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Un voto per resistere a forcaioli, affaristi e altri demolitori dell’Italia

febbraio 23, 2013 Lodovico Festa

Viviamo una crisi organica dello Stato, curarla con la repressione come base della politica serve ad allargarla. L’insurrezione anarchica di settori della magistratura non ordina la Repubblica, la tortura solo

Il 24 e 25 febbraio le opzioni saranno: protesta/testimonianza, neocentrino, centrosinistra e centrodestra. Le scelte di protesta/testimonianza: astensione, scheda bianca o annullata, testimonianza (l’unica nobile è il garantista Marco Pannella) ed espressioni di rabbia. Nella categoria “rabbia”: Grande Pagliaccio, confederazione dei pm ed esibizionisti ultraliberisti. La scelta “rabbia” ha un denominatore: chi non le si “allinea” è corrotto e l’unico rimedio è la forca. Pure gli ultraliberisti che predicano la leggerezza dello Stato sono corrivi al forcaiolismo, cioè alla forma di invadenza statuale più oppressiva. Certo un liberale è per la “rule of the law” come base del mercato. Ma che sia “rule of the law” (vero peso del Parlamento, bilanciamento dei poteri, diritti inviolabili), non “rule” di toghe politicizzate. Dopo un ventennio d’insorgenza dei pm c’è chi vuole allungarlo. Ciò ripugna a chi ama la civiltà democratica ed è anche inefficace. Oggi viviamo una crisi organica dello Stato, curarla con la repressione come base della politica serve ad allargarla: i vari forcaioli dovrebbero cercarsi un soggetto dotato di forza unitaria tipo i carabineros per organizzare lo Stato di polizia desiderato. L’insurrezione anarchica di settori della magistratura non ordina lo Stato ma lo tortura solo.

Peraltro la protesta e la testimonianza servono solo in Stati solidi da stimolare anche con scelte eterodosse: in Italia accelerano puramente la nostra colonizzazione. Esclusivamente chi ha interessi da borghesia compradora punta razionalmente su obiettivi pro-disgregazione e pro-subalternità.

Dentro il “centrino” si trovano forze di valore ma disorientate (la Fiat di Sergio Marchionne, la Cisl di Raffaele Bonanni, un certo europeismo nobile ma soggiogato dall’egemonismo tedesco) e forze di scarsa qualità: topini nel formaggio casiniani, avventurieri espressione del passato pre-Marchionne della Fiat, settori dell’establishment romano antimilanesi della cui opera parla il travaglio che vive oggi il mondo cattolico, nucleini dell’ex establishment milanese capaci di organizzare quasi solo comitati di contesse. La sintesi di questo mix è Mario Monti. Sul quale basta esaminare le alternative che aveva di fronte per dare un giudizio: federare il centrodestra come gli proponeva in parte pure Angela Merkel, presentarsi con la sinistra come i seri tecnici Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini, stare fuori dalla contesa aiutando la ricostruzione della Repubblica. E invece ha scelto il centrino inconcludente. Oltre a vanità, subalternità e insipienza c’è una logica: tagliare un 25 per cento a destra e un 25 a sinistra e realizzare una coalizione in cui il suo piccolissimo establishment abbia ruolo condizionante. Non reggerà a lungo ma intanto si sistemeranno varie partite di potere. Perciò votare questo centrino è catastrofico.

C’è poi l’opzione per il centrosinistra: almeno una forza popolare legata a una grande forza europea come la socialdemocrazia. Però Pier Luigi Bersani è l’uomo delle battaglie non fatte: nella Cgil, con la magistratura politicizzata, per una vera riforma dello Stato. I condizionamenti poi di Giovanni Bazoli (che si destreggia tra Monti e Bersani) con la candidatura in Lombardia dello spaesato Umberto Ambrosoli, che ha l’unica missione di sorvegliare via Sanità certi soci del Corriere della Sera e curare il nuovo comitato di beneficenza della Fondazione Cariplo, finiranno – se vincenti – per fare della Lombardia una Grande Siena. Queste debolezze strutturali possono consegnare Bersani al forcaiolismo “interessato”di Carlo De Benedetti: rischio troppo grande.

Resta così solo il malmesso centrodestra che tra il 2010 e il 2011 ha combinato non pochi guai: dai comportamenti privati di Silvio Berlusconi all’incapacità di leggere le trame di Gianfranco Fini, al lasciare al suo autismo Giulio Tremonti. Tutto ciò ha indebolito uno schieramento che aveva fatto bene dal 2008 al 2009. Berlusconi, consapevole dei suoi difetti di fondo, aveva fatto scelte di umiltà: dimessosi da leader del Pdl, promosso Angelino Alfano, aveva aperto così un’autostrada a Pier Ferdinando Casini; appoggiando il pur mediocre governo Monti aveva cercato una nuova via per la politica italiana, e infine aveva proposto a Monti la leadership del centrodestra. È tornato a combattere solo quando si è reso conto che non si voleva alcuna democrazia compiuta ma un assetto dominato dai sistemi d’influenza del nostro piccolissimo establishment e da ambienti internazionali. A quel punto l’unico modo per contenere i disegni elitistici era spendere la residua popolarità della sua immagine. Lo ha fatto ancora con umiltà: rinunciando a correre per premier, proponendo Mario Draghi alla presidenza della Repubblica, lanciando una nuova fase costituente. L’umiltà e il sacrificio di Berlusconi forse non saranno risolutivi ma ne fanno l’unica scelta di resistenza a certe insopportabili tendenze in corso. Per questo motivo sarà bene votare uno dei partiti della coalizione di centrodestra.

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