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Una flat tax in cerca di fautore

luglio 10, 2017 Carlo Lottieri

L’Istituto Bruno Leoni lancia una proposta di riforma dell’imposizione fiscale con aliquota unica (e bassa). Storia, pregi e resistenze a un progetto che vuole liberarci dallo Stato predatore

Vigili del fuoco a via Lorenzo Mossa a Roma dove un uomo si e' cosparso di liquido infiammabile e ha minacciato di darsi fuoco davanti alla sede dell'Agenzia delle Entrate, 30 novembre 2012. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Tra i molti meriti della proposta di riforma dell’imposizione fiscale elaborata dall’Istituto Bruno Leoni, per iniziativa di Nicola Rossi e con la collaborazione di vari ricercatori, uno va innanzi tutto evidenziato. Al di là dei tecnicismi e delle scelte di dettaglio, il progetto si propone di far diminuire la pressione fiscale e quindi, contestualmente, invita a ridimensionare la spesa pubblica. La nostra economia deve fare i conti con varie difficoltà (troppe norme e confuse, una giustizia lenta, il persistere di monopoli pubblici e blocchi corporativi, ecc.), ma il problema fondamentale resta questo prelievo spropositato, conseguente allo squilibrio esistente tra il settore pubblico e quello privato.

La flat tax al 25 per cento proposta da Rossi, accompagnata dall’abolizione di Imu e Irap (e anche da altre misure di contorno), punta proprio a realizzare un equilibrio di bilancio realistico, ma a un livello inferiore rispetto a quello attuale. In altri termini, l’idea è che si debba rispettare il pareggio di bilancio e, al tempo stesso, si debba far ritrarre la mano pubblica. Per ottenere questo risultato, lo Stato deve tassare meno e spendere molto meno. Questo obiettivo potrebbe essere perseguito in vari modi, ma la proposta Rossi-Ibl recupera una vecchia idea di Milton Friedman (datata 1958), che fu ripresa negli anni Ottanta da due economisti americani, Robert Hall e Alvin Rabushka, in uno scritto che fu fatto conoscere in Italia da Antonio Martino negli anni in cui dirigeva il Crea (Centro Ricerche Economiche Applicate).

Per i due studiosi americani scegliere l’aliquota unica, insieme alla cancellazione di ogni detrazione e agevolazione, voleva dire operare una radicale semplificazione dell’intero ordinamento tributario. A loro giudizio, adottati tali criteri tutta la dichiarazione dei redditi sarebbe stata condensabile in una semplice cartolina postale. In quegli anni, a ogni modo, parlare di flat tax significava avanzare intelligenti provocazioni entro un dibattito che andava in tutt’altra direzione. Quello che allora era soltanto un tema di discussione tra gli studiosi di scienza delle finanze diventa qualcosa di assolutamente diverso a partire dagli anni Novanta. Molti paesi dell’Europa centro-orientale, in effetti, individuano nella flat tax un formidabile strumento per attrarre imprese e capitali. Agli imprenditori di mezzo mondo, in molti casi già interessati alla qualità delle maestranze e al basso costo del lavoro, non sembra vero di poter fare i conti con un sistema fiscale tanto semplice e (spesso) contenuto nelle sue pretese. A quel punto, la bizzarra idea di Friedman diventa un modello che trova adepti ovunque e finisce per condizionare – quasi sempre in maniera alquanto spuria – tutta una serie di ordinamenti tributari dei paesi post-comunisti. Non sorprende quindi che di flat tax si sia parlato spesso anche in Italia, soprattutto su iniziativa di Forza Italia e della Lega.

Nodo progressività
Quest’ultima proposta avanzata dall’Ibl mutua dal liberalismo di Friedman la necessità di ridurre spesa e tassazione, insieme all’esigenza di ridurre la complessità delle regole. Oltre a ciò, egualmente fridmaniana è la logica con cui si punta a rivedere il sistema assistenziale con un’imposta negativa sul reddito. Invece che moltiplicare aiuti e bonus (nello stile adottato da Matteo Renzi, ma prima di lui da tanti altri), si suggerisce di destinare ai bisognosi risorse liberamente spendibili. Ed è pure interessante che, nell’immaginare questa forma alternativa di assistenza (che lascia al singolo la facoltà di scegliere i beni e servizi di cui ha bisogno), Rossi abbia pensato di modulare gli aiuti sulla base delle differenze locali: perché 20 mila euro sono un reddito molto diverso a Milano e a Caltanissetta.

Non si tratta certo del grillino “reddito di cittadinanza”, dato che non è attribuito a chiunque. Al contrario, si tratta di ripensare l’assistenza, eliminando la giungla attuale degli aiuti e delle agevolazioni e, al tempo stesso, evitando di finanziare vasti apparati pubblici dediti alla cura degli anziani, degli immigrati, dei malati, dei giovani, ecc. Oltre a suggerire “meno tasse e meno spese”, Rossi invita quindi a ripensare le attuali forme d’intervento a sostegno dei cosiddetti incapienti, considerato anche che in molti casi esse sono ingiuste (privilegiando chi non avrebbe titolo) e per giunta inefficienti.

