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Un villaggio cinese assaggia per la prima volta il gusto della democrazia: «Esperienza storica»

febbraio 2, 2012 Leone Grotti

Wukan, il villaggio che ha obbligato Pechino a cacciare il locale responsabile del partito e anche a indire nuove elezioni, ha votato ieri. Gli abitanti: «Esperienza storica, la più grande conquista del villaggio da 40 anni». Ma gli osservatori fanno notare: «Wukan è un caso unico ma non significa che la Cina è cambiata»

Più di 6 mila persone a Wukan, piccolo villaggio di pescatori nel Guandong, hanno votato ieri per eleggere i membri di una commissione che dovrà supervisionare le elezioni del nuovo capo villaggio che si terranno il mese prossimo. Si tratta di un evento unico in Cina, visto che a nessuno è stato impedito di candidarsi e che tutte le persone sopra i 18 anni hanno potuto votare.

Gli abitanti di Wukan sono diventati famosi in tutto il mondo per essere riusciti a ribellarsi contro il Partito comunista cinese e il governo locale, che ha venduto le loro terre a un imprenditore senza ripagarli in modo adeguato e in alcuni casi senza pagarli affatto. Una protesta durata da settembre a dicembre – periodo in cui gli abitanti si sono scontrati anche violentemente con la polizia, che ha “chiuso” e impedito ogni accesso al villaggio -, che ha portato Pechino a cacciare il responsabile di partito del villaggio e anche a indire nuove elezioni. Durante i giorni di protesta il leader della rivolta, Xue Jinbo, 42 anni, è morto per un presunto attacco di cuore mentre si trovava nelle mani della polizia dopo essere stato arrestato.

Ieri delle 8.222 persone aventi diritto, su un villaggio di 12 mila abitanti, 7.349 si sono registrate per votare e 6.200 si sono recate alle urne, per un’affluenza che ha superato l’80 per cento. «Sono davvero emozionata» dice Yang Jinlu, 43 anni, «questa è la vittoria più grande che il nostro villaggio ottiene da oltre 40 anni. Per me è un’esperienza storica assaggiare per la prima volta il gusto della democrazia». In Cina, la gente può votare solo alle elezioni locali nei villaggi e nelle città ma quasi sempre il partito comunista impedisce la candidatura di cittadini indipendenti, non permette il suffragio universale e manipola il risultato del voto. A Wukan per la prima volta qualunque cittadino aveva il diritto di candidarsi, anche senza ottenere il consenso del partito comunista.

A votare c’era anche la figlia del capo della rivolta, Xue Jianwan, che ha dichiarato piangendo: «Sto facendo quello che mio padre avrebbe voluto. Sono qui per realizzare il suo ultimo desiderio». Yang Semao, ex capo della commissione temporanea alla guida del villaggio, ha poi dichiarato che il prezzo per lo svolgimento di elezioni regolari è però stato molto alto. «Il voto corrotto e chiuso del passato non può essere minimamente paragonato a quello di oggi».

Nonostante la grande novità che le elezioni di Wukan rappresentano, chi parla di “svolta democratica” in Cina descrive una realtà che ancora non esiste. Come dice il ricercatore Guo Yushan, intervistato dall’autorevole South china morning post: «Il caso di Wukan è unico. Quello che è avvenuto è esattamente quello che la legge dice che dovrebbe accadere sempre. Ma troppo spesso in Cina il rispetto delle regole dipende dai singoli che si trovano al potere». Anche Willy Wo-Lap Lam, uno dei maggiori esperti della Cina contemporanea, ha scritto: «Nonostante la leadership comunista sia pronta a dare più forza allo stato di diritto e permettere agli avvocati attivisti di difendere i diritti di chi è vittima di esproprio delle terre e della corruzione ufficiale, le profonde contraddizioni sociali della Cina rimarranno. Nonostante un paio di casi in cui gli “incidenti di massa” vengono risolti in maniera almeno all’apparenza corretta e trasparente». Se però il “caso Wukan” non significa un cambiamento nella politica di Pechino, di sicuro rappresenta un esempio che altri villaggi potranno seguire.
twitter: @LeoneGrotti

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