con giocattoli che sceglie lei, con un comportamento tutto suo. Talvolta cerca il contatto con i fratelli o le persone che l’avvicinano, offrendo ogni cosa che riesce ad avere in mano, altre volte usa modi molto bruschi con i fratelli. Riesce a dire “mamma” e “papà” e pochi altri suoni che i familiari riescono a interpretare. Le condizioni di Sada attualmente sono considerate, dalla mamma e dai familiari, molto migliori di prima delle ultime fasi diagnostiche». Per continuare a migliorarle c’è bisogno dell’aiuto di tutti. Per gli esami diagnostici appena fatti si sono spesi più di 300 euro, anticipati da Focsiv, e i flaconi di sciroppo di Keppra costano 50 mila dinari al mese (36,50 euro). Vogliamo dare una mano per un anno almeno? Sì, lo vogliamo. 

Foto Bnar Sardar per Focsiv

Per aiutare Sada Saddam
Conto Corrente Postale n° 47405006
intestato a: FOCSIV
causale: TEMPI per Sada
BANCA ETICA IBAN: IT 63 U 05018 03200 0000 0017 9669
intestato: KURDISTAN – NON LASCIAMOLI SOLI
causale: TEMPI per Sada
ON LINE https://focsiv.fundfacility.it/emergenzakurdistan

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