Non era pensabile, e così è stato, che attorno a questo schema di riforma si ritrovassero quanti più sono ancorati all’eredità ideologica del Novecento. In effetti, proporre la flat tax significa rigettare la progressività e, con essa, l’ideologia che sottende un sistema tributario che punta a punire chi ha successo. In questo senso la reazione del professor Enrico De Mita, per il quale non è ammissibile che si metta da parte il principio redistributivo insito nella progressività, non deve sorprendere nessuno.

Più lavori più paghi
Ovviamente, quanti sono favorevoli alla proposta Ibl possono sostenere che, poiché i redditi più bassi sono esentati da ogni tassazione, anche questa flat tax ha un suo carattere progressivo. L’argomento può essere difendibile sul piano costituzionale (dato che la nostra Carta del 1947 impone una qualche progressività), ma è pur vero che questa idea di non penalizzare sempre di più chi vede crescere i propri redditi risponde ad argomenti di ordine morale (la tutela della proprietà e quindi della libertà) e anche di efficienza economica che sono in netta tensione con il solidarismo delle vecchie ideologie.

D’altra parte, è facile constatare quanto possano essere distorcenti taluni “scalini” delle aliquote: come nel caso tedesco, dove fino a circa 50 mila euro l’aliquota Irpef è il 14 per cento e poi sale immediatamente al 42. Questo genera in molti un forte disincentivo a lavorare e quando alla maggiore pressione fiscale si assomma il venir meno di altri benefici (per sanità, asili nido, ecc.) tale tassazione crescente comporta addirittura una riduzione del reddito anche a fronte di una produttività maggiore. In taluni sistemi fiscali e assistenziali, insomma, restano in tasca più soldi quando si guadagna 50 mila euro lordi invece che quando se ne guadagnano 60 mila. Una follia che può indurre qualcuno, a inizio dicembre, a prendersi qualche settimana di ferie.

Anche se mette in discussione una vacca sacra della nostra cultura politica e giuridica quale è appunto la progressività, la proposta di Rossi vuole essere “spendibile” nel dibattito pubblico. In altre parole, si tratta di un pezzo di programma politico in cerca d’autore. Gli estensori avrebbero potuto facilmente immaginare tagli più consistenti alla spesa pubblica attuale e, di conseguenza, un’aliquota inferiore: al 20 per cento o anche meno. Si sarebbe trattato, però, di una proposta che la nostra classe politica avrebbe considerato irricevibile, data la difficoltà a tagliare le uscite. Quanti criticano il livello fissato per questa tassa unica italiana, che indubbiamente è alto (in Bulgaria e in Albania è al 10 per cento, in Macedonia è al 12, ecc.), sembrano ignorare le condizioni in cui versa la nostra finanza pubblica. Già l’adozione di questa proposta obbligherebbe a tagli di spesa mai visti in precedenza e infatti le reazioni più positive sono venute dall’opposizione, mentre le forze al governo si sono dette assai perplesse. Ovviamente una tassa unica al 20 per cento sarebbe preferibile (e ancor meglio al 10 per cento), ma bisogna domandarsi quanto una simile proposta possa trovare ascolto e possa essere realizzata – oggi – con questo sistema incrociato di aiuti e parassitismi.

Di diverso tenore sono le perplessità di quanti affermano che un innalzamento dell’Iva, anch’essa da portarsi al 25 per cento, finirebbe per rendere ancor meno trasparente il rapporto tra lo Stato e il cittadino, tra il fisco e il contribuente. Quando non si è in grado di conoscere l’entità di ciò che si è costretti a dare al settore pubblico, è molto difficile esprimere un giudizio sull’azione del governo. In altre parole, l’imposizione indiretta mina la logica stessa dei sistemi politici democratici, che si basano sull’aureo principio einaudiano: “conoscere per deliberare”. Su questo tema come su altri, varie posizioni sono più che legittime.

Policentrismo e responsabilità
Oltre a ciò, e questo è un punto cruciale, la proposta continua a pensare l’Italia e il suo sistema di finanza pubblica essenzialmente in termini unitari. Mancano, benché qua e là vi sia lo sforzo di mobilitare comuni e regioni in quegli ambiti già ora di loro competenza, elementi di vera competitività territoriale e di autentica responsabilizzazione dei livelli di governo. La cosa non è sorprendente, dal momento che si tratta di un’ipotesi di riforma che parte dalla situazione attuale (l’Italia è uno Stato fortemente accentrato) e cerca di porre rimedio a un disastro che è molto più italiano che non lombardo, marchigiano o pugliese.

Resta però da capire, anche alla luce dello scenario internazionale, se per avere ordinamenti più civili e liberali (con tasse limitate e semplici) non sia proprio necessario indirizzarsi verso un ordine policentrico che metta in competizione i governi locali. Intervenendo a Venezia in un convegno organizzato a palazzo Ferro Fini, un tributarista molto controcorrente come Andrea Giovanardi – dopo avere mostrato lo sfascio del nostro ordinamento – ha indicato come unica via d’uscita la concorrenza tra sistemi, il policentrismo, la responsabilizzazione di ogni comunità. Forse dalla proposta di una flat tax potrà emergere, quando i tempi saranno maturi, un insieme di flat tax scelte da comuni e regioni. Sempre con il medesimo obiettivo: ridurre la mano pubblica e ampliare le libertà dei singoli e dei gruppi.

Foto Ansa

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